CULTURA

Fiume 1919: l’“impresa” che divise l’Italia

Oggi Rijeka/Fiume è una tranquilla città di 120.000 abitanti appartenente alla Repubblica Croata, punto di partenza per visitare le splendide isole della Dalmazia. A prima vista un luogo improbabile per ospitare un crocevia della storia: eppure proprio qui 100 anni fa iniziò una partita decisiva per le sorti del Regno d’Italia e, in definitiva, del mondo.

La mattina del 12 settembre 1919 una colonna volontari e di disertori del regio esercito, guidati da  Gabriele D’Annunzio – ufficialmente tenente colonnello in congedo, ufficiosamente autoproclamato vate della Nazione – rompe gli indugi e parte da Ronchi (attuale Ronchi dei Legionari). Sfruttando le indecisioni dei comandi militari supera le truppe che teoricamente dovrebbero fermarla e raggiunge Fiume, dove alle ore 18:00 dello stesso giorno il poeta abruzzese, novello “comandante della città” si affaccia al balcone del palazzo del Governatorato e arringa una folla di circa diecimila persone: “nel mondo folle e vile – proclama con la solita verve – Fiume è oggi il segno della libertà”. Si tratta della prima rivolta nei cinquant’anni d’esistenza dell’Esercito e della Marina italiani, eredi della rigida tradizione militare sabauda improntata alla neutralità politica, ma anche l’inizio di qualcosa di molto più grande.

In pochi casi come a Fiume un’invenzione mediatica ha pesato così tanto sul destino di un paese intero Marco Mondini

In pochi casi, nella storia dell’Europa moderna, un’invenzione mediatica ha pesato così tanto sul destino di un paese intero. Perché questo fu, in primo luogo, la storia della ‘questione’ (e poi dell’‘impresa’) fiumana: un (masochistico ma formidabile) colpo di genio propagandistico, la creazione di un luogo capace di diventare vitale per l’identità nazionale, in grado di riassumere in sé simbolicamente l’intero senso della guerra e della pace, benché fino al 1919 ben pochi italiani sapessero della sua esistenza”. È quanto sostiene nel nuovo libro Fiume 1919. Una guerra civile italiana, pubblicato oggi da Salerno, lo storico militare Marco Mondini.

Culturalmente italiana ma al tempo stesso porto principale del regno d’Ungheria, la città era stata pressoché ignorata dall’opinione pubblica e dal governo di Roma, tanto da essere assegnata con il Patto di Londra – che segnerà l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale – alla futura entità jugoslava. Con il prospettarsi della sconfitta austroungarica però una delegazione fiumana aveva chiesto l’intervento dell’esercito italiano, generando una serie di eventi. Da allora “Patto di Londra, più Fiume” diventerà la parola d’ordine, ma anche il punto debole della diplomazia italiana, incontrando le resistenze degli ex alleati (in particolare Stati Uniti e Francia), fino al clamoroso ritiro della delegazione dalla conferenza di pace di Parigi. Siamo insomma all’origine del mito dell’umiliazione italiana, che contribuirà fatalmente agli sviluppi del dopoguerra.

La parola che Mondini usa di più per descrivere lo stato d’animo di quei giorni fatidici è isteria. Un’isteria indotta, studiata per anni a tavolino dalle menti più raffinate della propaganda per guidare i popoli europei verso la guerra totale. Ma anche un’isteria che, dopo la firma della pace, sfugge al controllo dei suoi stessi demiurghi. Troppo alte le aspettative instillate per sopportare la morte di un figlio, di un marito o di un fratello, la fame e le malattie: il dopoguerra assomiglia ben poco a quella specie di apocalisse che dovrebbe redimere tutte le ingiustizie del mondo. Così l’ostilità continua: non solo in tutte quelle ‘guerre dopo la guerra’ che punteggeranno soprattutto l’Europa orientale durante gli anni Venti; non solo nella violenza politica sempre più diffusa, ma nella stessa mentalità delle persone. Preparando il terreno all’ascesa dei totalitarismi e a un nuovo conflitto mondiale.

Di tutto questo l’‘impresa’ fiumana – in realtà una specie di scampagnata in armi per esagitati – è allo stesso tempo cartina tornasole e banco di prova. Un periodo che ha ufficialmente termine appena 14 mesi dopo la "Santa Entrata", quando il 12 novembre 1920 Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni concludono il Trattato di Rapallo. Dopo la débâcle di Parigi si tratta di una vittoria diplomatica dell’Italia, che ottiene un confine orientale sicuro (lo spartiacque alpino dal Tarvisio al golfo del Quarnaro, compresa la strategica posizione del monte Nevoso) e rintuzza le pretese jugoslave su Zara e sulle isole di Cherso e Lussino. Pochi però al momento se ne rendono conto; il prezzo da pagare è proprio Fiume, che comunque non viene consegnata ai temuti slavi ma eretta in “Stato libero”: di fatto un protettorato del Regno d’Italia. Ma di lì a poco, il 25 dicembre 1920, D’Annunzio e i suoi saranno cacciati a cannonate dalle stesse forze armate italiane guidate dal generale Enrico Caviglia.

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A Fiume intanto il “poeta-soldato”, oltre a sfoggiare lo stile di vita principesco che gli è congeniale e che svilupperà al Vittoriale, ha riaffermato al contempo il suo talento propagandistico e la sua inconsistenza organizzativa. Momento anche questo decisivo per il passaggio di consegne al giovane Mussolini, giornalista invece che letterato, ma soprattutto uomo politico con alle spalle una lunga militanza partitica e sindacale. Ma che pure non potrà disconoscere al duce pescarese una sorta di primogenitura e il ruolo di apripista.

L’impresa fiumana è soprattutto una guerra di parole, in cui D’Annunzio ha occasione di scatenare ancora – per l’ultima volta di fronte al grande pubblico della politica e dell’opinione pubblica – il suo talento immaginifico. Espressioni come “vittoria mutilata”, “città olocausta” e infine il mesto “Natale di sangue” testimoniano ancora oggi quella febbre nazionalistica che presto contagerà l’Italia intera. La vicenda non sarà infatti priva di effetti verso il nascente fenomeno dello squadrismo fascista, che proprio in quegli anni dà i primi vagiti. Tra squadristi e volontari fiumani si crea quell’osmosi, di persone e di idee, che contribuirà a gettare l’Italia nel ventennio: uno snodo fondamentale tra grande guerra e periodo successivo, che ancora oggi ci ammonisce sul fatto che certe vittorie vanno gestite con la stessa attenzione e cura delle sconfitte. A volte anzi possono costare ancora di più.

Ma gli eventi della “reggenza del Carnaro” ci rammentano anche che la difficoltà dell’Italia unitaria a gestire i rapporti internazionali arriva da lontano. Il ricordo di un grande passato, la sicurezza di avere un posto assicurato nel consesso delle grandi nazioni certe volte ha portato, anche in tempi più recenti, a delusioni cocenti. Spesso infatti i proclami di potenza si sono rivelati solo bluff facili da vedere. Ricorda per caso qualcosa?

Un secolo dalla grande guerra

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