CULTURA

Le tratte degli schiavi: dall’Africa sub-sahariana all'Africa mediterranea

Nel 1619, 400 anni fa, l’imbarcazione olandese White Lion attraccava sulle coste degli Usa, più precisamente in Virginia nella città di Jamestown. Gli olandesi avevano conquistato il prezioso carico, che avrebbero scambiato in terra americana con cibo e provviste, durante una battaglia navale con gli spagnoli. Si erano aggiudicati 20 africani, precedentemente asserviti agli spagnoli, che avrebbero lavorato come servi a contratto per un certo periodo di tempo, prima di essere liberati e di ottenere un pezzo di terra – perlopiù non fertile – da coltivare.

Questo evento portò gradualmente al traffico di uomini e donne africani noto come tratta Atlantica. Inizialmente servi a contratto, così come irlandesi, scozzesi, inglesi e tedeschi che pagavano la loro traversata dell’oceano Atlantico prestando servizio con le stesse modalità, presto sarebbero diventati delle merci umane, segnando indelebilmente la storia.

Questo fenomeno storico interessò il periodo tra il XVI e il XIX secolo, ma prima ancora, il continente africano, conobbe il commercio degli schiavi attraverso la tratta Transahariana, la tratta dall’Africa orientale all’oceano Indiano e, nello stesso periodo di quella atlantica, ci furono le tratte degli Stati barbareschi nel Mediterraneo. Il Bo Live propone, quindi, una serie di articoli di approfondimento su queste tratte degli schiavi – forse meno note rispetto a quella Atlantica. Abbiamo contattato Bianca Maria Carcangiu, docente di Storia e istituzioni dell’Africa all’università di Cagliari e fondatrice di Affrica, centro di Studi africani in Sardegna.

La tratta Transahariana

Innanzitutto, come ci spiega Carcangiu, è necessario ricordare che l'Africa non è un paese, ma un grande continente e, in quanto tale, non è omogeneo: “Molti storici, infatti, preferiscono utilizzare il termine al plurale Afriche per sottolineare la peculiarità delle regioni e delle aree che fanno parte di questo continente. La schiavitù, in Africa, rappresentava una forma radicale di sfruttamento della forza lavoro”.

“Questo tipo di schiavitù, ovviamente, non era praticato solo nel continente in questione, ma faceva parte di tutte le società preindustriali. Era più facile riscontrare il ruolo dello schiavo nelle società fortemente gerarchizzate: ad esempio, in Mauritania si parla di schiavitù radicata ancora alla fine del secondo millennio, inizio terzo millennio, con la presenza degli schiavi Haratin. Il Regno Ashanti (si estendeva dal Ghana centrale agli odierni Togo e Costa d’Avorio ndr), anch’esso con una struttura fortemente gerarchizzata, era schiavista e sul commercio di oro e schiavi (con gli europei ndr) costruì la propria ricchezza”.

Sahel: pianura costiera; per estensione, le aree di contatto fra deserto e steppa. Si estende interessando porzioni più o meno estese di Senegal, Mauritania, Mali, BurkinaNigerNigeriaCiadCamerun, Sudan, Etiopia ed Eritrea (cui alcuni vorrebbero aggiungere SomaliaKenya, dove si ripropongono condizioni ambientali analoghe).

“Tuttavia, lo schiavo, all’interno delle comunità africane, non era una merce come poi lo è diventato nelle tratte schiaviste, era una persona che faceva parte della propria comunità nel suo ruolo di schiavo, occupando l’ultimo gradino sociale – assieme alle donne, generalmente – in un secondo momento poteva diventare libero, trovare un partner e dare vita a della prole che nasceva libera. Comunque, non si trattava di una schiavitù morbida, si sottostava al lavoro forzato. Lo schiavo nella tratta è una merce che può essere acquistata o venduta. Veniva delocalizzato, sradicandolo dai suoi legami famigliari e sociali, strappato al suo ambiente di origine. Le persone venivano intercettate tramite dei raid e poi trasportate in un’altra parte del mondo o dello stesso continente, com’è stato durante la tratta Transahariana”.

L'Impero del Ghana - By Luxo - Image:BlankMap-World gray.svg, CC BY-SA 3.0, Link; L'Impero del Mali - CC BY-SA 3.0, Link; L'Impero Songhai - Roke~commonswiki assumed (based on copyright claims). CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.

“Questa iniziò fra l’VIII e il IX secolo d.C. e durò, all’incirca, fino ai primi anni del XIX secolo. I mercanti, generalmente berberi, partivano dal nord Africa e giungevano nell’Africa subsahariana, in quella zona del Sahel dove già si erano formati i grandi imperi dell’Africa occidentale: il Ghana, il Mali e il Songhai. La merce di scambio che portavano era il sale, sotto forma di lastroni che venivano caricati ai lati dei dromedari. Le miniere di sale si trovavano a Sijilmāsa, nell’Africa mediterranea. Queste carovane, che trasportavano non solo il sale, ma anche altre paccottiglie, potevano impiegare anche un anno di tempo ad arrivare a destinazione. L’intreccio di tutte quelle vie carovaniere che si dipanavano all’interno del Sahara, il più grande deserto a livello mondiale, formavano quello che oggi potremmo definire un social network”.

I berberi sono le popolazioni originarie dell’Africa mediterranea, che erano state conquistate dagli arabi nel VII secolo, subendo un processo – che durò fino all’XI secolo – di islamizzazione e arabizzazione Bianca Maria Carcangiu, docente di Storia e istituzioni dell’Africa all’università di Cagliari e fondatrice di Affrica, centro di Studi africani in Sardegna

“Inizialmente, alle comunità e poi ai regni sub-sahariani, davano le loro merci in cambio di oro, un metallo prezioso che interessava molto non solo l’Africa settentrionale, ma anche i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Pian piano entrò nell’uso comune anche lo scambio di schiavi, in cambio del sale e delle altre merci. Ancora non si sa se furono più le donne rispetto agli uomini a essere vittime di questa tratta, comunque queste andavano a far parte degli harem delle province Ottomane: Algeri, Tunisi e Tripoli (il Marocco non cadde mai sotto il dominio dell’Impero Ottomano). Gli uomini, invece, o facevano parte degli harem come eunuchi, oppure andavano a finire nelle fila della guardia reale, costituendo l’elemento più fedele al sovrano”.

“Si è sempre ipotizzato che il deserto del Sahara avesse rappresentato una sorta di muro di incomunicabilità tra l’Africa settentrionale e l’Africa sub-sahariana, invece, se noi identifichiamo nella cartina geografica le piste che si crearono, riusciamo a capire che il deserto fu non un muro, ma un veicolo portatore di cultura, di merci e di religione. Questi mercanti berberi, portarono con loro anche la religione musulmana, ed è così che l’Africa occidentale conobbe l’Islam”.

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