CULTURA

L'Italia smarrita dopo la grande guerra

Nel primo dopoguerra, a guerra appena finita, inizia il grande racconto dell’esserci stati – “io c’era” dicevano i romantici, “io c’ero” si limitano a dire nel Novecento – e prende subito carattere affabulatorio. In ogni casa nasce una favola. Ma non che tutti i papà o nonni, gli ex combattenti, vogliano o sappiano raccontare favole. Questo è il grado minimo. Ci interessa lo sfondo collettivo, nel primo dopoguerra, in un quadro del tutto conflittuale. Qual è il senso della guerra appena combattuta e vinta? Parrebbe elementare proprio l’“e vinta”. Non c’è unità neppure in tal senso.

“Vittoria mutilata” grida D’Annunzio, anche qui a Venezia, perché qui alla Casetta rossa vicino all’Accademia abitava e da qui parte per l’impresa di Fiume. La storia appena vissuta si avvita sulla storia ancora da compiere, la Grande guerra non è finita, ci sono i fratelli minori che hanno visto partire i ragazzi fino alla classe del ’99 e addirittura del ’900 e che sognavano pure loro di fare la guerra vera invece di quella della via Pal. Fiume nasce anche così, non c’è più una guerra esterna ad appagare il bisogno. Ma come, perché? I documenti dicono che fu così per molti, giovani uomini o donne, Fiume fu una calamita. E questo è solo uno degli ingredienti del crogiolo ricchissimo del ’19-’20. Non ci si metta subito il fascismo che per il momento non sa neanche chi sia, il primo programma del fascismo del marzo ’19 è sinistrissimo, per esempio repubblicano – in una monarchia non è poco, poi gli passa –, ed è molto avanzato anche sulla condizione femminile. E la costituzione fiumana ideata dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, tra ’19 e ’20, è più avanzata della nostra Costituzione repubblicana. Tutti un po’ giocavano un po’ affettavano di preparare la rivoluzione. Per posizionarsi sul mercato politico era da mostrarsi rivoluzionari e anche il fascismo lo fa. Marinetti e gli altri futuristi che vanno a Fiume pretendono che sinistra e destra siano finite. Già allora al di là di destra e sinistra, macché partiti: movimenti e trans-politica. Nulla di nuovo sotto il sole.

Questo il quadro, sullo sfondo della rivoluzione vittoriosa in Russia del 1917. Gli ex neutralisti di sinistra mal si riconoscono all’interno della vittoria appena raggiunta. La situazione strana è che la rivoluzione c’è nei paesi vinti, l’Italia è un paese vincitore ma ha conati o attese di rivoluzione per una serie di ragioni che qui esulano dal tema. Dico solo che tra ’19 e ’20 c’è un groviglio di attese indifferenziato per cui è molto difficile per il racconto della guerra prendere dei tratti significativi. Lo stesso significato della guerra, si chiedono. Tutti noi abbiamo imparato alle elementari e alle medie che era la guerra per Trento e Trieste, non è cosí? E dov’è Bolzano nella nostra memoria scolastica? Eppure l’abbiamo presa, perché? C’entra con la liberazione di Trento e Trieste prendere una città e delle valli sicuramente tirolesi e tedesche? Non c’entra con l’interventismo liberaldemocratico, con la quarta guerra d’indipendenza nazionale che volevano Battisti, Salvemini e Bissolati e qualche altro, magari anche Bonomi che diventa presidente del Consiglio; ma c’entra, eccome, con i nazionalisti, pochi ma sempre più forti e che saranno cuore e nerbo intellettuale del fascismo avanzante, come Alfredo Rocco, testa pensante del nazionalismo che farà il Codice Rocco. Per i nazionalisti Bolzano è solo la metafora del chi vince prende tutto quel che può. Si è sempre fatto così, così Roma, così hanno fondato le nazioni. Ci piacerebbe pensare il contrario, che avesse ragione Giuseppe Mazzini che le nazioni sembra quasi trovarsele in natura già belle e fatte, in realtà dietro alle nazioni neolatine ci sono processi secolari ma se tu risali il fiume fino alla fonte ahimè trovi una guerra, vittoriosa. Poi quel che può essere vero per gli Stati è molto più complicato per le persone, perché dire e pensare come i nazionalisti che in cinquecento anni anche i tedeschi saranno italiani non è proprio una gran soluzione per i singoli. Ma l’individuo fuori dallo Stato non conta per il nazionalismo o il fascismo.

Oltre ai diversi significati della guerra pur solo tra coloro che l’avevano voluta, ci sono quelli di coloro che non l’avevano voluta, come i neutralisti liberali di Giolitti che, al potere per quasi 15 anni, diceva parecchio potremmo averlo dall’Austria perché l’Italia resti fuori, linea politica non realizzata ma serpeggiante. Poi c’erano i cattolici, idealmente del “non uccidere”, ma più della vecchia simpatia clerico-intransigente per l’Austria di Franz Josef, l’antipatia per lo Stato laico e massonico nato con il Risorgimento e contro la Chiesa. Dentro c’era questo neutralismo, perdente nel ’14-’15. Ma non è che il 24 maggio, quando partono i fanti ci sia una nuova coscienza o modo di pensare in milioni di persone, sono mutamenti sempre più complessi. Sì, avere vinto è un bell’aiuto per stare dalla parte della guerra, ma non basta, perché c’erano i socialisti che il 20 maggio 1915 erano rimasti soli ormai a votare contro la guerra e perciò poi accusati di aver fatto Caporetto, non era vero ma il sospetto c’era. E c’è il ’17, la Rivoluzione russa, e il ’19: dei socialisti diventano comunisti, altri massimalisti restano nel Partito socialista (PSI) e c’è il famoso canto di sfida, fra minacciosa e frivola, “e noi faremo come la Russia”. Come stanno insieme la guerra appena vinta con la rivoluzione proletaria da fare? È un problema. Il fascismo metterà d’accordo tutti coattivamente. Ma anche l’entrata in guerra aveva messo d’accordo tutti a forza, non è solo dei fascisti la coazione, ma anche dei liberali, per cui a un certo punto tu sei messo in divisa e scatta il codice militare, o ci stai o ci stai, pena conseguenze ultimative governate dallo stato d’eccezione.

Un secolo dalla grande guerra

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