SOCIETÀ

Ritorno al futuro. La sostenibilità è una scelta politica

Il 1972 fu un anno di svolta: con la prima conferenza mondiale delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, tenutasi a Stoccolma, la questione socio-ambientale faceva il proprio ingresso nelle agende politiche internazionali; poche settimane prima di quel cruciale appuntamento, il Club di Roma, un’istituzione di scienziati ed economisti guidata da Aurelio Peccei, pubblicava, come frutto di anni di lavoro e ricerche, uno storico rapporto dal titolo eloquente: “I limiti della crescita”. Era la prima volta, dall’inizio della Grande Accelerazione, che veniva messo in discussione in modo tanto esplicito il modello di sviluppo costruito ed alimentato fino a quel momento, esclusivamente incentrato sulla crescita economica, sulla produzione e sul consumo di risorse e prodotti materiali.

Il Rapporto degli scienziati del Club di Roma, presentato nel maggio 1972 al MIT di Boston, tracciava infatti un quadro impietosamente realistico: attraverso proiezioni di quanto sarebbe accaduto nel futuro se la società globale avesse continuato a seguire quel percorso di sviluppo, gli autori misero in evidenza come in poco tempo le risorse si sarebbero esaurite, l’ambiente si sarebbe degradato oltre ogni possibilità di recupero, le diseguaglianze e la povertà sarebbero aumentate a dismisura. Eppure, quei risultati – validati scientificamente, e dimostratisi poi drammaticamente accurati nelle predizioni – vennero accolti con grande scetticismo non solo dai politici, timorosi di perdere consenso durante gli anni del boom economico, ma anche, e soprattutto, dal mondo accademico; in particolare, gli economisti mainstream, legati a doppio filo con l’ideologia neoliberista, non potevano accettare delle conclusioni in netto contrasto con i principi fondanti della loro disciplina. Gli autori vennero tacciati di pessimismo, e si preferì non ascoltare le profezie di sventura di coloro che venivano percepiti soltanto come ambientalisti esageratamente preoccupati.

icone audio

Ascolta l'episodio 6 del podcast Ritorno al futuro

A cinquant’anni da quegli avvenimenti, la consapevolezza su questi temi è ormai molto diffusa, ma ci troviamo oggi in grave ritardo dal punto di vista delle azioni necessarie per modificare quell’insostenibile percorso di sviluppo economico di cui gli autori dei Limiti dello sviluppo avevano mostrato le fallacie strutturali. In questi cinquant’anni sono state proposte diverse strade alternative, che però sono rimaste perlopiù inesplorate dal punto di vista pratico. L’economia ecologica ha sviluppato, nel tempo, proposte e modelli che mostrano come un’altra configurazione della sfera economica e sociale sia non soltanto realizzabile, ma anche auspicabile e, addirittura, necessaria. Tra le diverse teorie, una delle più complete è senz’altro quella sviluppata dall’economista Kate Raworth, denominata ‘economia della ciambella’ (doughnut economics), ad indicare come uno sviluppo sicuro ed equo per l’umanità debba rimanere all’interno di confini che consentano da un lato di non superare i limiti planetari, innescando un disastro ecologico, e dall’altro di non oltrepassare livelli di diseguaglianza tali da rendere impossibile ai più di raggiungere condizioni di vita dignitose. L’obiettivo è adottare un approccio olistico che non sia focalizzato solamente sull’andamento del PIL, ma che sia in grado di bilanciare e armonizzare le esigenze sociali con i limiti naturali.

Un aereo alla deriva

In una conferenza, Raworth paragona l’attuale modello di sviluppo ad un aereo che, nel corso del suo lungo volo, ha raggiunto un’altitudine considerevole; ora, tuttavia, il contenuto del serbatoio va pian piano esaurendosi, e l'aereo, decollato ormai da molto tempo, non sa dove atterrare. Seppur ancora sotto controllo – il serbatoio è molto capiente – la situazione rischia di diventare tragica, e di trasformarsi in una trappola senza scampo.

Come spiega Daniel O’Neill, professore di economia ecologica all’università di Leeds e attuale presidente della Società Europea di Economia Ecologica (ESEE), «rispetto a cinquant’anni fa, quando il rapporto Limits to Growth fu pubblicato, abbiamo ottenuto una comprensione più completa degli elementi necessari per realizzare uno sviluppo realmente sostenibile: l’introduzione del concetto di limiti planetari ha avuto un ruolo essenziale nel chiarire la profondità del legame tra il benessere umano e la funzionalità degli ecosistemi naturali. Eppure, nonostante le nostre conoscenze si siano enormemente ampliate, siamo ancora ben lontani da una situazione ideale: dei nove limiti planetari oggi noti, sei sono già stati superati, e sembra che, di questo passo, anche gli altri lo saranno in breve tempo. Uno dei principali meriti dell’economia della ciambella è mettere in chiaro i legami tra la questione ambientale e quella sociale: per rimanere all’interno di uno ‘spazio sicuro’, le politiche ambientali e sociali devono essere concertate». Non può esservi, in altri termini, alcun progresso sociale in un ambiente degradato e, al tempo stesso, non possiamo perseguire la tutela ambientale al costo di un aumento delle diseguaglianze e della povertà.

«Se, alla luce delle conoscenze odierne, proviamo a rivisitare la metafora proposta da Raworth, possiamo paragonare la nostra situazione a quella di un aereo che, seppur decollato da molto tempo, ha ancora abbastanza carburante per cercare una pista d’atterraggio; l’aspetto più preoccupante della situazione non è dunque la disponibilità di ‘materia prima’ per far sì che l’aereo continui a volare, ma piuttosto il fatto che esso stia attraversando un vasto banco di nubi, le quali potrebbero nascondere alte cime montuose. Dobbiamo fare i conti con l’inevitabile incertezza scientifica riguardo cosa potrebbe accadere qualora, per via delle attività umane, la degradazione ambientale non si arrestasse: non è improbabile, cioè, che ci stiamo dirigendo contro quelle montagne a grande velocità».

Mezzi o fini?

Se le risposte dal mondo della politica sono così insufficienti, è perché vi è, in primo luogo, un ostacolo di natura teoretica: per virare verso un percorso di maggiore sostenibilità, infatti, è necessario modificare l’intero orizzonte teorico che è alla base delle decisioni prese in ambito economico nei decenni recenti. «Mi sembra essenziale – afferma O’Neill – che sostituiamo l’obiettivo della crescita fine a sé stessa con una pluralità di fini, che riflettano la complessità del sistema socio-ecologico e rispettino la fitta rete di interconnessioni che lo sorregge».

Secondo uno studio condotto proprio da O’Neill e colleghi, pubblicato nel 2018 sulla rivista Nature Sustainability, applicando gli indicatori sociali e ambientali individuati da Raworth nel quadro dell’economia della ciambella scopriamo che nessun Paese del mondo (nello studio vengono analizzate le performance di 150 nazioni) è riuscito, finora, ad intraprendere un percorso di sviluppo sostenibile. «Da una parte ci sono i Paesi ricchi, che garantiscono, in media, un maggiore benessere sociale, ma a spese di grandi danni ambientali; dall’altra parte ci sono i Paesi poveri, che vivono, sì, generalmente al di sotto dei limiti planetari, ma non sono in grado di garantire ai propri cittadini neanche dei livelli minimi di dignità e benessere», spiega O’Neill. «Inoltre, abbiamo riscontrato che tra questi due tipi di indicatori (sociali e ambientali) vi è un rapporto di rendimenti decrescenti: ciò significa che, oltre una certa soglia, i due indicatori si dissociano, cosicché, ad esempio, raggiunto un certo livello l’aumento della degradazione ambientale non garantirà più un miglioramento delle condizioni di vita abbastanza alto da giustificare i costi ambientali. Ciò ha un’implicazione positiva – nei Paesi ricchi, potremmo realizzare la decrescita senza dover rinunciare al nostro benessere – ma anche un’implicazione negativa – questo ipotetico percorso di decrescita non sarebbe comunque sufficiente, poiché i sistemi di approvvigionamento sono ancora troppo inefficienti, e per ottenere risultati apprezzabili sarebbe necessario un cambiamento sostanziale delle modalità di funzionamento dell’attuale sistema economico».

L’economia ecologica, nelle sue numerose declinazioni, ha il merito di mostrare con chiarezza l’inestricabile legame tra dimensione sociale e dimensione ambientale, tra tutela degli ecosistemi naturali e giustizia umana. «Nel 2021 abbiamo provato a dare un seguito al nostro precedente articolo – aggiunge il presidente della ESEE – e, applicando ancora una volta gli indicatori forniti da Raworth, abbiamo calcolato le traiettorie di sostenibilità che i Paesi potrebbero seguire nei prossimi anni, in uno scenario business as usual. Ancora una volta, abbiamo ottenuto risultati piuttosto deprimenti: le proiezioni mostrano come non solo tutti i 140 Paesi censiti continuino a trasgredire i limiti planetari, ma per di più falliscano nel migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini. Oggi stiamo eccedendo i limiti planetari molto più velocemente di quanto colmiamo il divario nella distribuzione della ricchezza. Sono sempre più convinto che la sostenibilità non debba essere intesa soltanto come un’urgenza ambientale, ma sia anche una necessità di natura sociale. Se affrontassimo queste due dimensioni con uno sforzo sinergico, probabilmente riusciremmo a costruire un sistema migliore».

La responsabilità della politica

Una simile complessità può risultare paralizzante. Come incidere su processi di tale portata spaziale e temporale? In che modo è possibile deviare le intricate catene causali, fitte di eventi ed attori, che portano dritto al collasso ecologico e al fallimento sociale?

«È proprio di fronte a tale complessità che entra in gioco, al fianco degli individui, la politica», afferma O’Neill. «Quando ho iniziato ad occuparmi di questi temi, credevo che dimostrando che l’economia può funzionare, dal punto di vista tecnico, anche senza crescita, tutto sarebbe andato per il verso giusto. La mia era una visione ingenuamente ottimistica, che non teneva in considerazione un fattore fondamentale: sul piano dell’economia si giocano, prima di tutto, interessi politici. Ecco perché ritengo che debbano essere le istituzioni gli attori principali del cambiamento, facendosi ad esempio promotrici di iniziative che limitino il potere di entità come le grandi multinazionali, che nei decenni passati hanno fatto di tutto – pensiamo alle campagne di disinformazione riguardo gli effetti del tabacco sulla salute o dei combustibili fossili sull’ambiente – per ostacolare l’attuazione di cambiamenti positivi per la società.

Alcuni teorici della decrescita si spingono persino oltre, sostenendo che possiamo sperare che l’agognato cambiamento si realizzi solo se, con coraggio, decideremo di abbandonare il modello capitalista. Nel corso degli anni, osservando il modo in cui economia e politica si intrecciano, sono sempre più convinto che questa sia la strada giusta». Infatti, mettere in evidenza gli oggettivi limiti della crescita ‘a tutti i costi’ delegittima il presupposto teorico e morale del sistema in cui viviamo. E, poiché una qualche forma di decrescita – intesa come necessaria contrazione del sistema economico, per via del raggiungimento dei limiti planetari – sarà inevitabile, è fondamentale diffondere, in modo quanto più capillare e a tutti i livelli, dai singoli cittadini alle istituzioni, idee e proposte che limitino i conflitti che inevitabilmente sorgono nelle fasi di transizione. Questo sforzo è tanto più urgente quanto più ampio e profondo è il cambiamento che dobbiamo affrontare: quella che ci attende è una trasformazione epocale.


Ascolta tutti gli episodi di "Ritorno al Futuro":

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012