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Medicina a Padova nei secoli: Alessandro Benedetti maestro anatomista

No, lo studio dell’anatomia a Padova non inizia con Andrea Vesalio, né il suo arrivo nel 1537 presso lo Studio è un fulmine a ciel sereno. Quando il Fiammingo decide infatti di recarvisi da Parigi, a Padova è già attiva una fiorente tradizione medica, nutrita da un clima di grande libertà e curiosità ma anche dalla presenza degli strumenti necessari per la ricerca: a cominciare da quello stesso teatro anatomico che comparirà sul frontespizio del De humani corporis fabrica.

Si tratta ovviamente di una struttura diversa da quella che possiamo ammirare ancora oggi, inaugurata nel 1595 durante il magistero di Girolamo Fabrici d’Acquapendente. Prima di allora infatti venivano usate costruzioni temporanee, smontate e rimontate ogni anno a seconda delle stagioni e descritte per la prima volta da Alessandro Benedetti, uno dei maggiori anatomisti della scuola di Padova prima di Vesalio. Nella sua Historia corporis humani sive Anatomice, pubblicata nel 1502, Benedetti si diffonde ampiamente su come deve essere predisposto correttamente un “temporarium theatrum”: dalla forma, ispirata a quella degli antichi anfiteatri romani come quelli presenti a Roma e a Verona, agli strumenti anatomici necessari; dall’organizzazione dei posti (da attribuire in base alla dignità e al prestigio) alla nomina di questori che provvedano alle collette per raccogliere il denaro. Tutto quanto insomma sia necessario per allestire il gran spettacolo della dissezione anatomica, con un gusto estetico tipico dell’umanesimo che ritroveremo poi anche nelle famose tavole illustrate della Fabrica vesaliana: “materia sua thetrali digna spectaculo” ("una materia degna di uno spettacolo teatrale"), scrive lo stesso Benedetti. E al centro della  scena – segnando un distacco dalla tradizione medievale, in cui il professore teneva le sue lezioni separato e distante dal tavolo dissettorio – sta adesso la figura dell’anatomista.

L’importanza di Alessandro Benedetti però si spinge ben al di là del fatto di essere stato il primo a descrivere il teatro anatomico, ma attraversa gli stessi confini della medicina per spingersi fino alla letteratura e alla storia. Benedetti è infatti il prototipo del medico colto e umanista, per il quale lo studio dei classici è importante almeno quanto la conoscenza empirica dei sintomi e delle cure. Nato a Legnago nel 1450, dopo la laurea in medicina a Padova nel 1475 si trasferisce per 15 anni in Grecia, dove vive soprattutto sull’isola di Creta (Candia e Cidonia), allora possedimento veneziano, esercitando la professione e continuando a formarsi nello studio degli autori antichi e della scienza medica.

Nel 1490 la Serenissima Repubblica lo richiama a Padova per ricoprire la cattedra di medicina pratica e di anatomia (anche se alcuni autori ipotizzano piuttosto un suo impiego nella scuola medica di Venezia, che allora gareggiava per importanza con quella padovana), questo però non segna la fine del suo peregrinare. Nel 1495, dopo la discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII con le sue armate, i veneziani gli affidano infatti l'incarico di medico capo dell'esercito incaricato di contrastarlo. Al seguito delle truppe Benedetti assiste personalmente all'assedio di Novara, occupata dal duca di Orléans, e soprattutto alla battaglia di Fornovo, dove è uno dei primi a descrivere gli effetti della sifilide, allora conosciuta come morbo gallico. In questo si rivela essenziale la sua esperienza in campo anatomico: in seguito all’autopsia di una donna per esempio descrive alcune conseguenze della malattia, come le ossa tumefatte e piene di pus, mentre altrove dice di aver visto malati “che hanno perduto gli occhi, il naso, le mani, i piedi e altre parti del corpo”. Del resto già prima di partecipare alla guerra Benedetti si è rivelato un attento epidemiologo: nel 1493 ha infatti pubblicato il De observatione in pestilentia, in cui raccomanda misure come l’isolamento del paziente e la disinfezione del vestiario per fermare il contagio – cosa niente affatto scontata, se si pensa che il ruolo dei microbi nelle malattie infettive verrà scoperto soltanto alcuni secoli dopo.

L’importanza storico-scientifica di Alessandro Benedetti sta soprattutto nella ricerca della creazione di un nuovo lessico scientifico che si rifaccia direttamente ai classici

Nel mezzo delle operazioni Alessandro Bendetti, da buon medico letterato, riesce rapidamente a comporre in latino una relazione della campagna militare, pubblicata poi dal Manuzio nel 1496 col titolo Diaria de bello Carolino, che avrà ampia diffusione e sarà tradotta anche in volgare. Successivamente, dopo cinque anni come medico militare, ritorna all’insegnamento, e da allora perdiamo un poco le sue tracce, a parte la data della morte – 31 ottobre 1512 – tramandataci dallo storico veneziano Marin Sanudo. A Parlare rimangono i suoi libri, che conquistano fama anche al di fuori dell’Italia. La già citata Historia corporis humani sive Anatomice è la prima opera dedicata esclusivamente alle ricerche anatomiche dopo quella di Mondino de' Liuzzi del 1316, e in seguito sarà l’unico trattato anatomico italiano a essere ristampato a Parigi (1514). L’importanza storico-scientifica di Benedetti sta soprattutto nella ricerca della creazione di un nuovo lessico scientifico: mentre Mondino si ispirava soprattutto a termini arabi o volgari, e risentiva delle categorie della filosofia Scolastica, Benedetti – sfruttando la conoscenza diretta della lingua e la sua amplissima biblioteca, raccolta durante gli anni in Grecia – si rifà direttamente alle fonti classiche: in particolare a Galeno e al De Medicina di Aulo Cornelio Celso (vissuto tra il 25 a.C. e il 50 d.C.), riscoperto in Occidente solo pochi decenni prima. In questo la sua opera risente dell’influenza dei grandi umanisti del suo tempo, come Giorgio Valla e Giulio Polluce, e mette in evidenza come la rinascita scientifica in Europa sia dovuta anche e soprattutto agli studi filologici, ovvero alla riscoperta e allo studio con nuovi occhi del pensiero greco-romano, compreso quello in ambito scientifico. In questo periodo insomma la figura dello scienziato non è separabile da quelle del letterato e dell’umanista: lo stesso Benedetti cura ad esempio un’edizione della Naturalis Historia di Plinio.

Un’attitudine che influenzerà profondamente anche Andrea Vesalio, che infatti non sarà mai un nemico, bensì un ammiratore dei classici. Né l’eredità di Benedetti si ferma qui: è lui ad esempio a sostenere l’importanza  degli esami autoptici in caso di morte dovuta a malattie ignote, “per scoprire i principi specifici del male e poter essere così in grado di giovar ai vivi nei quali essi riapparissero”. Altra considerazione che a noi oggi può apparire quasi banale, ma che in quel momento cozza con la teoria degli umori, che continuerà a dominare la medicina per secoli. La sua Singulis corporis morbis a capite ad pedes generatim membratimque remedia, causae eorumque signa, pubblicata postuma nel 1533, è considerata una vera e propria enciclopedia medica del suo tempo, mentre l’altra opera Collectiones medicinae (pubblicata la prima volta nel 1493) è una raccolta di aforismi cui seguirà una fioritura di opere sulla deontologia (come il De cautelis medicorum di Gabriele Zerbi).

A metà tra il teorico e il pratico, attento osservatore della natura ma con solide basi filosofiche,  Alessandro Benedetti è insomma un grande medico al quale la specializzazione nel proprio campo, pur a livelli altissimi, non fa mai perdere un punto di vista complessivo: “quando avrai finito di imparare l'anatomia […] venererai con più attenzione e fede questo Dio che ha creato il mondo e tutte le cose, perché non ha inventato nulla invano – scrive all’imperatore Massimiliano d’Asburgo, dedicandogli la sua opera –. E volgi lo sguardo più prontamente alla conformazione dell'universo, di cui l'uomo riproduce, in piccolo, l'aspetto”.

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