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Medicina a Padova nei secoli: Francesco Cortese, il rettore che collezionava teschi

Proveniva da una facoltosa famiglia di Treviso e, in principio, sembrò essere destinato alla carriera militare. Tuttavia, caduto Napoleone, Francesco Cortese (1802-1883), già sottoufficiale, lasciò le scuole militari e tornò a Treviso. Finite le scuole secondarie tradizionali, continuò con gli studi medici e nel 1818, a 16 anni, s’iscrisse all’Università di Padova laureandosi nel 1823, dopo un brillante curriculum scolastico. In quegli anni, il Veneto era dominazione austriaca e l’Università di Padova, di conseguenza, profondamente influenzata dalla Scuola Viennese. I giovani più promettenti, che pianificavano una carriera universitaria, non potevano esimersi dal frequentare per un periodo tale scuola. La quale, a prescindere da considerazioni di carattere politico, era fra le più all’avanguardia d’Europa, soprattutto per gli studi anatomo-patologici, chirurgici e clinici. Anche Cortese, dunque, fu inviato a Vienna, all’età di 23 anni, per frequentare un corso di perfezionamento chirurgico presso i noti maestri Vincenz von Kern e Joseph Wattmann. Ritornato in patria, fu chirurgo provinciale della delegazione di Venezia dal 1828 al 1838, quando vinse, per pubblico concorso, la cattedra di anatomia all’Università di Padova, lasciata vacante alla morte di Floriano Caldani. Nel 1828, in realtà, aveva già vinto un concorso universitario a Padova per l’insegnamento di clinica chirurgica, ma non poté assumere il ruolo perché la cattedra fu assegnata, per trasferimento, a Bartolomeo Signoroni, che giungeva da Pavia.

Cortese, dunque, fu docente di anatomia dal 1838 al 1848 e in seguito supplente alla cattedra di clinica chirurgica alla morte di Signoroni, fra il 1844 e il 1845. Avrebbe ricordato questo periodo come il più gratificante di tutta la sua vita, anche se poté lavorare solo per un decennio nella scuola anatomica padovana, della cui tradizione andava tanto fiero. Gli eventi del 1848 cambiarono radicalmente la sua vita, rendendolo uno dei più importanti medici militari del periodo risorgimentale.

Dal 1815 Veneto e Lombardia erano stati annessi all’Austria come Regno lombardo-veneto. Al principio del 1848, in seguito alle rivolte d’indipendenza in tutt’Europa, in Italia, e soprattutto a Vienna, gli studenti dell’Università di Padova si schierarono per l’indipendenza dagli Austriaci fino al celebre scontro con le milizie straniere l’8 febbraio 1848. Il Cortese, che proprio in quell’anno era stato eletto rettore, difese apertamente i suoi studenti e il loro gesto di libertà, tanto che “fu annotato nei libri neri della polizia e perseguitato”. A Padova, appoggiato dalle milizie “italiane”, si formò un Comitato di governo al quale partecipò lo stesso Cortese. Dopo questi primi successi, tuttavia, la libertà fu nuovamente repressa, sicché Cortese decise di riparare a Venezia con la famiglia, dove continuava con successo la lotta d’indipendenza. La sua precoce educazione militare ebbe certamente un peso notevole nella nomina a medico del terzo reggimento lombardo, ruolo che ricoprì anche durante la “fatale” battaglia di Custoza. Cortese poi si ritirò dal Veneto e offrì al governo piemontese i suoi servigi, venendo ammesso come chirurgo maggiore dell’ospedale di Torino e successivamente dell’ospedale di Asti. Da quel momento cominciò la sua ascesa professionale come medico militare, che lo vide partecipare alle ulteriori campagne di guerra del 1849 e del 1859-61. Nel 1873, fu nominato presidente del Consiglio superiore di Sanità, carica che mantenne fino al 1880, quando lui stesso chiese di ritirarsi per problemi di salute: una ischemia cerebrale gli aveva lasciato difficoltà di parola e fu colpito progressivamente da paresi. Ottenne molti riconoscimenti e medaglie militari, oltre a essere nominato, nel 1877, professore emerito dell’Università di Padova. Morì a Treviso il 24 ottobre 1883.

Come docente di anatomia a Padova, Cortese si adoperò per la modifica, in parte ancora visibile, del teatro anatomico cinquecentesco e per l’allestimento del museo anatomico ad esso attiguo, del quale oggi rimane solo una curiosa collezione di crani esposta nell’aula di Medicina di Palazzo Bo. Per quanto riguarda il teatro, Cortese fece sopraelevare il piano su cui poggiava il tavolo settorio, costruendo un nuovo livello ligneo mantenutosi fino ai giorni nostri. Infine, si adoperò per la realizzazione di un lucernario, che tuttavia solo qualche anno dopo fu demolito, ripristinando l’antico soffitto del teatro.

La collezione di crani, cui si accennava, è invece composta da resti appartenuti a precedenti docenti dell’Università di Padova. Nel corso degli anni si è tramandata una leggenda, secondo la quale questi professori vollero donare il proprio corpo alla scienza e in virtù di questa generosità i loro crani sono ancora esposti al pubblico. Si tratta, tuttavia, di una storia priva di fondamento. Infatti, Cortese e il suo collega e successore alla stessa cattedra Giampaolo Vlacovich pubblicarono, nel 1881, un articolo dal titolo Di alcuni cranii di scienziati distinti che si conservano nel Museo anatomico dell’Università di Padova e che appartennero alla sua Scuola. In questa memoria, si scopre che Cortese iniziò la collezione per caso, entrando in possesso del cranio di Santorio Santori, docente di medicina teorica a Padova fra 1611 e 1624. Il Santorio era originariamente sepolto presso la Chiesa dei Servi di Venezia e quando questa fu demolita, nel 1812, la cassetta contenente le sue spoglie fu affidata a Francesco Aglietti, noto medico ed erudito veneziano. Già questo fatto consente di provare l’infondatezza della leggenda relativa alla donazione del corpo alla scienza. Di Santorio, infatti, ci è giunto il testamento, e in esso non c’è alcun cenno a una eventuale volontà di questo tipo. Alla morte di Aglietti nel 1836, la vedova donò a Cortese la cassetta con le spoglie di Santorio, perché le studiasse, pensando con ciò di interpretare la volontà del marito defunto. Al cranio di Santorio, sostiene Cortese, “aggiunsi di poi gli altri sei seguenti, che ebbi cura di raccogliere e conservare finché fui professore”: erano quelli di Salvatore dal Negro, Antonio Meneghelli, Floriano Caldani, Stefano Gallini, Pier Luigi Mabil e Bartolomeo Signoroni, vissuti a cavallo tra Sette e Ottocento. Gli ultimi due della collezione, cioè Giacomo Andrea Giacomini e Carlo Conti, furono raccolti dai suoi “successori”, come ci informa l’anatomista.

La maggior parte dei crani appartenevano a persone che Cortese aveva conosciuto in vita e alle quali era legato da rapporti di stima, a volte persino d’amicizia. Ciò che ai nostri occhi può sembrare un gesto macabro – quello cioè di conservare una collezione dei crani dei propri amici defunti – veniva esplicitamente dipinto da Cortese come un gesto di rispetto, d’affetto, di riconoscenza, quasi di venerazione. Si deve contestualizzare la collezione di Cortese in un’epoca profondamente diversa dalla nostra, nella quale s’intrattenevano con la morte e con i resti mortali rapporti per noi, ormai, del tutto impensabili. Infine, è da sottolineare che lo scopo di Cortese era quello di praticare misurazioni antropometriche sui crani per verificare le teorie frenologiche e antropologiche in voga in quel periodo.

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