SCIENZA E RICERCA

Rapporto di sintesi dell’IPCC: ogni decimo di grado conta

“Le opzioni per ridurre le emissioni di gas serra e adattarsi ai cambiamenti climatici causati dall'uomo sono molteplici, fattibili ed efficaci, e sono disponibili ora”. È questo il messaggio del rapporto di sintesi dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, pubblicato lunedì 20 marzo. Si tratta dell’ultimo testo di chiusura e ricapitolazione dei tre documenti, pubblicati tra 2021 e 2022, che compongono il sesto rapporto di valutazione dell’IPCC (AR6). Il primo (WG1) riassume le più avanzate conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico. Il secondo (WG2) elenca gli impatti del riscaldamento globale accostandoli alle vulnerabilità dei sistemi naturali e sociali, in vista di programmare l’adattamento. Il terzo (WG3) analizza le soluzioni per la mitigazione e individua quelle più vantaggiose.

Il rapporto di sintesi appena pubblicato ribadisce le conclusioni più importanti di ciascuno di questi documenti e incalza i decisori politici, le aziende e tutta la cittadinanza a agire in fretta, perché le soluzioni ci sono ma la finestra per una loro efficacia si sta facendo sempre più stretta.

“Dalla lettura dei rapporti emergono tre sentimenti: gravità, urgenza, ma anche speranza” ha detto Lucia Perugini, ricercatrice del Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (focal point IPCC per l’Italia) nella presentazione italiana del rapporto organizzata da CMCC.

Gravità perché molti ecosistemi non potranno adattarsi a un clima più caldo di 1,5°C. Urgenza, in quanto gli impegni presi dopo gli accordi di Parigi non sono sufficienti, si rischia di arrivare a 3,5°C nel 2100, mentre dovremmo raggiungere il picco di emissioni entro il 2025 e dimezzarle entro il 2030. Speranza, perché c’è spazio per soluzioni, ce ne sono molte e tutte vanno messe in campo. Ma gli investimenti devono aumentare dalle 3 alle 6 volte”.

Creato nel 1988 dalla World Metorological Organization e dall’UNEP (il programma ambientale dell’ONU), l’IPCC non produce direttamente ricerca ma raggruppa le informazioni scientifiche già esistenti. È un lavoro di metanalisi, si dice, ed è anche la migliore sintesi del consenso scientifico sul cambiamento climatico a disposizione.

Il primo rapporto di valutazione dell’IPCC (Assessment Report) è uscito nel 1990 ed è stato la base del UNFCCC, il programma quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici. Ogni sei anni circa viene aggiornato: il quinto rapporto, uscito nel 2014, ha fornito le fondamenta scientifiche per gli accordi di Parigi del 2015. Al sesto rapporto di valutazione, pubblicato tra 2021 e 2022, hanno partecipato non solo quasi 800 scienziati, ma anche i governi nazionali, i cui delegati hanno lavorato alla revisione del testo rivolto ai decisori politici (summary for policy makers): “quello è negoziabile, ma non la scienza che ne sta alla base” ha detto Lucia Perugini.

Proprio le conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico, contenute nel primo documento del sesto rapporto (AR6 WG1) dicono che il riscaldamento globale è inequivocabilmente generato dalle emissioni prodotte dall’uomo, e principalmente dal sistema energetico retto dai combustibili fossili quali gas, petrolio e carbone, e che le temperature del pianeta sono già aumentate di 1,1°C dall'era pre-industriale. “A inizio degli anni ‘30 di questo secolo probabilmente avremo già 1,5°C di riscaldamento globale” ha detto Anna Pirani, climatologa dell’università di Ca’ Foscari a Venezia, tra le autrici del AR6 WG1 dell’IPCC. “Un bambino nato nel 2020 vedrà nel corso della sua vita molti più eventi meteorologici estremi rispetto ai suoi nonni”.

Per la regione mediterranea le cose potrebbero andare peggio che altrove. Sebbene il cambiamento climatico su scala globale farà aumentare le precipitazioni, in alcune di aree queste diminuiranno. “In area mediterranea la temperatura è già a 1,5°C, più alta della media globale” spiega Piero Lionello, professore di fisica dell'atmosfera e oceanografia all’università del Salento e tra gli autori del AR6 WG2. “La regione diventerà più arida per meno precipitazioni e meno traspirazione del suolo. Le precipitazioni estreme invece aumenteranno e aumenterà il livello del mare”.

Il riscaldamento globale ha già interessato ecosistemi marini e terrestri, la pesca e l’acquacoltura, ha aumentato le ondate di calore urbane e generato condizioni favorevoli agli incendi. “L’IPCC ha individuato 4 categorie di rischi per l’area mediterranea: più ondate di calore (terrestri e marini), una scarsa produzione agricola, risorse idriche scarse, e maggiori inondazioni costiere, fluviali e pluviali”.

I climatologi rappresentano questi rischi nel cosiddetto grafico dei tizzoni ardenti. “Ciascun sistema raggiunge valori critici di rischio a livelli diversi di riscaldamento” spiega Lionello. “Gli ecosistemi marini ad esempio vedono aumentare il rischio a livelli minori di riscaldamento rispetto ad altri: vuol dire che sono più vulnerabili al cambiamento climatico”.

“Quelle del Mediterraneo generalmente sono considerate maree trascurabili rispetto a quelle di altri mari. Questo ha favorito insediamenti e strutture a ridosso del livello del mare, ma un aumento di quest’ultimo genera maggiori vulnerabilità” continua Lionello. “Il nord Adriatico è particolarmente soggetto a tali vulnerabilità, con coste sabbiose, basse e con notevoli insediamenti. Il turismo verrà di conseguenza modellato. Voli e crociere in una prospettiva di mitigazione sono settori che possono venire fortemente penalizzati”.

Con 3°C di riscaldamento più del 50% di piante e insetti in Europa non saranno più in grado di adattarsi. I ghiacciai alpini si stanno già ritirando: siamo all’inizio di un progressivo declino che nella miglior delle ipotesi può essere contenuto per arrivare a fine secolo ad avere il 30% dei ghiacciai attuali. “Se non ci sarà una significativa riduzione delle emissioni i ghiacciai alpini scompariranno quasi del tutto a fine di questo secolo”. La disponibilità d’acqua sarà notevolmente ridotta e la produzione dei cereali in Europa, che da questa dipende, rischia di essere compromessa.

Eppure, le emissioni continuano ad aumentare: nel 2019 abbiamo sfiorato i 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, il 12% in più rispetto al 2010, il 54% in più rispetto al 1990. Le politiche attuali messe in campo dagli Stati nazionali non sono sufficienti a ridurle e anzi puntano a un aumento della temperatura globale compreso tra 2,2° e 3,5°C a fine secolo.

“Tuttavia, le azioni per il clima sono in aumento” sostiene Elena Verdolini, senior scientist del CMCC, docente di economia politica all’università di Brescia e tra le autrici del AR6 WG3. “Gli obiettivi di zero emissioni sono stati adottati da più di 800 città e più di 100 regioni. Abbiamo molte tecnologie e soluzioni comportamentali disponibili in tutti i settori per ridurre le emissioni”.

Il rapporto dell’IPCC ne inquadra diverse combinazioni possibili. “Si può rimanere sotto i 2°C scommettendo sulle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), che però ad oggi sono in fase di studio ma non disponibili. Un altro modo è investire sulle rinnovabili, che invece sono disponibili ed economiche. Un altro modo ancora è ridurre significativamente la domanda di energia”.

Probabilmente servirà una combinazione di diverse soluzioni, ma conteranno anche i comportamenti individuali: “nessuno si aspetta che calando dall’alto il CCS o soluzioni di geoingegneria che schermano il sole si risolvano tutti i problemi”. Soprattutto serviranno azioni politiche decise: “gli strumenti che regolano i prezzi si sono dimostrati efficaci nel contenere le emissioni, ma devono essere coordinati con le altre politiche economiche” secondo Elena Verdolini.

Il terzo documento del sesto rapporto di valutazione dell’IPCC contiene anche una lista delle potenziali soluzioni tecnologiche: “colore blu vuol dire che il loro impiego è economico, rosso che inizia a essere costoso, mentre la lunghezza della barra indica quante emissioni ciascuna soluzione può ridurre. Solare ed eolico ad esempio possono ridurre metà delle emissioni che possono abbassare entro il 2030 a costi contenuti”.

“Serve però maggiore investimento nelle tecnologie verdi: ci sono abbastanza capitali ma vengono investiti in soluzioni non sostenibili come i sussidi pubblici ai combustibili fossili”.

Il messaggio più importante di tutti però secondo Verdolini è che ogni decimo di grado conta: “qualunque riduzione delle emissioni è importantissima. Non è che se non stiamo sotto il grado e mezzo (e sarà difficile farlo) ogni altro esito è equivalente. Non lo è. Ogni decimo di grado di riduzione conta”.

Un chiaro esempio di si ha con la sopravvivenza delle barriere coralline: “la loro probabilità di adattarsi diventa zero solo sopra i 4-5°C” spiega Leonelli. “Agire ora potrebbe produrre il cambiamento che è essenziale per un mondo sostenibile e giusto”.

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