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Medicina a Padova nei secoli: Pietro d’Abano tra scienza e leggenda

Il duca di Montefeltro, Federico III, per decorare il proprio studio presso il Palazzo Ducale di Urbino – siamo nella seconda metà del 1400 – fece dipingere 28 ritratti di uomini illustri, fra i quali, oltre ad Aristotele, S. Agostino, Dante e Petrarca, figurava proprio Pietro d’Abano. Il dipinto in questione si trova oggi al Louvre. È vero che la notorietà quattro e cinquecentesca del medico aponense fu dovuta, almeno in parte, alla sua non meglio dimostrabile e forse soprattutto postuma, fama di mago e negromante, ma rimane indubbio il fatto che il suo nome e le sue opere restarono in primo piano nella filosofia e nella medicina europea per circa due secoli, cioè fra Trecento e Cinquecento. D'altronde anche Ruggero Bacone (1214-1294), al quale Pietro sembra ispirarsi, può considerarsi sia uno dei precursori del metodo scientifico, sia un personaggio legato all’occultismo e alle tradizioni alchemiche.

Pietro d’Abano studiò a Padova e compì numerosi viaggi che lo portarono fino a Costantinopoli. Qui si recò per imparare il greco ed essere in grado di leggere i classici nella loro lingua originale, invece che nelle traduzioni arabe o latine che circolavano a quel tempo. Nell’ultimo decennio del Duecento soggiornò e, probabilmente, insegnò a Parigi. Infine, nei primi anni del Trecento (intorno al 1302, ma forse anche fra 1303 e 1307), tornò a Padova dove fu nominato docente di medicina e filosofia nell’università cittadina.

In tre diverse occasioni fu accusato presso il tribunale dell’Inquisizione: nel 1303-1304, nel 1306 e nel 1312. Della prima accusa non si sa molto. Della seconda, è noto che si trattò di una denuncia di eresia e negromanzia, ma senza la certezza che tale accusa abbia portato a un vero e proprio processo. Anche la terza denuncia fu di eresia, sebbene non si possa stabilirne esattamente il contenuto.

Gregorio Piaia illustra la relazione tra astrologia e medicina nel pensiero di Pietro d'Abano. Servizio di Monica Panetto ed Elisa Speronello

Pietro d’Abano morì mentre il dibattimento era in corso, ma probabilmente alla fine fu assolto, dato che i familiari poterono entrare in possesso della sua eredità. Il testamento di Pietro fu redatto da Albertino Mussato (1261-1329) e fra i testimoni è certificato Marsilio da Padova (1275-1342), attestando dunque la presenza, nel documento, di due fra i più significativi esponenti della cultura preumanistica patavina, italiana e, forse, europea. Essi, insieme a Pietro, appartenevano a un movimento volto alla riscoperta e al recupero dei testi e della cultura classica, in un periodo che, secondo queste caratteristiche, costituì la base del successivo Umanesimo e della rivoluzione artistica e scientifica ad esso legata del Rinascimento.

L’opera di Pietro d’Abano fu eclettica sia per le fonti utilizzate sia per gli ambiti trattati e, anche in virtù di questa sua natura, rappresentò una prima presa di distanza dalla teologia e dalla filosofia scolastica. La sua opera principale, di stampo medico-filosofico, fu il Conciliator (1303-1310), in cui Pietro esaminava 210 questioni (“differentiae”) di medicina pratica e teorica tentando di “conciliare” le opinioni degli autori antichi, classici e arabi, e di quelli moderni. Il testo ebbe 17 edizioni fra il 1472 e il 1621, che lo rende uno dei testi universitari più importanti d’Europa in questo lungo periodo. Nel Conciliator, oltre alla grande importanza riservata agli astri nell’influire sul destino degli uomini, si trova la concezione secondo la quale scongiuri, orazioni, incantesimi e sacramenti potevano avere un potere sulle malattie, perché servivano a conquistare la fiducia dell’ammalato, influendo sul suo spirito e, di conseguenza, sul suo corpo. Per quanto d’ispirazione araba, si trova una prima concettualizzazione, perlomeno in ambito occidentale, dell’importanza del rapporto medico-paziente per l’effettiva realizzazione ed efficacia delle cure. Interessante, inoltre, anche lo spazio riservato all’anatomia, definita una “incisionis scientia”. In particolare, si trova una descrizione completa dei muscoli addominali, basata sia sulle fonti classiche sia sull’esperienza diretta del medico, e per di più finalizzata a uno scopo pratico, cioè all’esecuzione del “bezel”, ossia l’evacuazione di liquido addominale.

Per capire l’importanza, data da Pietro, alla verifica delle fonti e in generale al “controllo” della conoscenza attraverso l’esperienza diretta, può essere significativo citare il suo (possibile?) incontro con Marco Polo (1254-1324), che Pietro descrive nella differentia 67. Il medico aponense volle conoscere, di persona, il noto viaggiatore proprio per metterlo alla prova, attraverso le sue domande, sulla veridicità dei suoi racconti, oltre che per confermare alcune teorie geo-astronomiche apprese dalle fonti arabe. Pietro fu colpito a tal punto dalla conversazione, che definì Marco Polo come il più grande navigatore dell’orbe terrestre e il più diligente osservatore. Per concludere, l’aspetto più innovativo della produzione scientifica di Pietro, sta proprio nel controllo della conoscenza. Al suo tempo, la conoscenza era intesa essenzialmente come lettura e studio delle fonti canoniche, principalmente arabe, direttamente o indirettamente classiche che fossero. Pietro non sconvolge questo schema, ma lo riforma dall’interno. Egli è fra i primi, per esempio, a dimostrare insoddisfazione nei confronti delle traduzioni arabo-latine dei testi scientifici greci e a comprendere la necessità di rivolgersi agli originali. Fu fra i primi a tentare di verificare le concezioni classiche sia attraverso l’esperienza diretta sia attraverso l’uso di quelle che oggi chiameremmo fonti secondarie, cioè gli scritti, e soprattutto l’esperienza in essi descritta, di autori a lui contemporanei e da lui considerati affidabili.

Fra il corpus delle sue opere figurano anche diverse traduzioni di testi greci che, benché letterarie e per certi versi quasi amatoriali, certificano una precoce e innovativa attenzione al recupero filologico della scienza classica. Anche rispetto a questo, Pietro sembra differenziarsi riguardo al sapere del suo tempo, caratterizzato dal semplice commento alle opere del passato, per un’attenzione al controllo diretto delle fonti del sapere stesso. Si tratta di qualcosa di nuovo che avrà un effetto dirompente sull’intera storia occidentale – filosofica, scientifica, politica e persino religiosa – nei due secoli successivi.

Nei secoli XIII e XIV la medicina è anche filosofia, ma non solo. Uno dei temi più discussi è il rapporto della medicina con l’astrologia. E Pietro d’Abano dette un importante contributo su queste tematiche. A Padova ad esempio, il ciclo pittorico dominato da temi astrologici di Palazzo della Ragione sembrerebbe essere ispirato, secondo alcune ipotesi, proprio alle dottrine scientifiche e medico-astrologiche del medico aponense. Il ciclo originale, risalente alla fine del primo decennio del 1300 e dipinto da Giotto di Bondone, è andato perduto per un incendio nel 1420, ma quello realizzato successivamente è in gran parte ispirato, a parte alcuni dettagli politici, a quello andato distrutto.

Pietro d’Abano, sia detto per inciso, cita Giotto come esempio di grande ritrattista nella sua Expositio in problematibus Aristotelis, facendo pensare in questo modo una possibile conoscenza diretta dello straordinario pittore. Il fatto poi che entrambi risiedessero a Padova nello stesso periodo depone ulteriormente a favore dell’ipotesi di una loro frequentazione. Sembra persino che si possa trovare una corrispondenza fra le caratteristiche dei volti ritratti da Giotto presso la Cappella degli Scrovegni e le teorie fisiognomiche di Pietro, il quale sosteneva che la fisionomia fosse uno specchio dell’anima, in particolare riguardo alla bruttezza dei lineamenti esteriori come indicazione di trivialità interiore, e viceversa.

Per quanto riguarda le concezioni astrologiche di Pietro, è doveroso sottolineare che i suoi studi mirassero a spiegare in modo scientifico l’influenza degli astri sul destino, sulla salute e sulla malattia dell’uomo, attraverso cioè l’ipotesi che da essi emanasse un’energia fisica (calore, movimento) in grado di determinare concretamente ed effettivamente la natura e, quindi, il destino, degli individui. Il ciclo astrologico di Palazzo della Ragione, dunque, raffigura i segni dello zodiaco e i pianeti del sistema solare corredati dalla raffigurazione dei loro “poteri” sul carattere e sul destino degli uomini, oltre che una miriade di altre figure legate anche alla religione (come i 12 apostoli). Tali raffigurazioni ebbero una tale importanza da fare di Padova la capitale dell’immagine astrologica del tardo Medioevo italiano.

 

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