UNIVERSITÀ E SCUOLA

Cacciati dalla cattedra

Il 20 settembre 2018, a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, il mondo universitario italiano ha riconosciuto le proprie responsabilità per l’epurazione dei docenti e degli studenti ebrei (non per quanto riguarda il personale, per la verità). Un atto dovuto ma tardivo, che piuttosto che chiudere un’epoca può aprire una fase di confronto e di riscoperta della memoria. Perché gli intellettuali e gli accademici – ai quali, scrisse nel 1996 lo storico Angelo Ventura, “i privilegi della cultura e del rango negano quei margini di innocenza che spettano alle masse della gente comune” – praticamente non mossero un dito per i loro colleghi? E come si reagirebbe oggi in una situazione analoga?

“Posti liberi”. Leggi razziali e sostituzione dei docenti ebrei all’Università di Padova, di Pompeo Volpe e Giulia Simone (Padova University Press 2019), ripercorre la storia dei cinque professori ordinari  cacciati dall’università di Padova: Marco Fanno, Adolfo Ravà, Donato Donati (incardinati nella facoltà di giurisprudenza), Tullio Terni (medicina e chirurgia) e Bruno Rossi (scienze matematiche, fisiche e naturali). Donati era il fondatore e il preside della facoltà di scienze politiche, mentre tutti gli altri erano direttori di dipartimento, nomi di spicco nazionale e internazionale. Appena l’anno prima Bruno Rossi aveva inaugurato il nuovo rivoluzionario istituto di Fisica, mentre Terni e Ravà erano stati anche insigniti della croce al merito di guerra durante il primo conflitto mondiale. Tutti avevano giurato fedeltà al re e al regime, tutti erano iscritti al Pnf (ancorché non tutti fossero fascisti), ma questo non bastò a salvarli.

Marco Fanno, Adolfo Ravà, Donato Donati, Tullio Terni e Bruno Rossi erano studiosi di spicco, con posti di responsabilità nell'organizzazione accademica

A metà ottobre 1938 i cinque ordinari di “razza ebraica” padovani ricevettero dal rettore Carlo Anti la comunicazione della sospensione dal servizio, subendo un trattamento analogo ad altri 92 colleghi in tutta Italia. La particolarità sta nel fatto che nell’asciutta comunicazione Anti non spese una sola parola di commiato e di ringraziamento: persino la formalità di una qualsiasi formula di saluto venne tralasciata.

In seguito l’ostracismo si consumò nel silenzio: già il 28 ottobre, stando alle indicazioni del rettore, le cattedre vennero già dichiarate disponibili per provvedere alla chiamata di nuovi docenti. Come suggerisce il titolo del libro insomma le leggi razziali, a Padova come in tutti gli altri atenei, diventarono l’occasione per una nuova infornata di nomine, con i corollari tipici del risiko accademico. Il trend nazionale del resto era business as usual. Ernesta Bittanti, moglie di Cesare Battisti e amica di molti docenti, cercò inutilmente di promuovere una qualche forma di protesta in ambito accademico, ma senza successo. Lo stesso Enrico Fermi, già in procinto di partire per gli Stati Uniti, se da una parte si spese a favore di Bruno Rossi dall’altra – in una lettera emersa dagli archivi dell’università di Padova e datata 7 ottobre – propose per la sua sostituzione il nome di un collega “ariano al cento per cento”. Tra chi beneficiò o cercò di beneficiare dei “posti liberi” ci furono alcuni grandi nomi dell’accademia italiana come Carlo Esposito, Costantino Mortati e Norberto Bobbio, che giunse nel 1940 a ricoprire la cattedra che era stata di Adolfo Ravà e, per un breve periodo, di Giuseppe Capograssi (già assistente a Roma di Giorgio Del Vecchio, a sua volta epurato).

Certo la situazione, come al solito, è più complessa di come appare a chi 80 anni dopo pretende di giudicare implacabilmente con la mentalità di oggi i fatti di allora. “Ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così”, dirà anni dopo Bobbio in un’intervista. E proprio la doppiezza è una delle cifre del comportamento dei protagonisti di quelle giornate. Ci furono comportamenti feroci come quello di Francesco Severi, che a Roma perseguitò l’antico amico e maestro Tullio Levi-Civita al punto di chiedere che gli fosse vietato l’accesso alla biblioteca dell’Istituto, mentre in altri casi la relazione tra persecutori e perseguitati fu decisamente più complessa: tra il rettore Anti e Marco Fanno ad esempio i rapporti restarono amichevoli anche nel dopoguerra.

Quello che è certo è che 16 anni di regime avevano non solo pesantemente censurato il dibattito pubblico, ma deformato a tal punto le mentalità e le coscienze da sterilizzare la possibilità di qualunque manifestazione di dissenso. Tanto che neppure le stesse vittime riuscirono a mostrare lo sdegno a cui pure avrebbero avuto diritto. Fanno e soprattutto Donati non rinnegarono neppure in quei momenti tragici la loro fedeltà al regime, mentre lo stesso Rossi – pur cercando una sistemazione all’estero – manifestò il desiderio di continuare la sua carriera in Italia tramite la procedura di discriminazione, che prometteva privilegi agli ebrei che si fossero distinti per particolari meriti. Del resto persino il Consiglio dell’Unione della comunità israelitiche italiane il 12 ottobre 1938 approvò un ordine del giorno di incondizionato appoggio alla “Patria fascista”.

Dopo la sconfitta del nazifascismo i docenti ebrei vennero reintegrati, ma con effetti concreti limitati: per quanto riguarda il caso padovano di fatto solo Fanno tornò alla sua cattedra. Terni e Donati morirono nel 1946 senza essere tornati al Bo, mentre Ravà e Rossi si trasferirono rispettivamente a Roma e negli Stati Uniti: il grande fisico non volle mai più mettere piede nell’Istituto che lui stesso aveva fondato. La storia di Terni è particolarmente tragica; all’epurazione del 1938 se ne aggiunse infatti un’altra: nel 1946 venne infatti radiato dalla ricostituita Accademia dei Lincei in quanto “fervente fascista”, nonostante – scrive Pompeo Volpe – “non vi [fosse] alcun fondamento in tale accusa”. Terni si tolse la vita il 25 aprile dello stesso anno: la sua sensibilità e il suo senso di dignità evidentemente non ressero questo secondo, tragico e beffardo, affronto.

PER APPROFONDIRE

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012