SCIENZA E RICERCA

In Russia anche la ricerca è in pericolo

La Russia di Putin è un posto sempre più pericoloso non solo per politici di opposizione, giornalisti e artisti, ma anche per gli scienziati. Secondo un’inchiesta pubblicata su Science dalla giornalista scientifica Olga Dobrovidova infatti una coltre sempre più fitta di paure e sospetti, alimentata dall’occhiuta sorveglianza poliziesca e da una rete di delatori, avvolge ricercatori e istituzioni scientifiche, soffocando un settore che fin dai tempi dell’Urss godeva di grande prestigio. 

Del resto lo si poteva ben mettere in conto, se la libertà in tutte le sue forme più che il presupposto è il nucleo fondamentale di ogni attività di ricerca, a partire da quella scientifica. L’articolo mette insieme alcune storie, alcune con nome e cognome e altre anonime, di chi lascia il Paese e di chi prova invece in qualche modo a resistere. Alla prima categoria appartiene l’astrofisico Yuri Kovalev, già in forza al prestigioso Istituto di Fisica Lebedev dell'Accademia Russa delle scienze, prima di decidere di partire per la Germania poco dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Una perdita consistente non solo per la scienza russa ma anche per il progetto internazionale RadioAstron, sorta di gigantesco telescopio virtuale che collega a un satellite russo una catena di antenne radio sparse in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, che stava producendo immagini ad alta risoluzione avanzatissime, tra cui quelle dei getti emessi dai buchi neri supermassicci al centro delle galassie.

Un progetto al momento congelato, come lo sono molti altri soprattutto nel settore aerospaziale. Già pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina il consiglio dell’Agenzia spaziale europea aveva deciso di sospendere ExoMars, doppia missione a guida italiana in collaborazione con Roscosmos, l’agenzia russa, la quale doveva fornire il veicolo lanciatore e il lander. Oggi il programma va avanti ma senza Mosca, mentre il lancio previsto per settembre 2022 è stato al momento rimandato al 2028. All’inizio si era inoltre temuto per la stessa sopravvivenza della Stazione Spaziale Internazionale, che invece è stata confermata almeno fino al 2028, anche se Vladimir Putin non rinuncia al sogno di tornare ai tempi della gloriosa Mir con una struttura completamente sotto il suo controllo. 

La situazione è tale che persino il CERN ha annunciato che nel 2024 taglierà i ponti con la Federazione Russa e la Bielorussia, chiudendo le relazioni con oltre 1.000 scienziati. Il problema però non riguarda solo il rischio dei ricercatori russi di essere sempre più marginali, ma anche le conseguenze di una rottura di queste proporzioni in seno alla comunità scientifica, che dopo il crollo delle ideologie nell’ultimo trentennio si era sempre più globalizzata. Dal canto suo il governo di Mosca cerca di rimpiazzare i fondi internazionali perduti e di rafforzare le partnership con Cina e India (come registrato già all’inizio per il 2022 da una ricerca condotta sul database Scopus pubblicata su Nature ), per le quali però non esiste ancora una tradizione comparabile di relazioni scientifiche a quella con l’Occidente. 

Intanto anche sul fronte interno la situazione è sempre più difficile, con le sanzioni che influiscono persino sull'approvvigionamento delle strumentazioni dei laboratori, mentre la stretta del Cremlino su dissenso e libertà di parola rende rischiosa qualsiasi presa di posizione. In un primo momento infatti buona parte dei ricercatori russi, sia in patria che all’estero, si era schierata contro l’invasione: “Direttamente possiamo fare ben poco, non di meno è importante parlare con chiarezza e mostrare l’unità degli scienziati al di là dei confini – aveva spiegato a Il Bo Live il biologo evoluzionista Eugene Koonin poco essersi dimesso dall’Accademia Russa delle scienze –. Molti ricercatori russi, specialmente i migliori, non hanno nulla a che fare con le politiche aggressive del loro governo e sono anzi da questo tenuti sostanzialmente in ostaggio. Chi ha il privilegio di vivere in Paesi liberi e democratici dovrebbe sostenerli, e sostenere ancor di più in maniera concreta i ricercatori ucraini, nel momento in cui il loro Paese, incluse le istituzioni scientifiche, viene distrutto”.

Presto però anche sul mondo accademico era spirato il vento della repressione. I docenti e i ricercatori che ad esempio hanno firmato la lettera aperta contro la guerra sono stati successivamente oggetto di vessazioni come la sospensione dal servizio e dai finanziamenti, il licenziamento e persino le minacce personali. Molti hanno deciso per questo di lasciare il Paese, altri provano a rimanere per non abbandonare studenti, colleghi e tecnici, per testimoniare una forma di resistenza al regime oppure per preservare e presidiare in qualche modo le strutture scientifiche del Paese: secondo alcuni dati riportati dall’articolo su Science una quota tra l’11% e il 28% degli sviluppatori di software russi sarebbe espatriato dall'inizio della guerra, mentre oltre il 50% degli scienziati sotto i 39 anni desidererebbe andarsene. 

Un problema anche per tutto il mondo scientifico, dato che la Federazione Russa controlla gran parte dei territori artici, cruciali per comprendere tra le altre cose i meccanismi del riscaldamento globale. "Per affrontare il cambiamento climatico dobbiamo a lavorare in Russia con i russi", spiega a Olga Dobrovidova Ulf Büntgen, geografo presso l'Università di Cambridge che per decenni ha lavorato nella Siberia settentrionale raccogliendo dati sugli anelli di accrescimento degli alberi per i suoi studi paleoclimatici. 

L’anno scorso su questo giornale lo storico della scienza Giulio Peruzzi ha ricordato come l’universalismo sia tra i valori determinanti della scienza moderna, da tenere ben presente soprattutto in periodi in cui tornano a farsi sentire le fanfare del nazionalismo. Allo stesso tempo però molti scienziati ucraini sostengono la necessità di sanzioni ancora più severe contro le istituzioni di ricerca russe, per la ragione che anche queste contribuiscono alla ricerca bellica e quindi alle capacità militari nazionali. Rimangono insomma aperte le antiche questioni sui limiti dei conflitti – ancorché come in questo caso non dichiarato o addirittura pervicacemente negato – e su quanto la scienza, ma anche la cultura e lo sport, debbano essere considerati anche in tempo di guerra luoghi franchi rispetto alle influenze della politica e dei governi. Che fare? In seno alla comunità scientifica (ma non solo) il dibattito è aperto.

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