CULTURA

Come la Grande Guerra italiana finì a Padova

Appena 163 chilometri in linea d’aria separano Caporetto da Padova: la distanza tra una disfatta e una rinascita. A un secolo dall’armistizio apre fino al 6 gennaio al Centro Culturale Altinate San Gaetano, in via Altinate 71, la mostra ‘Tavoli di guerra e di pace. 1918. Padova capitale al fronte da Caporetto a Villa Giusti’ (aperta tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10.00 alle 19.00, ingresso gratuito).

Attraverso una ricca collezione di reperti originali, video e installazioni l’esposizione – promossa dal Comune di Padova (assessorato alla cultura) con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – ripercorre l’ultimo, fondamentale anno di guerra, e lo fa dietro le quinte, conducendo il visitatore dentro le stanze del comando. Padova infatti fu a lungo ‘la capitale della guerra’, scelta come sede del comando supremo subito dopo la fuga precipitosa prima da Udine e poi da Treviso, così importante da essere il centro di passaggio delle principali autorità del momento: Cadorna, Diaz, re Vittorio Emanuele III e molte altre figure.

A poche decine di chilometri a est e a nord il Piave, il Grappa l’Altopiano, le vette vicentine erano il feroce terreno di scontro, mentre a Padova quelle azioni venivano registrate, studiate e dirette. Sangue e morte si sublimavano in asettiche linee su carte geografiche. Da qui partivano ordini che falcidiavano migliaia di ragazzi al fronte. Qui si delineavano strategie, si tessevano contatti, talvolta in via non ufficiale.  Qui si disegnava ciò che doveva far seguito al conflitto.

Anche se successivamente, per ragioni di sicurezza, il comando supremo venne trasferito da Palazzo Dolfin all’Hotel Trieste di Abano, Padova rimase fino alla fine il centro decisionale di una guerra divenuta per antonomasia una crociata difensiva contro l’invasore. Fino al 1917 la città era comunque stata il più grande centro delle retrovie, sede di ospedali, depositi, uffici di quella grande macchina burocratica che era l’esercito del Regno d’Italia. Dopo Caporetto, i suoi palazzi signorili ospitarono i più alti comandi italiani e stranieri: i francesi si insediarono a Palazzo Papafava, i britannici a Palazzo Giustinian.

Ma Padova fu anche una delle città a pagare il prezzo più alto di vittime civili: anche a causa dei primi bombardamenti aerei, ancora in via di sperimentazione, che da soli provocarono 129 morti e 108 feriti, oltre a costringere alcune migliaia di padovani alla fuga e a provocare ingenti danni al patrimonio urbano, calcolati in circa 20.000.000 di lire dell’epoca. Padova fu dunque una delle città più colpite dalle incursioni, sia per numero di morti (più del doppio di Venezia, tre volte rispetto a Treviso) che per valutazione dei danni (poco meno di Venezia, attaccata più volte, e il doppio di Treviso, bombardata 34 volte contro 18). Sempre da qui però, più precisamente dal Castello di San Pelagio a Due Carrare, partì anche il Volo su Vienna, destinato ad avere un influsso non trascurabile sugli ultimi mesi del conflitto, soprattutto dal punto di vista propagandistico.

La Grande Guerra è stata l’incubatore del mondo in cui viviamo Marco Mondini

Tutte le fasi sono ripercorse dall’esposizione con un percorso ricco e preciso dal punto di vista storiografico e allo stesso tempo suggestivo, ottimo per i ragazzi delle scuole come per i numerosi cultori della storia del primo conflitto. Va inoltre segnalato che a due passi dalla mostra, in via Altinate 59, il Museo Storico della Terza Armata continua a proporre la sua ricca collezione mentre anche il MUSME – Museo di Storia della Medicina ha allestito un originale approfondimento riservato alla gestione della sanità nel corso del conflitto.

Un progetto che parte da lontano, come ha spiegato durante la presentazione il curatore Marco Mondini, storico militare dell’università di Padova: ovvero dal 2013, quando nell’ateneo fu costituito quel Comitato per la Grande Guerra che con il tempo si è rivelato la vera cabina di regia del centenario italiano, con la sua capacità di mettere in contatto il mondo dell’università con le istituzioni e la società civile.

La Grande Guerra è stata l’incubatore del mondo in cui viviamo, per questo studiarla è ancora così importante – ha sottolineato Mondini –. Prima però dobbiamo disfarci di ogni retorica: celebrativa, ma anche vittimistica”. Il conflitto non va insomma letto solamente alla luce dei fatti bellici, come somma di eroismi o al contrario di inutili stragi: tanti degli aspetti della società moderna, dal welfare all’industria del consenso, trovano le loro radici proprio nello shock del 1914-18 e soprattutto nelle misure messe in campo dagli stati per fronteggiarlo. “In fondo dal primo conflitto mondiale non siamo mai usciti – conclude lo storico – ed è forse particolarmente importante ricordarlo oggi, mentre si parla addirittura di eliminare la traccia di storia dall’esame di maturità”.

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