SCIENZA E RICERCA

Cosa sappiamo sulla variante Delta

“Basandoci sulle evidenze ora disponibili” scrive Andrea Ammon, direttore dell’Ecdc europeo (il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) “la variante Delta è più trasmissibile delle altre varianti in circolazione e stimiamo che entro la fine di agosto rappresenterà il 90% del virus SARS-CoV-2 in circolazione in Europa”.

“Sfortunatamente, i dati preliminari mostrano che può infettare individui che hanno ricevuto solo una dose dei vaccini ad oggi disponibili. È molto probabile che la variante Delta circolerà estesamente durante l’estate, in particolare tra individui giovani che non sono ancora stati raggiunti dalla vaccinazione. Ciò potrebbe far correre il rischio agli individui più fragili di venire infettati e sviluppare forme gravi della malattia, anche il decesso, se non sono completamente vaccinati”.

“La buona notizia è che aver ricevuto due dosi di qualsiasi vaccino oggi disponibile fornisce un’alta protezione contro questa variante e le sue conseguenze. Tuttavia, circa il 30% di individui con più di 80 anni e circa il 40% di individui con più di 60 anni non ha ancora ricevuto una piena vaccinazione in Europa” scriveva Ammon il 23 giugno.

“Ci sono ancora troppi individui a rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19 che dobbiamo proteggere il prima possibile. Fino a che i più vulnerabili non saranno protetti, dobbiamo mantenere bassa la circolazione della variante Delta aderendo rigorosamente alle misure di sanità pubblica, che hanno funzionato nel controllare l’impatto delle altre varianti”.

“È importante progredire con la campagna vaccinale a un ritmo elevato. A questo punto divnta cruciale che la seconda dose venga somministrata all’interno dell’intervallo minimo autorizzato dalla prima dose, per velocizzare il ritmo a cui gli individui vulnerabili vengono protetti”.

Cosa rende la variante Delta più trasmissibile

I dati provenienti dal Regno Unito raccolti dal Public Health England mostrano che la variante Delta (B.1.617.2, individuata per la prima volta in India lo scorso dicembre) è ormai responsabile di oltre il 90% dei nuovi contagi. Lì, Delta ha quasi interamente sostituito la variante Alfa (B.1.1.7, individuata per la prima volta in Inghilterra e dominante finora in Europa), mostrandosi più trasmissibile di quest’ultima almeno del 50%. La variante Alfa a sua volta era più trasmissibile del ceppo originario arrivato in Europa a inizio 2020: si stima che Delta sia complessivamente oltre 2 volte più trasmissibile delle prime forme del virus. In altri termini, l’R0 della variante Delta, cioè il numero di individui che una persona contagiata in media infetta, è più alto: una stima conservativa pone questo valore a 5.

Del resto c’era da attenderselo: i virus mutano e le varianti di maggior successo vengono premiate dalla selezione naturale. Noi rispondiamo mettendo in campo barriere come i vaccini, che alzano l’asticella che il Sars-CoV-2 deve superare. In biologia evoluzionistica si parla di corsa agli armamenti, ed è quello che sta accadendo tra uomo e virus.

Quali sono le mutazioni che destano preoccupazione?

Sono 9 in particolare le mutazioni di Delta che i genetisti stanno tenendo sott’occhio, riporta Science, la maggior parte già note perché presenti anche in altre varianti. Le mutazioni che destano più attenzione sono quelle presenti nella sequenze genetica che esprime la proteina Spike, la chiave di accesso del virus alle nostre cellule. Per dar avvio all’azione infettiva, il virus sfrutta un enzima del nostro organismo, la furina, che taglia la proteina Spike in due subunità, S1 e S2: una consente al virus di legarsi ai nostri recettori cellulari (ACE2), l’altra di rilasciare il materiale genetico virale all’interno delle nostre cellule. Proprio il sito di taglio della furina della variante Delta presenterebbe una mutazione, P681R, che secondo alcuni ricercatori renderebbe più facile al virus il lavoro di attracco e sbarco. La mutazione tuttavia era già stata osservata in altre varianti del virus considerate non pericolose. È quindi probabile che la mutazione P681R da sola non basti, ma in combinazione con altre parti del genoma virale renda più trasmissibile la variante Delta.

Nel frattempo è stata individuata una forma leggermente diversa della stessa variante, denominata Delta Plus (di cui ce ne sono due versioni, AY1 e AY2, la prima più diffusa della seconda). Delta Plus recherebbe con sé una mutazione, K417N, già presente nella variante Beta (B1.351 identificata in Sud Africa), che sarebbe in grado di sfuggire maggiormente alle difese del nostro sistema immunitario. Delta Plus è già stata identificata con pochi casi (circa 200) in Regno Unito, India e Stati Uniti e gli studiosi ne stanno ancora valutando la pericolosità.

La variante Delta è in grado di superare le difese innalzate dai vaccini?

Gli scienziati stanno anche valutando se alcune mutazioni siano in grado di permettere alla variante Delta di eludere le nostre difese immunitarie. Alcune ad esempio modificano una porzione della proteina Spike nota come NTD (N-Terminal Domain). Questo sarebbe un “supersito” che normalmente viene attaccato dagli anticorpi del nostro sistema immunitario. Le mutazioni di Delta modificano (o cancellano) però gli amminoacidi nelle posizioni 156, 157 e 158, eliminando un punto a cui le nostre difese immunitarie miravano.

Tuttavia ad oggi i dati relativi all’efficacia delle due dosi di vaccini contro la variante Delta sono incoraggianti. I dati provenienti dal Regno Unito dicono in particolare che i vaccini di Pfizer/BioNTech (a mRna) e quello di AstraZeneca (ad adenovirus) rimangono altamente efficaci nel prevenire la comparsa di sintomi di Covid-19: Pfizer/BioNTech raggiungeva il 93% con Alfa e si mantiene all’88% con Delta; AstraZeneca raggiungeva il 66% con Alfa e si mantiene al 60% con Delta. L’efficacia contro forme gravi della malattia sarebbe ancora maggiore, riporta The Guardian: 96% per Pfizer/BioNTech e 92% per AstraZeneca.

Come ribadito anche da Andrea Ammon, qualche problema emerge con una sola somministrazione: Pfizer/BioNTech e Astrazeneca davano il 50% di protezione immunitaria con la variante Alfa, danno solo il 33% con la Delta. Per questo è necessario accelerare la copertura vaccinale e ridurre il tempo che intercorre tra la prima e la seconda dose. Nel Regno Unito si è scelto di vaccinare più persone possibile con la prima dose, ritardando anche di 3 mesi la somministrazione della seconda. Questa situazione oggi è un potenziale pericolo per il Paese che a inizio giugno aveva poco più di 3000 casi giornalieri mentre a fine mese ne registra oltre 16.000. Sono saliti anche i ricoveri, ma fortunatamente non a livelli preoccupanti per minacciare la tenuta del sistema sanitario nazionale.

Ci sono fasce d’età più a rischio di altre?

La discriminante in questo caso è data dalla piena protezione fornita dalle vaccinazioni. La maggior parte degli individui più anziani oggi tendono ad essere già vaccinati con due dosi, mentre i più giovani spesso hanno ricevuto solo una dose o la attendono ancora. Ciò significa che le fasce d’età più giovani sono potenzialmente più esposte al rischio di infezione. Mediamente il sistema immunitario è più forte nei giovani rispetto agli anziani, quindi la probabilità di sviluppare forme gravi o fatali di Covid-19 è minore nei giovani non completamente vaccinati rispetto a quella che si riscontra negli anziani non vaccinati. Ciononostante i giovani sono ugualmente esposti all’infezione e ciò aumenta il tasso di circolazione del virus nella popolazione, mettendo a rischio coloro che sono più vulnerabili.

Ma perché anche i vaccinati si infettano con la variante Delta?

Siccome i vaccini Pfizer e AstraZeneca proteggono rispettivamente 8 persone su 10 e 6 persone su 10 contro l’infezione da variante Delta è ragionevole aspettarsi qualche caso di infezione anche tra i vaccinati. Gli stessi vaccini però, in due dosi, proteggono molto bene da forme gravi della malattia. Questo andamento è esattamente ciò che si osserva in Israele, dove l’85% della popolazione è vaccinata. Qui sono stati registrati alcuni casi (ma contenuti) di infezione da Delta anche tra i vaccinati. In assenza di vaccinazioni la popolazione verrebbe travolta da una nuova ondata di variante Delta, cosa che non si sta verificando, proprio grazie ai vaccini.

La variante Delta nei Paesi più poveri

La variante Delta si sta diffondendo rapidamente anche negli Stati Uniti, dove la prevalenza della Alfa è passata dal 70% al 40% tra aprile e metà giugno. Anche in Italia la Delta sta velocemente crescendo: l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità del 25 giugno riporta una prevalenza del 16%, mentre nel rapporto precedente di maggio era al 4%.

Altri Paesi come Russia e Indonesia stanno registrando un aumento dei contagi, In Australia e Portogallo sono state adottate restrizioni agli spostamenti, ma chi rischia drammaticamente di venire travolto dall’ondata di variante Delta sono i Paesi più poveri in cui le campagne vaccinali devono ancora decollare. Il direttore generale dell’Oms aveva parlato lo scorso maggio di una “scandalosa disuguaglianza” nella distribuzione di vaccini tra Paesi ricchi, dove sono state somministrate l’85% delle dosi, e i Paesi poveri, che fin’ora hanno avuto a disposizione dolo lo 0,3% dei vaccini prodotti nel mondo.

Meno del 5% della popolazione in Africa ha ricevuto una dose di vaccino e l’obiettivo di vaccinare almeno il 10% del continente entro settembre verrà sicuramente mancato. Delta è già stata identificata in Congo, Malawi, Uganda e Sud Africa, riporta Nature.

Non solo mancano i vaccini, ma in Africa sono carenti sia le capacità di tracciamento sia quelle di sequenziamento. Quest’ultimo tuttavia, sembra un lusso anche per molti Paesi occidentali. In Europa, Regno Unito e Danimarca sono gli unici Paesi che hanno investito adeguatamente sulle capacità di sequenziamento. In Italia abbiamo strutture estremamente capaci, ma manca una rete che riesca a metterle a sistema.

Così parlava delle varianti lo scorso aprile a Il Bo Live, Davide Cacchiarelli, genetista del Tigem, l’Istituto Telethon di genetica e medicina di Pozzuoli. “La variante inglese ha un alto tasso di infettività e in Europa sta prevalendo sulle altre varianti perché ha una maggiore fitness evolutiva [ovvero una maggiore capacità di riprodursi e diffondersi]. Finché non trova individui vaccinati la variante inglese si diffonde, ma abbiamo visto che contro questa variante il vaccino funziona e quindi ne ridurrà la fitness. Mi aspetto allora che quando ci saranno molti più vaccinati potrebbero prendere piede le altre varianti, che essendo capaci di sfuggire alle difese del sistema immunitario vanno tenute bene sotto osservazione”.

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