SOCIETÀ

Governance ambientale globale: una strada tortuosa, ma non interrotta

Le notizie parlano chiaro: gli ultimi anni sono stati tutt’altro che facili dal punto di vista geopolitico, economico e diplomatico. E di fronte a un panorama globale sempre più complesso, la gestione della crisi ambientale – che nel frattempo continua ad aggravarsi – è scivolata in fondo alle agende politiche dei governi nazionali, focalizzati su crisi in apparenza più urgenti, come le guerre (oggi quelle in corso sono 59: mai così tante dalla Seconda Guerra Mondiale) e i conseguenti shock economici e finanziari.


Leggi anche:

Iran, escalation militare e rischi per il Medio Oriente

La fuga degli Stati Uniti dalle organizzazioni internazionali


Ma se i governi hanno riorganizzato la propria lista delle priorità, la questione ambientale rimane per molti una preoccupazione primaria e, nonostante non conquisti le prime pagine dei giornali, è ancora uno dei temi più importanti a livello internazionale. Questi anni, infatti, sono cruciali per la governance ambientale: mancano ormai quattro anni alla scadenza dell’Accordo di Parigi, sottoscrivendo il quale gli Stati membri dell’ONU hanno preso l’impegno di realizzare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Entro il 2030, dovremmo realizzare anche i 17 target del Global Biodiversity Framework, il piano globale per la tutela e il ripristino della biodiversità ratificato nel 2022.

Crisi climatica, declino della biodiversità e inquinamento non sono questioni separate e indipendenti, ma i tre ‘corni’ della crisi ambientale, della quale rappresentano tre manifestazioni interconnesse. Su questi e altri temi centrali (ad esempio la desertificazione o la gestione dell’acqua) la comunità internazionale è al lavoro, con convenzioni e trattati che monitorano le crisi e lavorano all’implementazione delle migliori soluzioni possibili, cercando al tempo stesso di rafforzare la cooperazione internazionale su questi temi.

In un rapporto(pdf) che cura annualmente, pubblicato a marzo 2026, Earth Negotiations Bulletin (ENB) ha presentato una sintesi di successi e fallimenti avvenuti nell’ambito della governance ambientale internazionale nel corso del 2025. ENB è un servizio di reportage che segue tutti i principali negoziati ambientali, finanziato dall’Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile, e grazie a questa ha uno sguardo particolarmente informato e privilegiato su come sta evolvendo il governo globale dell’ambiente.

Molti passi avanti

Nel rapporto, gli autori di ENB sottolineano come il 2025 non sia stato un anno fallimentare per la diplomazia ambientale: sono diversi, infatti, gli avanzamenti da registrare. Innanzitutto, sul versante dello sviluppo sostenibile, le Nazioni Unite hanno compiuto passi avanti nella realizzazione delle azioni individuate dal “Patto sul futuro”, firmato alla fine del 2024 da 143 Paesi. Tra le azioni intraprese dalle Nazioni Unite verso un futuro più inclusivo, sostenibile e sicuro vi sono la creazione di un Summit biennale nel quale si discuterà di come ripensare l’economia globale (anche al di là del PIL e del paradigma della crescita), la creazione di un Ufficio dedicato alle tecnologie digitali ed emergenti, e una proposta per l’istituzione di un inviato speciale presso l’ONU per le future generazioni.


Leggi anche: Un patto per il futuro


Per quanto riguarda clima e biodiversità, è noto che i rispettivi incontri diplomatici (la COP16 sulla biodiversità, tenutasi in via straordinaria a Roma nel febbraio 2025, e la COP30, tenutasi a Bélem, in Brasile, a ottobre 2025) non hanno portato a svolte sostanziali, lasciando grandi vuoti da colmare in termini di azione e ambizione. Ma in nessuno dei due casi si può parlare di un completo fallimento: durante la COP30 sul clima, ad esempio, sono stati approvati gli indicatori e gli strumenti ufficiali per valutare e attuare le misure di adattamento previste dal Global Goal on Adaptation, uno dei punti dell’accordo di Parigi. La COP16 sulla biodiversità, da parte sua, ha raggiunto un risultato storico con la creazione dell’Organo Sussidiario che si occuperà di giustizia bioculturale e darà rappresentanza alle popolazioni indigene, ancora troppo spesso messe all’angolo nei negoziati internazionali ambientali. Venendo all’inquinamento, la terza cuspide della crisi ambientale, il maggiore avanzamento è senz’altro l’istituzione di un organo intergovernativo dedicato, paragonabile a IPCC e IPBES, che si occuperà di sostanze chimiche, rifiuti e inquinamento.


Leggi anche:

Conclusa la COP30: la strada per tornare a Parigi e rispettare l’accordo sul clima è ardua

COP16, c’è l’accordo per finanziare la protezione della natura


...ma anche molti passi indietro

Sono moltissimi gli esperti, le organizzazioni non governative, gli esponenti della società civile e persino i politici che si impegnano per mantenere il multilateralismo in attività – e infatti, il multilateralismo è vivo e continua a procedere, nonostante le difficoltà. Eppure, queste difficoltà si stanno accumulando, ed è impossibile ignorare che la situazione internazionale sia, di questi tempi, piuttosto cupa.

Come scrivono gli autori del rapporto, la scelta di alcuni Paesi – su tutti gli Stati Uniti, con tutto il suo peso diplomatico, oltre che economico – di sfilarsi dai principali accordi ambientali e di cambiare la propria modalità di coinvolgimento nel multilateralismo ambientale è uno dei segnali più preoccupanti di questi anni.

Questi cambiamenti si sono riflessi immediatamente nelle sedi negoziali: uno dei casi più eclatanti del 2025 è stato il mancato raggiungimento di un accordo nella negoziazione del Summary for Policymakers del settimo Global Environment Outlook (GEO-7), il rapporto di punta del Programma ambientale delle Nazioni Unite. Tutti i rapporti di questo genere sono di solito accompagnati da un testo sintetico scritto congiuntamente dagli autori (scienziati e altri esperti) e dai rappresentanti politici dei Paesi che commissionano i rapporti. La mancanza di questo documento – la cui approvazione è stata bloccata da Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Iran – “renderà più difficile per i decisori politici tradurre in azione i contenuti scientifici del GEO-7”, sottolinea il rapporto dell’ENB.

Un simile esito fallimentare ha segnato, ad agosto 2025, la conclusione dell’ennesima sessione di negoziati per la creazione di un Trattato globale sulla plastica, da tempo in discussione ma osteggiato da un blocco di Paesi le cui economie si basano quasi esclusivamente sulla filiera degli idrocarburi. Per questi Paesi, un accordo internazionale per limitare la produzione di materie plastiche è visto come un disastro economico. Per evitare questa possibilità, hanno fatto di tutto per far naufragare i negoziati o, almeno, diluire i termini dell’accordo: e sono riusciti nel loro intento, tanto che non è chiaro se e quando ci sarà un’altra sessione negoziale, e se questo trattato vedrà mai la luce.


Leggi anche: Sono falliti (di nuovo) i negoziati per il Trattato globale sulla plastica


La tensione internazionale e il senso di sfiducia nei confronti del multilateralismo si sono tradotti anche nel vacillamento delle norme non scritte della prassi negoziale: sempre più spesso, le parti hanno messo in dubbio la buona fede degli altri Paesi; sono volate parole forti e decisamente poco “diplomatiche”; sono state usate tattiche vòlte a bloccare l’avanzamento delle discussioni (sollevare “punti d’ordine”, mettere in discussione procedure consolidate, reiterare ancora e ancora le proprie posizioni rallentando ulteriormente la macchina, già elefantiaca, del processo decisionale basato sul consenso sono stati alcuni dei metodi più in voga).

A coronamento di questa crisi, le Nazioni Unite sono sprofondate in una crisi di liquidità inedita nei quasi ottant’anni di storia dell’istituzione (compleanno che si celebra proprio nel 2026). Il motivo principale della crisi è la decisione di alcuni donatori di grande peso (tocca nominare, ancora una volta, gli Stati Uniti) di ridimensionare drammaticamente il proprio sostegno economico.

Alla fine del 2025, l’ammanco superava il miliardo e mezzo. Questo significa, essenzialmente, tagli al personale e alle attività dell’ONU e dei vari organi che ad esso fanno capo (come l’UNEP, per quanto riguarda le questioni ambientali). Nella pratica diplomatica, ciò si traduce, tra l’altro, in minore sostegno economico per la partecipazione ai negoziati, di cui beneficiano soprattutto i Paesi con poche risorse, e che quindi sono già meno rappresentati nei consessi internazionali, e meno fondi per gli eventi collaterali, che di solito rappresentano per i cosiddetti “osservatori” – giovani, indigeni, ricercatori – un modo per farsi sentire, per provare a portare le proprie istanze nelle aule dove si prendono le decisioni.

Quali prospettive per il 2026?

Osservatori esperti come gli autori dell’Earth Negotiation Bulletin si aspettano diverse novità nel corso di quest’anno: lo scioglimento della riserva sul destino del Trattato globale sulla plastica, per cui i negoziatori dovrebbero riunirsi almeno un’altra volta nel 2026 per decidere il da farsi; l’avanzamento dei lavori legati al Global Framework on Chemicals, inaugurato proprio lo scorso anno; e, soprattutto, risultati incoraggianti dalle COP, che quest’anno saranno molte. Si celebreranno, infatti, le Conferenze delle Parti dei tre principali trattati delle Nazioni Unite: clima (UNFCCC), biodiversità (CBD) e desertificazione (UNCCD).

In aggiunta, si terrà anche la prima Conferenza Internazionale per la giusta transizione dai combustibili fossili, una sorta di anti-COP lanciata dalla Colombia durante la scorsa COP30 sul clima, e che ha già raccolto l’adesione di oltre 80 Paesi autoproclamatisi “volenterosi”: si spera in qualche risultato più ambizioso rispetto alla COP ufficiale, almeno a giudicare dall’esito delle ultime edizioni, ma la necessità di organizzare un incontro alternativo è indicativa di quanto sia profonda la crisi del multilateralismo istituzionale.

Ma la sfida più ardua del 2026, al di là dei temi di discussione specifici, è anche quella più urgente: tenere in vita il multilateralismo (e l’ONU) e, possibilmente, reinventarlo, per far sì che sia all’altezza della complessità di questo presente.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012