SOCIETÀ

Che cosa resta? Il PNRR e la comunicazione della scienza

“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha reso evidente che la comunicazione è un’infrastruttura che fa parte integrante del processo di ricerca, non un onere amministrativo. Serve non solo a generare fiducia e a rendere conto degli investimenti pubblici in ambito scientifico, ma anche a sostenere enti di ricerca e università, comunicando in modo efficace e mirato a chi prende le decisioni. Fare comunicazione significa definire una strategia per raggiungere pubblici diversi, con linguaggi e canali differenti, poiché tutti hanno un ruolo nel sostenere la ricerca scientifica nel nostro Paese. Dalla politica alle aziende, dalle famiglie fino alla scuola”. Biologo con anni di esperienza all’estero, Giuliano Greco oggi è a capo della direzione Comunicazione e relazioni esterne dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT), dove coordina tutte le attività di comunicazione, le relazioni istituzionali, la comunicazione interna e digitale e i social media. Con Daniele Del Rio, Ilaria Manzini e Beatrice Mautino, giovedì 4 dicembre Greco interverrà  al convegno nazionale di comunicazione della scienza della Sissa di Trieste per parlare proprio del tema da cui siamo partite: Che cosa resta? Il PNRR e la comunicazione della scienza. 

Come sappiamo, il PNRR è stato concepito per rilanciare l’economia dell’Italia e nel contempo promuovere la ricerca, la salute, la sostenibilità, l’inclusione, l’innovazione digitale, attraverso la pianificazione di una serie di investimenti e riforme che il nostro Paese dovrà realizzare entro il 2026. Informare i cittadini e gli stakeholder sui progetti e le riforme del piano diventa dunque un nodo centrale, anche per questioni di trasparenza. 

Opportunità e ostacoli 

Secondo Greco il PNRR ha messo a dura prova le strutture di comunicazione degli enti coinvolti nei progetti, per la necessità di gestire una mole consistente di azioni con scadenze ravvicinate. “Il carico di lavoro è aumentato, ed è cambiato anche il modo di lavorare. Fino a quel momento eravamo abituati a muoverci su attività già concluse: una nuova pubblicazione, i risultati di un progetto, il finanziamento di una startup, un nuovo brevetto e così via. Questi sono i messaggi tipici che un ente come il nostro è solito veicolare. Con il PNRR, invece, abbiamo avuto anche il compito di creare un rapporto di fiducia con le persone rispetto al contributo che il piano di investimenti avrebbe portato alla ricerca. Si è trattato di una prova interessante che ci ha insegnato a collaborare e ha introdotto nuove modalità di lavoro”. 

Gli ostacoli però non sono mancati. “Avevamo poco tempo innanzitutto”. I progetti finanziati dal PNRR avevano una durata ben definita e circoscritta, entro la quale si dovevano prevedere anche le azioni di comunicazione. Il fattore tempo era strettamente legato alle modalità di collaborazione tra i vari enti: “Non tutte le strutture di comunicazione di università ed enti di ricerca coinvolti in progetti PNRR vanno alla stessa velocità: le difficoltà di interazione inizialmente hanno costituito un problema. In alcuni casi non c’era un linguaggio comune: le istituzioni, anche su temi scientifici, avevano abitudini comunicative diverse. All’Istituto italiano di tecnologia, per esempio, per comunicare la ricerca cerchiamo di individuare dei portavoce, selezionati e formati, in grado di sostenere un certo tipo di pubblico. La nostra non è una struttura gerarchica rigida: abbiamo un direttore scientifico e dei principal investigators che possono autorizzare PhD e postdoc a comunicare a nome del gruppo. In questo modo tutto risulta più semplice. Nelle strutture universitarie, invece, la gestione è più complessa con direttori di dipartimento, responsabili di laboratorio, ricercatori di vari livelli. Proprio questa differenza di iter approvativi e strutture gerarchiche a volte complica i processi”. 

Esempi virtuosi e occasioni perse

Nonostante le difficoltà, nel corso di questi anni sono state realizzate molte iniziative interessanti nel campo della comunicazione di progetti PNRR. Greco porta l’esempio di RAISE (Robotics and AI for Socio-economic Empowerment), un ecosistema dell’innovazione che riunisce 27 partner del mondo accademico e della ricerca, istituzioni e imprese, coordinati da Università di Genova, Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) e Istituto italiano di Tecnologia, che ha avuto lo scopo di sviluppare soluzioni tecnologiche basate su sistemi robotici e intelligenza artificiale: “Nell’ambito del progetto sono stati organizzati eventi rivolti a un pubblico generalista, non esperto della materia, che è stato coinvolto anche attraverso performance artistiche. Le iniziative dunque hanno  avuto lo scopo di abbattere le barriere tra cultura scientifica e umanistica, facendo dialogare arte e scienza”. Ne è esempio Raise Emotion, un esperimento artistico che racconta la relazione tra uomo, tecnologia e ambiente, declinando i dati del progetto in suoni, immagini e teatro. Raise the Future invece è una mostra digitale, visitabile fino al prossimo 31 novembre a Roma nell’ambito di “Roma Fotografia Future”.   

Greco sottolinea che in altri casi  sono stati realizzati, invece, eventi molto interessanti ma troppo tecnici, e questo ha posto in evidenza un’altra problematica: “A volte a occuparsi di comunicazione sono persone senza una formazione specifica. Quando arrivano fondi per la comunicazione, una struttura non abituata a usufruire di professionisti tende a ricadere sul modello consueto: conferenze scientifiche e convegni per un pubblico di settore. Nell’ambito del PNRR, però, queste sono state occasioni perse per fidelizzare gli stakeholder, non solo il largo pubblico, ma anche il policy maker che forse è stato un po' trascurato nelle azioni di questo periodo”. 

C’è da dire che alcune persone assunte con fondi PNRR hanno sviluppato competenze sul campo e si sono rese conto della mancanza di competenze comunicative negli enti: giungere a queste conclusioni, secondo Greco, è comunque un risultato positivo. “Ora c’è più consapevolezza che per comunicare progetti scientifici servono figure ibride, con competenze scientifiche utili a comprendere i contenuti dei progetti di ricerca e comunicative per rivolgersi a  pubblici diversi”.

Cosa resta? La rete

“Quello che di importante rimane dopo questa esperienza – sottolinea Greco – è lo spirito collaborativo che si è creato. Ci siamo ritrovati a lavorare insieme con l’obiettivo di far comprendere, a chi ha responsabilità decisionali, il valore del lavoro svolto nelle università e negli enti di ricerca. La rete costruita in questi anni è, a mio avviso, il patrimonio più grande: resterà, mentre i fondi prima o poi si esauriranno”.

Questo purtroppo mette in evidenza un problema di continuità. Molte persone rischiano di rimanere senza un contratto alla fine dei finanziamenti: in parte era un esito annunciato, in parte no, a seconda delle strutture, ma rimane un nodo critico. Ciò che invece continuerà a esistere è l’arricchimento culturale: “Nel campo della comunicazione molte realtà non erano abituate a confrontarsi e hanno iniziato a farlo”. È dunque un cambiamento significativo: dialogare, scambiare pratichecostruire linguaggi comuni

Un elemento decisivo è stato il fatto di lavorare con risorse condivise. Le collaborazioni tra enti non sono una novità: università, CNR e molte altre istituzioni producono insieme progetti e pubblicazioni da sempre. Tuttavia, queste collaborazioni non sono quasi mai paritarie: c’è sempre un soggetto che guida e altri che contribuiscono in misura minore. Il PNRR, invece, ha messo tutti sullo stesso piano, offrendo una disponibilità finanziaria comune da cui attingere. Questo ha permesso di pianificare e realizzare iniziative insieme allo stesso livello, senza il consueto problema di stabilire chi dovesse trovare le risorse per sostenerle.

“Questa condizione ha favorito la costruzione di ponti che, secondo me, rimarranno anche oltre la fine dei progetti. E creare ponti significa rafforzare il sistema della ricerca italiana, rendendolo più capace di parlare con una voce unitaria a chi deve decidere le politiche future. In definitiva, credo che questa sia l’eredità più solida dell’intero percorso avviato grazie al PNRR”.

Oltre il PNRR: la scienza come patrimonio comune

La scienza dovrebbe essere riconosciuta come un patrimonio comune – osserva Greco – parte integrante della cultura di qualsiasi società. Il PNRR è stato un intervento concentrato nel tempo che, per certi aspetti, ha consentito di realizzare ciò che dovrebbe essere una condizione ordinaria nel campo della comunicazione scientifica. Ha offerto un contributo concreto, perché l’immissione di risorse ha reso possibili iniziative che altrimenti non avremmo potuto concretizzare. In questo senso il piano di investimenti ha accelerato diverse azioni di comunicazione, volte anche a rendere la scienza più accessibile”.

Nel nostro Paese la cultura scientifica è poco diffusa, a differenza per esempio di quella giuridica o economica che si dà per scontata: “Sui giornali si trovano analisi dettagliate sulla manovra di bilancio o sulle riforme della magistratura, argomenti complessi che spesso vengono compresi solo in modo superficiale. Nel caso dei temi scientifici, invece, non esiste nulla di comparabile: la loro complessità ne scoraggia la narrazione sui media e il racconto si concentra sulle storie più facilmente comunicabili”. Una linea, questa, su cui spesso si muovono anche enti di ricerca o università per veicolare messaggi più ampi. 

Questo vuoto deriva anche da una formazione che dedica poca attenzione al metodo scientifico. Si è visto durante la pandemia e si vede anche oggi: “Come società fatichiamo a comprendere che la scienza non offre verità definitive, ma approssimazioni di probabilità”.

Secondo Greco esiste dunque un problema culturale di base per consentire una accessibilità completa agli argomenti scientifici. “E per colmare questo divario serve un impegno condiviso”. Gli enti di ricerca hanno una responsabilità, così come i media. Occorre una collaborazione più stretta, sostenuta dalle istituzioni, che dovrebbero investire davvero nella formazione scientifica a tutti i livelli. Solo in questo modo si potrà garantire un accesso più completo e consapevole ai temi della scienza. 


Speciale XIV Convegno Nazionale di Comunicazione della Scienza

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