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Medicina a Padova nei secoli: Giovanni Battista Morgagni

Nel 1705 a Bologna Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), originario di Forlì e laureatosi da pochi anni in medicina e in filosofia nell’università cittadina, stava vergando il suo testamento in segreto, perché temeva d’essere assassinato. Le sue prese di posizione scientifiche lo avevano messo in una situazione che lui stesso, in una delle sue autobiografie, definì come “un ginepraio”. Si era infatti schierato in favore di Marcello Malpighi, di cui si considerava un allievo spirituale grazie agli insegnamenti del maestro Antonio Maria Valsalva. Malpighi era ritenuto il padre dell’anatomia microscopica e della “iatromeccanica”, una dottrina medica che concepiva il corpo umano come una macchina e riteneva che, come tale, dovesse essere studiato. Ebbene, Malpighi con il suo approccio anatomico e meccanicistico aveva indispettito molti dei suoi colleghi e questo lo portò a subire una serie di affronti, persino un vero e proprio attentato, che lo costrinsero a cambiare università. Furono soprattutto i clinici a osteggiare le posizioni di Malpighi. Ritenevano infatti che l’anatomia e lo studio esasperato della struttura e del funzionamento del corpo umano allontanassero il medico dal suo compito principale, cioè quello di curare le malattie che erano dovute all’alterazione degli umori.

Morgagni, con la sua opera, riuscì a cambiare radicalmente l’atteggiamento dei medici clinici nei confronti dell’anatomia. Seppe trarre un profondo e positivo insegnamento dalle critiche feroci di cui fu vittima Malpighi. Con lui anatomia e clinica trovarono, per la prima volta, un fertile e definitivo terreno d’incontro, fino a fondersi. Tuttavia, se Malpighi fece del microscopio il suo principale strumento d’indagine, tanto da essere considerato il padre dell’anatomia microscopica con la scoperta dei capillari polmonari e dei glomeruli renali, Morgagni non lo utilizzò mai nelle sue ricerche perché lo considerava ancora non sufficientemente perfezionato. Si trattò, probabilmente, di una cautela ispirata dalle tante difficoltà che Malpighi dovette affrontare per imporre le sue scoperte.

Nel video: Cristina Basso, anatomo-patologa del dipartimento di Scienze cardio-toraco-vascolari e sanità pubblica, spiega l'attualità del metodo morgagnano, parla di morte improvvisa e dell'anfiteatro Morgagni, i cui lavori di restauro sono previsti per il 2020 con fondi già stanziati dall'università di Padova.

Dopo aver pubblicato una serie di straordinari trattati anatomici in cui emergeva in modo chiaro l’utilità pratica dell’anatomia, con l’opera dal titolo De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis del 1761, Morgagni dimostrava che la ricerca autoptica, applicata in modo sistematico nel confronto con le storie cliniche, era indispensabile per individuare la sede e la causa delle malattie: ciò consentì un progressivo e perenne accumulo di conoscenze in grado di cambiare la diagnosi e la cura delle malattie del corpo umano. L’empirismo di molti suoi predecessori diventava, con ciò, vera e propria scienza medica. Morgagni, data anche la sua straordinaria longevità, poté eseguire l’autopsia di centinaia dei suoi pazienti, stabilendo così precise correlazioni fra le lesioni interne riscontrate post mortem e i sintomi clinici manifestati in vita. Con ciò, Morgagni fondò la “patologia d’organo” che avrebbe trovato, due secoli dopo, una clamorosa conferma con l’avvento dei trapianti: la sostituzione di un organo malato con uno sano, proveniente da un donatore, dimostrava di essere risolutiva per la guarigione. Inoltre fu spesso in grado di comprendere, con straordinaria precisione, i meccanismi che determinavano la lesione organica e i corrispondenti sintomi clinici, per cui può essere considerato anche il padre della fisiopatologia.

Le critiche subite da Malpighi spinsero Morgagni a presentare la sua epocale innovazione in modo molto accorto. I suoi trattati, infatti, brulicano di nozioni non solo moderne, ma anche classiche, con l’esplicito fine di dimostrare che lo studio anatomico fu coltivato per scopi diagnostici e terapeutici sin dai tempi della medicina greca e romana.

Sono queste le ragioni per cui Morgagni può essere considerato il fondatore della medicina contemporanea. Il suo metodo anatomo-clinico, infatti, portò alla nascita delle specialità mediche e costituì il prerequisito fondamentale per il sempre crescente sviluppo tecnologico della disciplina. A questo riguardo basti pensare che lo strumento clinico per eccellenza, lo stetoscopio, fu successivamente introdotto da Renè Laennec proprio sulla base di quest’approccio. Tutti gli strumenti utilizzati per osservare la struttura intima del corpo del paziente in vita (come raggi X, ecografia, TAC, risonanza magnetica) e, una volta compresa la sede del male, per agire di conseguenza al suo interno, sono figli di una concezione anatomica delle malattie di radice morgagnana. Con la nascita recente degli studi molecolari, il metodo anatomo-clinico resta centrale, diventando “medicina traslazionale”, in grado di trasferire conoscenze dalla sala autoptica e dal laboratorio molecolare al letto del malato. Studi di questo tipo, sia detto per inciso, hanno permesso di identificare le spoglie dello stesso Morgagni sepolte presso la Chiesa di San Massimo a Padova. Infine, Morgagni continua a rivivere oggi nelle “conferenze clinico-patologiche”, un fondamentale metodo diagnostico-terapeutico oltre che didattico, impiegato nei migliori centri ospedalieri del mondo e in particolare a Padova, in cui i diversi specialisti si confrontano per la discussione di casi particolarmente significativi.

Com’è noto, la città del Santo è considerata la culla degli studi anatomici moderni, perché può vantare una continua sequenza, fra XVI e XVIII secolo, di straordinari anatomisti. Fu proprio per questa tradizione che Morgagni fece di tutto per essere chiamato a Padova, dopo aver lasciato Bologna. L’Alma Mater, infatti, era diventata “matrigna” nei suoi confronti: si era schierata contro Malpighi e l’ambiente era divenuto irrespirabile. Il giovane anatomista trascorse qualche anno di studi a Venezia. Qui intrattenne una serie di rapporti scientifici e personali che prepararono il suo arrivo a Padova, dove si recò spesso in quel periodo. Proprio lì Morgagni poteva contare sull’appoggio di un gruppo di conterranei emiliano-romagnoli, come Antonio Vallisneri, Domenico Guglielmini e Bernardino Ramazzini. Le sue relazioni con l’ambiente accademico patavino confermano l’accortezza che Morgagni seppe adottare nel presentare la sua rivoluzione anatomo-clinica. La sua prolusione del 17 marzo 1712, all’atto del suo insediamento alla cattedra di medicina teoricache tenne dal 1711 al 1716, quando passò a quella, tanto agognata, di anatomia – esemplifica perfettamente questo suo atteggiamento. Il testo fu pubblicato sempre nel 1712 con il titolo Nova institutionum medicarum idea. Pur trattandosi di una proposta di riorganizzazione del curriculum didattico dei medici e pur sostenendo che non fosse possibile comprendere “la natura e le cause di nessuna malattia senza le rispettive dissezioni dei cadaveri”, Morgagni delineava un programma di studi in perfetto equilibrio fra antichità e modernità, fra tradizione e innovazione, al punto di potersi vantare, in una delle sue autobiografie, che “grande e universale fu il plauso, e totale assenza di critiche: e si sa che su questo punto Padova è una città difficilissima”. Secondo Morgagni “il medico ideale dovrebbe essere perfetto nell’eloquenza e nella dialettica, esperto in matematica e filosofia, diritto canonico e civile, ben istruito in anatomia, erudito in qualsiasi altra branca della medicina e in particolare nella medicina pratica”. E ancora: “Infine ho realizzato che assistere il malato non basta per l’illustre medico che intendiamo preparare, ma che egli ha da servire la posterità con la sua propria esperienza e presentare ciò che ha appreso con la sua arte in maniera semplice e chiara”. In altre parole, la figura ideale del docente è un uomo dalla cultura universale.

L’eccezionalità della Scuola anatomica padovana potrebbe far pensare che l’introduzione dell’anatomia come base della medicina sia stato un processo privo di conflitti e discussioni, ma così non fu. L’opera di Morgagni esemplifica in modo paradigmatico il percorso travagliato che la piena affermazione degli studi anatomici dovette seguire per diversi secoli prima di vedersi positivamente concluso. Solo con Morgagni, infatti, l’anatomia comincia ad assumere un ruolo preciso in ambito clinico: prima di questo momento tale scienza rimaneva spesso confinata nelle sale autoptiche e in qualche modo era respinta dai veri e propri luoghi di cura, sia che fossero gli ospedali o le abitazioni di medici e pazienti.

Già nel corso della sua vita Morgagni godette di fama internazionale. Acclamato “principe degli anatomisti europei”, intrattenne rapporti epistolari con i maggiori ingegni del suo tempo. Fra i tanti che lo vollero conoscere e rendergli omaggio, va ricordato John Morgan, giovane medico americano inviato in Europa da Benjamin Franklin per studiare medicina a Edimburgo e nei più importanti centri continentali, che visitò Morgagni a Padova nel luglio del 1764. Tornato a Philadelphia il medico americano fondò la prima Scuola di medicina e il primo college di medici nelle allora colonie inglesi del Nord America. Come scrisse Arturo Castiglioni, la prima Scuola di medicina americana fu fondata dall’uomo che era stato ospite di Giovanni Battista Morgagni e del quale portava perfino un cognome affine.

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