SOCIETÀ

Mafia: l'attenzione della DIA sulle infrastrutture venete

Porto di Venezia-Marghera, aeroporto “Marco Polo” e Pedemontana veneta: sono queste le tre infrastrutture su cui focalizza l’attenzione la relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia. Il rapporto che ogni sei mesi viene inviato al parlamento si riferisce al periodo racchiuso tra gennaio e giugno 2019 e parla di questi tre luoghi come “i canali attraverso i quali la criminalità organizzata mafiosa punta ad infiltrare in maniera silente l’economia legale”.

Come avevamo già avuto modo di affrontare, è proprio l’economia legale veneta ad essere colpita in maniera diretta dalle organizzazioni criminali. Il prof. Parbonetti dell’università di Padova, parla di 400 “aziende criminali” nel territorio veneto, numero nato da uno studio che ha coinvolto più di 160 operazioni di mafia in un periodo racchiuso tra il 2005 ed il 2016.

La relazione della Dia, invece, prende in considerazione i primi sei mesi del 2019, mettendo ancora una volta nero su bianco in particolar modo la presenza dei casalesi nella provincia di Venezia.

“Esistono da tempo - riporta la relazione del ministero dell’Interno - forti segnali che indicano come il territorio del Veneto stia diventando di particolare interesse per le consorterie mafiose, attraverso presenza qualificate o vere e proprie proiezioni nel territorio regionale”.

Un sistema, quello veneto, in cui “professionisti e imprenditori si rivolgono ai mafiosi per fare anche da tramite con la pubblica amministrazione”

Un sistema, quello veneto, in cui “professionisti e imprenditori si rivolgono ai mafiosi per fare anche da tramite con la pubblica amministrazione”. E’ questo il caso dell’indagine At Last, che ha coinvolto imprenditori locali e rappresentanti delle istituzioni come l’ex sindaco di Eraclea Micro Mestre che, secondo l’accusa, si sarebbe avvalso dell’appoggio di personaggi vicini al clan dei Casalesi per procurarsi voti alle elezioni del 2006, elezioni che si aggiudicò per 81 voti in più rispetto al suo sfidante. 

Un quadro che appare ancora più chiaro analizzando il numero di soggetti segnalati per reati di criminalità organizzata. Le denunce per 416 bis sono passate dalle 28 del 2015 alle 60 del primo semestre 2019, con un incremento del 114%.

Reati ambientali, traffico di sostanze stupefacenti, possibile voto di scambio, il Veneto nel primo semestre 2019 non si è fatto mancare nulla, andiamo però con ordine.

‘ndrangheta in Veneto

Nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia si parla di ‘ndrangheta ed in particolar modo di come l’inchiesta “Aemilia” abbia portato, nel 2015, all’arresto di alcuni soggetti residenti in Veneto e riconducibili alla ‘ndrina calabrese Grande Aracri. Sempre alla stessa ‘ndrina si rifà anche l’operazione “Camaleonte”, che, conclusasi nel mese di marzo dello scorso anno, aveva portato all’”arresto di 33 appartenenti a un’organizzazione ‘ndranghetista operante a Padova, Venezia, Vicenza e Verona e riconducibile alla cosca Grande Aracri”. Operazione che sappiamo essere continuata anche nel novembre 2019 con 54 avvisi di conclusione delle indagini preliminari, avvisi che in alcuni casi hanno raggiunto persone già in custodia cautelare, come Antonio Genesio Mangone, in seguito all’operazione della Dda di Venezia denominata “Avvoltoio”.

Gli indagati in questo caso dovranno rispondere di associazione di tipo mafioso, riciclaggio, estorsione ed usura. 

Il motivo per cui quest’inchiesta sia stata chiamata “Camaleonte” lo si evince dall’ordinanza di custodia cautelare in cui si legge che “i soggetti coinvolti, al fine di estendere in alcune province del Veneto il potere di influenza e di intimidazione di stampo mafioso, si insinuavano gradualmente nella realtà economica di alcune imprese mostrando competenza e significativa capacità economica; successivamente, manifestando i reali intenti esplicavano man mano la forza di intimidazione costituita dal farsi accompagnare da guardia spalle, evocare la disponibilità di armi e la contiguità al sodalizio di stampo mafioso cutrese, fino a giungere ad utilizzare la minaccia e la violenza per vincere i rifiuti a volte opposti dagli imprenditori”.

Gli indagati in questo caso dovranno rispondere di associazione di tipo mafioso, riciclaggio, estorsione ed usura

Sempre nei primi sei mesi del 2019, un’altra inchiesta ha portato al fermo di 35 soggetti, uno dei quali padovano. L’operazione si chiama “Malapianta” ed ha indagato persone riferibili alle famiglie Mannolo e Trapasso che, come si legge dalla relazione, erano “in rapporti di dipendenza funzionale dai Grande Aracri”. In sostanza l’accusa metterebbe in luce come i proventi illeciti fossero poi riciclati anche in Veneto, ed in particolare nei settori della ristorazione, dell’edilizia e delle stazioni di rifornimento carburante.

Ancora riferibile alla cosca di Cutro è stata anche l’operazione “Terry” che si è conclusa nel mese di febbraio nella provincia di Verona. L’operazione, che aveva portato a 7 misure cautelari (5 in carcere e due agli arresti domiciliari) “per i reati di estorsione, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, trasferimento fraudolento di valori, resistenza a pubblico ufficiale, incendio di uno yacth (da cui ha preso il nome l’operazione stessa), minaccia, tentata frode processuale, commessi con “modalità mafiose” da parte di un nucleo familiare cutrese, trasferitosi nel veronese da oltre 30 anni”.

Altre conferme della presenza della ciminalità organizzata calabrese in territorio veneto, come già affrontato nelle precedenti relazioni della Dia, ci vengono dalle più datate operazioni “Stige”, conclusasi nel gennaio 2018 contre arresti di soggetti riconducibili alla ‘ndrina Giglio, e l’operazione “Fiore Reciso”, conclusasi anch’essa a gennaio 2018 e che ha portato all’arresto di 16 persone indagate a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, al riciclaggio, all’autoriciclaggio, allo spaccio e al traffico di sostanze stupefacenti. In particolare sarebbero emersi contatti con esponenti delle famiglie Giglio di Strongoli (KR) e Giardino di Isola di Capo Rizzuto (KR). 

Proseguendo in ordine di tempo arriviamo al marzo 2018, quando l’operazione “Ripasso” ha “arrestato a Venezia 14 persone dedite al traffico internazionale di droga proveniente dal Sud America, gestito da un santista (ultimo ruolo della Società maggiore ‘ndranghetiista) riconducibile al locale di Motticella (RC), vicino ai Morabito di Africo, in provincia di Reggio Calabria. Sempre all’interno di quest’operazione dalla Slovacchia è stato estradato nel maggio 2018 Antonino Vadalà, finito anche all’interno di un’inchiesta di Ján Kuciak, il 27enne reporter slovacco ucciso dopo che in un articolo aveva ricostruito, in base alle sue fonti, gli affari della ‘ndrangheta italiana in Slovacchia.

Ad aprile 2018 infine, l’operazione “Ciclope” aveva messo in luce “un’associazione criminale operante nel settore delle frodi fiscali e del riciclaggio, costituita, promossa e organizzata da un imprenditore, originario di Melissa (CZ). L’imprenditore, residente in provincia di Verona aveva stretti legami con pregiudicati calabresi, in particolare con un soggetto originario di Cutro (KR)”.

Cosa nostra in Veneto

Già nelle scorse relazioni della Dia avevamo parlato del fatto che sembrano esserci diversi elementi per credere che Cosa Nostra abbia riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare. Stiamo parlando dell’operazione “Adria docks”, coordinata dalla Procura di Palermo conclusa dalla Guardia di finanza nel settembre 2008, che aveva evidenziato dei tentativi di riciclaggio da parte di alcuni soggetti palermitani riconducibili al clan Lo Piccolo attraverso la riqualificazione dell’area “ex Adria docks” di Sottomarina di Chioggia, con un investimento di circa 8 milioni di euro.

All’inchiesta “Adria docks” si sono poi aggiunte, tra il 2016 ed il gennaio 2019 l’operazinoe “Apocalisse” e l’operazione “Cupola 2.0”. In quest’ultima un soggetto che era in sorveglianza speciale in un paese della provincia di Venezia, terminato il periodo in cui era sottoposto a sorveglianza speciale, era tornato nell sua terra d’origine ritornando a essere un elemento di spicco della famiglia mafiosa palermitana Villabate.

Camorra in Veneto

Veniamo infine alla presenza camorristica in Veneto, cioè quella che ha occupato maggiormente le cronache dell’anno appena passato. Stiamo parlando principalmente dell’operazione “At Last” ma anche dell’operazione “Piano P” che nel 2018 aveva “rivelato come il cartello dei Casalesi avesse affidato parte del proprio patrimonio ad un intermediario finanziario di Portogruaro.

Tornando invece all’operazione principe del primo semestre del 2019, la relazione della Dia parla chiaro e dice che “il clan dei Casalesi aveva riproposto in Veneto il medesimo modus operandi adottato nella regione d’origine per la commissione dei reati di estorsioni, rapine, usura, ricettazione e riciclaggio. Il sodalizio - continua la relazione -, da una parte manifestava tutto il tipico agire mafioso, con disponibilità di armi da usare all’occorrenza a sostegno delle attività illecite apparentemente non violente, dall’altra riusciva anche ad ottenere da grosse società edili lavori in subappalto, facendo leva sull’appartenenza al clan”.

Come abbiamo già avuto modo di dire, l’operazione “At Last”, nel caso le accuse venissero confermate, dovrebbe accendere l’attenzione mediatica e della cittadinanza sull’intero litorale veneziano, anche alla luce della recente richiesta di scioglimento per mafia inviata dal prefetto di Venezia Zappalorto al Viminale per quanto riguarda il comune di Eraclea.

Altre presenze mafiose in Veneto

La relazione semestrale della Dia individua anche in provincia di Verona una “cellula” del clan pugliese dei Di Cosola, attivo principalmente per quanto riguarda il traffico di cocaina e marijuana.

Il traffico degli stupefacenti però rimane quello che potremmo definire il core business della criminalità straniera. Gruppi nigeriani, albanesi, rumeni, maghrebini, cinesi, filippini, senegalesi e gambiani che smerciano soprattutto cocaina e hashish, con il mercato nero dell’eroina e delle droghe sintetiche che sembra in ascesa.

Il Veneto quindi è territorio appetibile per la criminalità organizzata, che già da tempo ha messo le mani sia in attività illecite che nell’economia legale. Alcune indagini di cui abbiam parlato sono iniziate negli anni ‘90, segnale che Camorra, ‘ndrangheta e mafia sono da tempo inserite nel territorio. La recente richiesta di scioglimento per mafia di un comune come Eraclea infine fa capire come nonostante le cronache non parlino di violenze od omicidi perpetuati dai soggetti inquisiti, l’attenzione dev’essere sempre alta perché le associazioni criminali in territorio Veneto, ma è un ragionamento che si può estendere anche a regioni limitrofe al Veneto, spesso sono camaleontiche, sono in grado di far abbassare la luce proiettata su di loro e continuare ad agire e controllare l’economia di un territorio che troppo spesso si è sentito superiore a queste vicende.

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