CULTURA

28 ottobre 1922: l’ombra nera sulla storia

28 ottobre 1922: in un’atmosfera carica di tensione migliaia di camicie nere cercano di affluire, in treno o in camion, verso Roma. Sono poco e male armate e spesso infreddolite e affamate, non hanno direttive chiare; molte non riescono nemmeno a raggiungere l’obiettivo: basta infatti un pugno di soldati del Regio Esercito, più alcuni genieri e carabinieri, a bloccarne la maggior parte a diversi chilometri dalla capitale. Intanto alle 6 di mattina si è già riunito il Consiglio dei ministri, conferendo al generale Pugliese i poteri per la difesa dello Stato. Se ci fosse uno scontro diretto non ci sarebbe storia: le squadre fasciste sarebbero presto sgominate e disperse dalle truppe regolari del morente Stato liberale. La storia però andrà diversamente.

Il 28 ottobre è l’evento più nefasto della storia nazionale, se pensiamo che da esso discendono non solo la dittatura e la soppressione delle libertà civili ma anche la seconda guerra mondiale, la distruzione del Paese e l’impossibilità per l’Italia di essere per sempre una grande potenza”, spiega nella videointervista a Il Bo Live Marco Mondini, docente di storia della guerra presso l’università di Padova e fresco autore di Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita (Il Mulino). Il nuovo libro è dedicato soprattutto alla ricostruzione e all’analisi dei presupposti e del contesto internazionale dell’ascesa al potere di Mussolini: “Spesso guardiamo alla marcia su Roma come se fosse esclusivamente un capitolo di storia nazionale – continua Mondini –. Al contrario essa è innanzitutto un frutto della grande guerra: solo dopo quest’ultima è possibile immaginare un movimento politico che sfidi militarmente il potere legittimo, e questo accade in tutta Europa, non solo in Italia. Da subito inoltre la marcia su Roma crea emuli: solo un anno più tardi, a Monaco, un certo Adolf Hitler proverà a fare lo stesso”.

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio, riprese e montaggio di Barbara Paknazar

L’ascesa e lo sviluppo del fascismo possono essere comprese, secondo l’autore, solo all’interno della storia culturale del primo conflitto mondiale, che non solo mobilita le masse ma sviluppa anche i mezzi di propaganda necessari alla loro politicizzazione: “Tutto quello che accade tra il 1919 e il 1922 non è che il frutto di quello che è successo tra il 1914 e il 1918”. Un clima da crociata e da guerra civile strisciante in cui Mussolini, grande retore ma soprattutto abilissimo giornalista, trova il brodo di coltura ideale per il suo movimento. Altro elemento fondamentale nel preparare il terreno all’ascesa del fascismo è la paura, a cominciare da quella di una rivoluzione bolscevica. Mai tentata seriamente in Italia, probabilmente impossibile a compiersi, ma per anni costantemente evocata nelle piazze e nelle fabbriche da un Partito Socialista uscito vincitore dalle elezioni del 1919. “Intendiamoci: nell’Italia dei primi anni Venti non c’è la possibilità che un movimento violento che si appelli ai principi ideologici della rivoluzione bolscevica riesca ad andare al potere – prosegue Mondini –. Certo in quel momento il partito socialista è dominato da massimalisti che tutti i giorni invocano la rivoluzione, ed inoltre esistono anche formazioni paramilitari di sinistra come le guardie rosse; detto questo i socialisti non hanno i mezzi né in fondo la volontà di rovesciare lo Stato”.

L’elemento che completa il quadro è il grande tasso di violenza, non solo politica, che caratterizza la vita del Paese: poco meno di 300 i morti ammazzati nel 1920, il doppio l’anno successivo, ma il dato è verosimilmente sottostimato. Una situazione sempre più drammatica e dominata dall’insicurezza sociale, a fronte della quale la classe dirigente liberale, che pure ha costruito e guidato il Paese fino a quel momento, si rivela sorprendentemente inetta, mentre dall’altra parte esercito e forze di sicurezza spesso simpatizzano o addirittura a collaborano con le squadre d’azione, con le quali condividono reducismo e nazionalismo. Un mix di contraddizioni in parte già visto a Fiume nel 1919, dove per la prima volta una parte delle forze armate, ripudiando una tradizione di lealismo, si era di fatto rivoltata contro una classe politica considerata disfattista e antinazionale.

Tutto quello che accade tra il 1919 e il 1922 non è che il frutto di quello che è successo tra il 1914 e il 1918 Marco Mondini

È questa la matassa che a fine ottobre Vittorio Emanuele III, messo alle strette dalle mosse di Mussolini da una parte e dalle squadre guidate dai ras locali dall’altra (non sempre in accordo tra loro), deve sbrogliare. E la scelta alla fine cade sulla soluzione che tutti oggi conosciamo: il re decide di non autorizzare la repressione dei fascisti, ma anzi consegna a Mussolini il governo del Paese. “Del resto che il partito nazionale fascista debba essere inserito nell’orbita del governo, per pacificare il Paese e normalizzare la vita pubblica, lo si dice e lo si ripete almeno dall’estate del ‘22 – puntualizza Mondini –, da quando cioè il grande ‘sciopero legalitario’ ha fatto ripiombare il Paese nel timore della rivoluzione bolscevica e ha di nuovo trasformato gli squadristi, che stavano perdendo consensi, nei paladini della patria”.

Si compie così uno dei punti di volta della storia del ventesimo secolo, del quale è ancora oggi difficile sopravvalutare la portata. E che però, a distanza di un secolo, spesso continua ad essere raccontato più con i toni della farsa che della tragedia: negli anni se ne è parlato come di “opera buffa” (Gaetano Salvemini), “rivoluzione del vagone letto” (Ignazio Silone), “goffa kermesse” (Antonino Repaci) e “parata di utili idioti” (Donald Sassoon); il film più noto sull’argomento, girato da Dino Risi con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, ha toni grotteschi piuttosto che drammatici. Non di meno si tratta di in uno dei momenti più decisivi della storia italiana: decisivo per il fascismo, che da qui vedrà l’inizio della sua ‘era’, ma anche per l’Italia, che insoddisfatta del ruolo di media potenza – nonostante sia pur sempre vincitrice della prima guerra mondiale e membro di spicco della Società delle Nazioni – alla fine della guerra si ritroverà sconfitta, occupata da eserciti stranieri e definitivamente frustrata nelle proprie ambizioni. Un’eterogenesi dei fini che in parte stiamo pagando ancora oggi.

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