SOCIETÀ

Shoah, sei pietre davanti all'ateneo per non dimenticare l'orrore

di Daniele Mont D'Arpizio

Erano Italiani e stranieri, residenti a Padova o provenienti da altre città, studenti e professori. Erano soprattutto esseri umani, ma a partire dal 1938 per buona parte della comunità cittadina e accademica divennero “persone di razza ebraica”, secondo l’odiosa terminologia adottata dal regime fascista. Per questo furono ostracizzati, perseguitati, infine imprigionati e uccisi.

Il Regio Decreto del 5 settembre 1938, “Provvedimenti per la razza nella scuola fascista”, stabilì l’espulsione dall’università e da ogni scuola di tutti gli ebrei. Dall’Università di Padova furono espulsi 51 docenti (su 528 professori in servizio tra ordinari, incaricati, assistenti, emeriti e liberi docenti), 139 studenti e una decina di tecnici.

In seguito alcuni di loro furono deportati e uccisi ad Auschwitz: per tramandare la loro memoria il 21 gennaio sono state poste dall’artista tedesco Gunter Demnig davanti al portone di Palazzo Bo, per la prima volta davanti a un’università, sei “Pietre d’inciampo” (Stolpersteine). Queste sono le loro storie, raccolte da Giulia Simone e da Mariarosa Davi e lette durante la cerimonia dagli studenti del Liceo Tito Livio.

La posa delle “Pietre d’inciampo” di fronte a Palazzo Bo. Foto: Massimo Pistore

Augusto Levi

Augusto Levi, nato a Padova nel 1884, abitava in via Carducci 27. Già insegnante di matematica e fisica al Liceo Tito Livio (dove era stato anche vicepreside), nel 1938 era preside dell’Istituto magistrale Niccolò Tommaseo di Venezia, mentre all’Università di Padova era incaricato come libero docente dell’insegnamento di Fisica per la facoltà di Medicina. Dopo l’espulsione creò e diresse le scuole ebraiche di Venezia e di Padova, collaborando con Alberto Goldbacher. Nella scuola ebraica di Padova, che aveva sede a Pontecorvo, studiavano i bambini e i giovani ebrei espulsi dalle scuole pubbliche: nelle loro vecchie scuole potevano rimettere piede solo alla fine dell’anno scolastico, e solo per fare, separati dagli altri studenti, gli esami di ammissione alla classe successiva e poter quindi continuare gli studi da privatisti. Nell’organizzazione delle due scuole Levi era ostacolato dalle leggi razziali, che proibivano agli ebrei di comparire nell’elenco telefonico, di avere una radio, di spostarsi in treno senza autorizzazione. Difficile era anche soggiornare nella “casetta estiva” che i Levi avevano al Lido di Venezia. Ogni volta dovevano chiedere il permesso alla questura, ottenendo di usare la casa ma non di frequentare la spiaggia, interdetta agli ebrei.

Augusto Levi con il figlio Alvise nella scuola superiore ebraica di Padova, 1939. Da Mariarosa Davi, “Alunni di razza ebraica”. Studenti del liceo Tito Livio sotto le leggi razziali, Daigo Press, 2010.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca e la creazione della Repubblica Sociale Italiana, iniziò la persecuzione più dura.  Un’ ordinanza di polizia del 30 novembre decretò che tutti gli ebrei dovevano essere arrestati e internati in appositi campi di concentramento, e tutti i loro beni confiscati: cominciò così per gli ebrei il momento più drammatico, della fuga all’estero o della disperata ricerca di un nascondiglio, inseguiti ovunque dai mandati di cattura spiccati contro tutti, anche i bambini di pochi mesi.

Augusto Levi, la moglie Giovannina D’Italia e il figlio diciassettenne Alvise furono arrestati a Padova dalla Guardia repubblicana fascista il 27 gennaio 1944. Il 28 gennaio furono trasferiti al campo di concentramento provinciale di Vo’ Euganeo. Vi rimasero fino alla sua chiusura, il 17 luglio 1944, quando una retata guidata dal comandante tedesco Willi Lembcke prelevò i 47 ebrei allora internati. Dopo una sosta alle carceri padovane furono trasferiti alla Risiera di S. Sabba a Trieste, da dove partirono per Auschwitz il 31 luglio. Augusto Levi e la moglie furono uccisi all’arrivo, il 3 agosto; il figlio Alvise sopravvisse alla prima selezione e fu poi trasferito a Dachau, dove fu ucciso il 19 dicembre 1944.

Alberto Goldbacher

Alberto Goldbacher, nato a Verona nel 1883, abitava a Padova in via Borromeo 11. Nel 1938 era incaricato di Tecnologie speciali alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova, dopo aver retto per diversi anni l’insegnamento di Impianti elettrici.

Laureatosi in ingegneria all’Università di Milano nel 1905, aveva lavorato alla creazione dei primi impianti elettrici del Veronese, attuando l’elettrificazione delle industrie e dei pubblici servizi.  Nel 1915 venne esonerato dal servizio militare perché la sua opera fu riconosciuta indispensabile per assicurare la produzione di energia elettrica necessaria alle esigenze di guerra. Nel 1919 si trasferì a Padova, divenendo direttore della società elettrica SADE. Anche durante tale gestione, scrisse il questore di Padova Giuseppe Celi, “il Goldbacher fu attivissimo e si deve a lui se nelle zone di Padova e Vicenza l’impiego dell’energia elettrica fu molto aumentato specie nell’applicazione industriale e con sensibile beneficio dell’economia del Paese”. Fu Presidente della Croce Verde e sempre attivo nei servizi di assistenza, anche durante la Prima guerra mondiale, organizzando corsi di preparazione per infermiere e per l’ospedale destinato ai mutilati.

Goldbacher era anche vicepresidente della Comunità ebraica e, dopo le prime leggi razziali, si occupò con Augusto Levi dell’organizzazione della scuola ebraica. Arrestato la prima volta a Padova il 3 dicembre 1943, fu tra i primi 15 ebrei ad essere internati nel campo di Vo’, il giorno stesso della sua apertura, il 3 dicembre. Fu liberato l’11 dicembre in quanto di “matrimonio misto” (la moglie Aurora infatti era ariana, anche se, precisa la questura, “considerasi ebrea in quanto all’atto del matrimonio abbracciò la religione israelitica”). Venne nuovamente arrestato a Piove di Sacco, dov’era sfollato, il 22 settembre 1944 e rinchiuso in carcere prima a Padova, poi a Verona, infine a Bolzano. Da lì fu deportato il 24 ottobre e ucciso all’arrivo ad Auschwitz, il 28 ottobre.

Giorgio Arany

Di Giorgio Arany non sono rimaste foto. Nato in Ungheria il 1° dicembre 1919 da Desiderio e da Caterina Goldberger, si immatricolò a Padova nel 1937 alla Facoltà di Ingegneria. Per gli studenti ebrei stranieri l’espulsione dall’università venne decretata già il 6 agosto 1938; quando ricevette dal rettore Carlo Anti la prima cartolina da cui fu informato che non poteva continuare gli studi, Arany fece richiesta di un permesso speciale, in quanto aveva presentato da tempo la domanda per ottenere la cittadinanza, motivandola col fatto di vivere sin dall’infanzia in Italia. Scrive: “Ho fatto presente anche che l’intera mia famiglia è italiana: mio fratello ha ottenuto la cittadinanza ed è ora allievo della R. Accademia Aeronautica di Caserta, e mia madre ha sposato un Ufficiale italiano del R. esercito, ex combattente, invalido di guerra e iscritto al P.N.F.”. Ma Anti non ammise deroghe e il 12 settembre 1938 rispose: “Spiacemi doverVi comunicare che la Vostra richiesta non può essere accolta”. Nel frattempo cambiava la legislazione e Arany poté continuare gli studi. Fu posto, però, sotto controllo e il suo nome comparve nell’elenco degli studenti ebrei stranieri che il rettore inviò al questore il 9 marzo 1939. Arrestato a Trieste il 6 marzo 1944 per opera dei tedeschi, detenuto nel campo di San Sabba  e poi nel carcere di Trieste, Giorgio Arany fu deportato l’11 luglio 1944 ad Auschwitz, dove morì in data ignota.

Giuseppe Kroò

Anche Giuseppe Kroò era ungherese, nato a Budapest il 29 ottobre 1919 da Luigi Lazzaro, aiuto farmacista, e da Rachele Vàmos. Si iscrisse al biennio propedeutico della Facoltà di Ingegneria nel 1937, proveniente dal liceo scientifico di Fiume. Poco dopo passò a Scienze, ma già il 4 gennaio 1938, per problemi economici, chiese il trasferimento a Milano: lì aveva dei parenti che potevano aiutarlo con le spese, mentre a Padova viveva da solo. Lasciò l’Ateneo di Padova il 27 gennaio 1938. La sua ultima residenza nota, prima di essere arrestato da parte dei tedeschi il 27 aprile 1944, è la città di Fiume. Fu deportato ad Auschwitz, dove morì durante l’evacuazione dal campo, dopo l’aprile 1945.

Paolo Tolentino

Paolo Tolentino era nato in Austria, a Graz, il 19 febbraio 1917, figlio di cittadini italiani: la madre era Anna Polacco, il padre Giuseppe un giudice in pensione. Paolo si immatricolò a Padova, a Lettere, nel 1935. Abitava in via Zabarella. Il 7 novembre 1938 si congedò e chiese il trasferimento all’Università di Roma, perché la famiglia aveva trasferito la propria residenza nella capitale. Fu arrestato da italiani il 3 febbraio 1944, poi da Roma fu portato a Verona e da lì al campo di Fossoli, dove rimase fino al 26 giugno 1944, quando fu inviato ad Auschwitz. Ignota la data della sua morte.

Nora Finzi

Nora Finzi era nata a Trieste il 28 agosto 1909. Era figlia di Jole Naschitz e del negoziante Samuele (detto Vittorio). Nora si diplomò nel 1937 al liceo classico “Dante Alighieri” di Trieste, dove fu allieva di Giani Stuparich, e si iscrisse subito alla Facoltà di Lettere di Padova. È l’unica di questi quattro studenti a laurearsi al Bo: era stato infatti concesso di completare gli studi universitari agli studenti ebrei già iscritti prima delle leggi razziali. Nora si addottorò il 28 giugno 1941, con una tesi in storia delle religioni.

Fu arrestata dai tedeschi a Trieste il 4 dicembre 1943, assieme al padre Vittorio, che fu deportato ad Auschwitz già il 7 e venne ucciso all’arrivo, l’11 dicembre. Nora fu invece deportata il 6 gennaio 1944 ed entrò ad Auschwitz il 12. Morì in data ignota.

Dal testamento di Nora(Trieste, 10 settembre 1940):

In qualunque forma avvenga la mia morte (per malattia, in via accidentale o volontaria) desidero essere trasportata subito al deposito del cimitero israelitico […]. Desidero essere sepolta, naturalmente senza cerimonie, nell’angolo più remoto e nel posto più a buon prezzo del cimitero. Nessun monumento: sul pezzo di marmo che servirà ad indicare che lì c’è una fossa sia inciso soltanto N.F. – 1909 -19…, giacché come vissi sola voglio essere sola anche dopo morta.

Non ho speciali disposizioni da dare riguardo ai miei averi […] Raccomando i miei libri, che sono ciò che ho amato di più. Non si vendano. Li si diano alla mia amica Clara Kraus che possiede il medesimo mio concetto del libro, di un amico cioè caro e fedele, e che sono sicura li terrà da conto. Si facciano opere di bene.

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