SOCIETÀ

Ritorno al futuro. Attualizzare il potenziale cambiamento socio-ecologico

Più volte, nel corso delle precedenti puntate di questo podcast, abbiamo accennato all’intimo legame tra dimensione sociale ed ambientale – legame spesso messo in luce dall’economia ecologica, che, come ha affermato ai microfoni de Il Bo Live Joan Martinez Alier, rende visibile il legame tra i vincoli biofisici a cui tutti siamo sottoposti e le questioni di giustizia ambientale, distributiva, intergenerazionale.

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Ascolta l'episodio 9 del podcast "Ritorno al futuro"

Di questa interrelazione fa il centro delle proprie ricerche l’economia socio-ecologica, che rappresenta un movimento interno al mondo dell’economia ecologica e che secondo Clive Spash, uno dei principali promotori di questa linea di pensiero, «rappresenta il cuore dell’economia ecologica stessa, dal momento che ne porta avanti le istanze più originarie». Clive Spash è professore di economia all’università di Vienna e si definisce ‘attivista socio-ecologico’, ed è particolarmente critico nei confronti di una certa direzione di sviluppo intrapresa, dopo la fondazione della Società Internazionale, dall’economia ecologica, la quale a suo parere «è stata invasa da altri approcci paradigmatici». Infatti, afferma Spash, «l’economia ecologica nasce in opposizione a due paradigmi: la crescita economica e gli approcci incentrati sui mercati. Le critiche al primo paradigma sono abbastanza condivise e trasversali; per quanto riguarda l’economia di mercato, invece, le voci critiche sono molto meno unanimi, e sono diversi i teorici che ritengono ci si possa liberare dell’accumulazione capitalistica e mantenere, al tempo stesso, i mercati. Trovo questa posizione estremamente problematica».

Nella visione di Spash, l’obiettivo dell’economia ecologica è sì mettere in questione il paradigma economico attualmente dominante, ma anche proporre una valida alternativa. E poiché l’economia si attua all’interno della società, è in primo luogo di una teoria sociale che abbiamo bisogno: una prospettiva che prenda in considerazione i rapporti di forza che permeano la società, che analizzi gli attori in gioco e le relazioni tra essi, e che non dimentichi la dimensione naturale, all’interno della quale tutto ciò che è umano si realizza.

Realismo critico

«Ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento di paradigma, cioè, in primo luogo, una trasformazione del modo in cui conduciamo la ricerca scientifica – tema che dovrebbe rimanere distinto, anche se ciò non sempre accade, dalla questione di come modificare la struttura economica e come affrontare le questioni sociali associate a questo cambiamento.

Ad oggi ci stiamo concentrando sulle domande sbagliate, nel modo sbagliato, con strumenti sbagliati. Il modello economico attuale è chiaramente un paradigma fallimentare; eppure, metterlo in discussione è difficile, perché vi siamo completamente immersi. Ma quale ragione potrebbe esservi per mantenere vivo un metodo d’indagine che non permette di comprendere il reale funzionamento dell’oggetto indagato (la società), se non il fatto che vi sia uno stretto legame tra l’economia mainstream e le strutture di potere, e che queste due dimensioni si rinforzino a vicenda?».

Ed è proprio per via di queste interazioni tra diversi ambiti della ‘macchina sociale’, che rendono così difficile l’analisi del funzionamento della società e dei suoi rapporti con il potere (politico ed economico), che, secondo Spash, non esiste una soluzione che può essere messa in pratica in maniera diretta. «Quando cerchiamo di comprendere i processi che abbiamo di fronte ed intervenire su di essi, è sempre essenziale contestualizzare. Livelli e contesti diversi sono caratterizzati da diverse esigenze, diversi ostacoli, diverse strutture di potere: ecco perché è impossibile tracciare un programma condiviso a livello globale».

Contro il ‘soluzionismo’

Il concetto stesso di Sviluppo Sostenibile deve essere messo in discussione: in primo luogo, perché l’idea di uno “sviluppo” sociale è un retaggio della cultura colonialista e positivista che vorrebbe definire in modo univoco una direzione del miglioramento umano, assimilandolo, di fatto, al progresso tecnologico e alla crescita economica. La conseguenza di questa impostazione è classificare diversi popoli e culture come più o meno “sviluppate” a seconda di alcuni indicatori (spesso, semplicemente, il PIL pro capite) arbitrariamente scelti. In secondo luogo, la sostenibilità è pensata come un fine ultimo da raggiungere, mentre dovrebbe essere vista come un processo che quotidianamente ci vede impegnati nel tentativo di bilanciare le esigenze umane entro i limiti naturali, e che deve essere sempre sottoposto a critica, data la mutevolezza dell’ambiente nel quale viviamo e che contribuiamo a costruire.

Per elaborare nuovi concetti e nuove proposte si rende dunque necessario un cambiamento di paradigma. Alla domanda “Che fare?”, Spash risponde sottolineando una volta di più come non vi siano soluzioni pret-à-porter, applicabili ad ogni contesto, e che il cambiamento deve riguardare contemporaneamente la teoria e la pratica. «Queste due dimensioni non sono separate; anzi, è proprio iniziando a modificare il modo in cui agiamo che possiamo anche cambiare la nostra visione del mondo».

«Questo ‘soluzionismo’ – prosegue il professore –, cioè l’idea che vi sia una soluzione a tutto, è una retorica potente ma errata: ci induce a credere che si possa rispondere a problemi complessi con soluzioni semplici e univoche. Si tratta di un approccio pericoloso, perché offre una visione distorta della realtà, della quale non si considera la natura processuale e l’inevitabile complessità, che non può essere ignorata quando si cerca di capire come muoversi ed agire al suo interno.

In un momento come quello attuale, nel quale le possibilità di cambiamento si riducono a vista d’occhio, riconoscere, con un approccio realistico, quali sono le reali opportunità d’intervento è già un modo di lottare per il necessario cambiamento. Comprendere che molte delle opportunità sono tenute sotto controllo nei luoghi di potere, da aziende e Stati nazionali, e che vengono sfruttate per accumulare denaro e risorse, controllare le tecnologie esistenti e svilupparne di nuove, e per aumentare la militarizzazione e la securizzazione della società su scala globale, è essenziale per reagire, così da individuare e proporre opportunità alternative di cambiamento: un’economia non basata su mercati e capitale, una società non competitiva ma cooperativa, l’inversione del processo di tecnologizzazione delle nostre vite».

Il cambiamento è possibile, ma richiede in prima istanza un grande sforzo immaginativo, poiché abbiamo bisogno di imparare a guardare al di là delle facili soluzioni che vengono spesso proposte e di adottare una prospettiva che tenga conto della complessità. Inoltre, bisogna impegnarsi per attualizzare le potenzialità esistenti: e per questo è necessario agire – seppur partendo da principi condivisi – su scala locale, venendo a compromesso con le condizioni sociali, economiche e politiche particolari. In un mondo complesso come quello nel quale viviamo, percorso da forze e processi non omogenei e spesso contrastanti, le azioni messe in campo non possono che rifuggire l’universalismo, essendo invece diversificate, plurali, contestuali.


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