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Vaccini anti Covid-19 nei Paesi in via di sviluppo: tra licenze volontarie, sospensione dei brevetti e Covax

Al 6 ottobre 2021, stando alle stime di Our World in Data, sono state somministrate a livello globale 6,41 miliardi di dosi di vaccino contro Covid-19: il 46,1% della popolazione mondiale ha ricevuto almeno una dose di vaccino, ma solo il 2,4% delle persone nei Paesi a basso reddito è stata sottoposta a vaccinazione. E, se in alcuni Paesi è stato dato inizio alla somministrazione della terza dose, in altri l’inoculazione della prima è ancora molto bassa. È il caso, per esempio, di Stati africani come il Kenya, l’Etiopia, la Nigeria e la Tanzania con una percentuale di persone vaccinate con prima dose rispettivamente del 5,5%, 2,5%, 2,3% e dello 0,91%. 

“C’è una enorme disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini, peraltro prevista già un anno fa - sottolinea Gavino Maciocco, esperto di politiche sanitarie e salute globale e direttore scientifico della rivista Salute e Sviluppo, edita da Medici con l’Africa – Cuamm -. Non è dunque una sorpresa la situazione attuale, dovuta a scelte precise che si sono giocate sulla questione dei brevetti e su una loro eventuale sospensione”. In merito, il docente ricorda la proposta avanzata dall’India e dal Sudafrica sul finire del 2020, di sospendere i brevetti e di estendere le tecnologie utili a produrre i vaccini. Una possibilità, quella della licenza obbligatoria, prevista dal Trips Agreement, l’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights”). “Se allora fosse stato dato seguito a questa richiesta, noi oggi avremmo una situazione completamente diversa, perché in un anno probabilmente gran parte del mondo sarebbe stata rifornita di vaccini. Oggi invece i brevetti sono in mano a pochissime industrie, che monopolizzano non soltanto la distribuzione ma anche il prezzo, ottenendo enormi vantaggi. La cosa scandalosa è che nonostante il Parlamento europeo avesse votato a favore della sospensione dei brevetti e anche il nostro governo e quello di Biden si fossero dimostrati favorevoli a questa manovra, quando è stato il momento di decidere all’interno delle sedi opportune - fondamentalmente l’Organizzazione mondiale del Commercio - l’azione si è arenata, e si è ripiegato su due soluzioni: Covax da un lato e le licenze volontarie dall’altro”. 

Covax, Covid-19 Global Vaccine Access Facility, è un’iniziativa internazionale avviata nel giugno del 2020 e guidata dall'Organizzazione mondiale della Sanità, da Gavi Alliance e dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) allo scopo di accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini contro Covid-19 e soprattutto garantire un accesso giusto ed equo a tutti i Paesi del mondo. L’intento è anche quello di contrastare il cosiddetto “nazionalismo dei vaccini” (che porta alcuni Stati a competere anziché a collaborare).

Se queste erano le premesse, nelle scorse settimane però gli obiettivi sono stati rivisti al ribasso: la previsione di dosi disponibili è stata ridimensionata di circa il 25%, cioè da 1,8 a 1,4 miliardi di dosi. “Sono deluso, ma puntiamo alla trasparenza - ha dichiarato a Science Seth Berkley che dirige Gavi -. Un complesso insieme di fattori, tra cui ritardi normativi, problemi di produzione e il rifiuto dell'India, uno dei principali produttori di vaccini Covid-19, a riprendere le esportazioni - ha rallentato il promesso aumento delle forniture di vaccini”. L’improvviso blocco delle esportazioni, da parte dell’India, ha causato infatti l'interruzione della consegna del vaccino in molti Paesi a basso reddito. Secondo quanto riportato da Reuters, tuttavia, a breve lo Stato riprenderà le esportazioni, dando la priorità proprio alla piattaforma Covax e ai Paesi vicini.

Sull’argomento Maciocco aggiunge qualche altra considerazione: “I Paesi sono molto incerti quando si tratta di concedere finanziamenti a un’organizzazione terza. Si preferisce (e anche l’Italia è su questa linea) fare accordi bilaterali, di modo che chi dona può avere una visibilità diretta nei confronti del Paese che riceve il dono: questo è un elemento di politica estera che si è sempre messo in moto quando ci sono delle relazioni d’aiuto. Gli organismi multilaterali in questo momento non funzionano, come non funziona l’Organizzazione mondiale della Sanità, perché gli Stati preferiscono avere politiche proprie”. Secondo il docente il punto critico di un’organizzazione come  Covax è quella di unire pubblico e privato, di essere un’iniziativa promossa dall’Oms ma patrocinata dalla fondazione di Bill e Melinda Gates.

Qualche mese fa un editoriale su The Lancet sottolineava: “Una leadership e una supervisione più chiare sono necessarie per portare maggiore coesione al complesso mosaico di governi nazionali, organizzazioni tecniche (tra cui Gavi, Cepi, Oms, Unicef e Banca Mondiale), il settore privato e la società civile che mira a garantire l'accesso globale ai vaccini”.

Maciocco sottolinea che oggi la soluzione che si cerca di accreditare come la migliore è la licenza volontaria (patent pool). Una possibilità, questa, che i leader del G20 hanno accolto con favore nel corso del vertice mondiale sulla salute tenutosi a Roma il 21 maggio 2021. La Dichiarazione di Roma adottata in quella circostanza sottolinea infatti l’importanza di promuovere accordi volontari di licenze della proprietà intellettuale, il trasferimento volontario di tecnologia e know-how, e la condivisione dei brevetti a condizioni concordate reciprocamente. E anche l’Organizzazione mondiale della Sanità in questi mesi ha invitato le aziende a condividere le loro licenze

Sulla base di questi accordi, in buona sostanza, i produttori del vaccino decidono a chi concedere il farmaco in licenza per la produzione e a quali condizioni. Maciocco non manca di fare qualche osservazione “Credo sia di poco interesse per le industrie farmaceutiche fare accordi bilaterali con i Paesi più poveri, come il Burkina Faso per esempio, tanto è vero che si sta dando poco corso a questa possibilità. Diverso, invece, il discorso per i Paesi più ricchi a cui invece si può concedere la licenza in cambio di un introito economico”. Poi ci sono le licenze volontarie rilasciate a scopo “diplomatico”, come ad esempio sta facendo la Russia che ha concesso la licenza del vaccino Sputnik V a 34 aziende farmaceutiche al di fuori dei suoi confini, tra cui India e Brasile.  

Da più parti si ritiene che il modo migliore per assicurare un accesso equo ai vaccini contro Covid-19 sia quello di permettere ai Paesi del sud del mondo di produrre i propri. Le aziende farmaceutiche dal canto loro, però, osservano che il trasferimento tecnologico richiede tempo per formare la forza lavoro necessaria per sviluppare prodotti nuovi e complessi e avanzano preoccupazioni per la qualità e il tempo necessario per portare le nuove aziende a regime. Osservazioni plausibili che tuttavia, si legge su Nature, risuonano anche come una riluttanza da parte delle aziende farmaceutiche occidentali a cedere il controllo dei brevetti e della tecnologia.

La licenza volontaria potrebbe anche essere una soluzione, ma servono le infrastrutture - sottolinea Gavino Maciocco -. La richiesta avanzata da India e Sudafrica al contrario prevedeva la sospensione del brevetto, ma pure la cessione delle tecnologie per la produzione dei farmaci”. In Africa per esempio, osserva il docente, è necessario scegliere con oculatezza i Paesi in cui produrre i vaccini, privilegiando quelli con un livello di industrializzazione maggiore, come il Sudafrica, il Senegal o il Ghana. “Servirebbe individuare, dunque, tre o quattro aree all’interno del continente africano da attrezzare per produrre il fabbisogno necessario per l’intero continente. Ne consegue che anche la scelta del tipo di vaccino è da fare con attenzione, in considerazione anche del fatto che la distribuzione pesa significativamente in termini economici e rappresenta un altro limite forte al livello di copertura nei Paesi più poveri del mondo”.

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