SOCIETÀ

Ritorno al futuro. La società come organismo: fare i conti con la natura

Un organismo vivente evolve, si adatta, interagisce con il proprio ambiente, si riproduce. Un organismo vivente è, in un certo senso, un individuo, ma non agisce del tutto autonomamente, in completo isolamento da quel che lo circonda. Un organismo vivente, infatti, è immerso in un contesto ambientale, che rappresenta la conditio sine qua non per la sua stessa esistenza. Non solo: l’ambiente stesso è formato e modificato costantemente dall’insieme di relazioni intessute dagli esseri viventi che lo abitano.

Secondo molti studiosi di economia ecologica, le caratteristiche proprie di un organismo vivente possono applicarsi anche alle società umane. Così come ogni organismo, infatti, anche i sistemi socioeconomici hanno un proprio metabolismo: inseriti all’interno di un sistema chiuso (la biosfera), scambiano con esso materia ed energia. Più precisamente, le società si trovano costantemente in uno stato lontano dall’equilibrio, e per poter sopravvivere e riprodursi devono instaurare con l’ambiente circostante un flusso di scambio in cui prelevano materia ed energia a bassa entropia, cioè a basso costo e facilmente utilizzabili per le attività umane, e restituiscono ad esso scarti ad alta entropia, attuando un trasferimento di natura irreversibile.

Tale visione dei sistemi socioeconomici è in diretto contrasto con la narrazione economica più diffusa, che tratta l’economia come una sfera chiusa, priva di legami con l’esterno, senza prendere in considerazione, ad esempio, la base materiale di cui un sistema economico necessita per poter funzionare. Seguendo l’insegnamento di Nicholas Georgescu-Roegen, l’economia ecologica riconosce l’appartenenza delle sfere sociale ed economica alla più ampia dimensione naturale, e pone a fondamento del proprio pensiero teorico le leggi della termodinamica e della biologia, a cui la realtà umana non può sottrarsi.

«La domanda da porsi, a questo punto, è se la comparazione tra società ed entità biologiche possa essere portata fino in fondo», afferma Mario Giampietro, uno dei fondatori dell’economia ecologica, oggi professore all’ICREA (Catalan Institution for Research and Advanced Studies) dell’Università Autonoma di Barcellona. «Potremmo descrivere le società come ‘sistemi di riparazione metabolica’, in grado di adattarsi e riprodursi, composti di diversi elementi che interagiscono contribuendo al mantenimento del sistema. Ognuno di questi elementi – che potremmo paragonare agli organi di un corpo – svolge una precisa funzione, e tutti sono organizzati secondo un sistema gerarchico che garantisce la funzionalità dell’insieme. Per gli ‘organi’, la dimensione primaria non è quella individuale, ma quella comunitaria: essi necessitano, per la propria esistenza, di un ecosistema, poiché sono strutture dissipative che hanno bisogno di scambiare risorse e scarti con l’ambiente circostante. Analizzate da questa prospettiva, anche le società umana assumono un nuovo significato: le parti e il tutto sono altrettanto importanti, seppur in modi diversi, ed è necessario assicurarne il benessere perché il sistema si mantenga in uno stato lontano dall’equilibrio». Infatti, secondo la termodinamica, un sistema in perfetto equilibrio (di massima entropia) sarebbe morto.

In quest’ottica, dunque, gli individui trovano un nuovo ruolo e un nuovo significato all’interno della dimensione comunitaria. Nel caso delle società umane, tuttavia, lavorare per il bene comune, come fanno le cellule in un organo o gli organi in un corpo, non è tutto: la vita psichica degli individui ha un ruolo centrale nel determinare il funzionamento di una comunità. Di più, ‘individuo’ risulta un termine improprio poiché ogni essere umano è a sua volta un sistema complesso, e non un’unità omogenea e indivisibile, come ipotizzato nella narrativa mainstream.

«A differenza degli altri viventi, gli esseri umani sono riflessivi: hanno desideri, passioni, sogni e paure – quel che il sociologo Niklas Luhmann definiva una ‘struttura psichica’», precisa Giampietro. «Per far sì che la società sia funzionale è perciò essenziale che gli individui riconoscano una corrispondenza tra il proprio senso d’identità e l’identità della società; se questo non accade, la cooperazione cessa, e il tessuto sociale rischia di sfaldarsi. L’economia neoclassica, che tende a ignorare l’importanza di questa dimensione non razionale della vita umana, e descrive la società come fondata sul libero mercato e sull’interazione razionale tra individui che seguono le proprie preferenze, in un sistema idealmente perfetto e autoregolantesi, fornisce una descrizione dei sistemi socioeconomici molto lontana dal mondo reale».

Guardare alla società con nuovi occhi può offrire, dunque, la possibilità di mettere in discussione la validità del paradigma economico attualmente dominante, che a volte si nasconde dietro a prospettive critiche che non lo pongono realmente in discussione. Pensiamo al concetto di decrescita, ad esempio: come fa notare Giampietro, il termine stesso rimanda al medesimo campo semantico utilizzato dall’economia neoclassica, mentre ciò di cui si ha oggi bisogno è uno strumentario concettuale interamente rinnovato.

«Modificando leggermente la nostra visione del mondo, possiamo renderci conto di come il sistema socioeconomico non miri a produrre beni e servizi, ma a realizzare quegli ‘elementi essenziali’ che di beni e servizi hanno bisogno per esistere. In altri termini, la società aspira a garantire la felicità dei suoi membri, a dar loro la possibilità di realizzarsi, a garantire diritti fondamentali in un ambiente favorevole. Lo scopo dell’economia, se adottiamo questa prospettiva, non è la produzione in sé, ma la cura – verso gli altri membri della comunità e verso il mondo non umano. Crescita e decrescita, a questo punto, diventano concetti superflui, perdono la loro centralità e perfino il loro significato».

Se riconosciamo che le leggi termodinamiche sono un elemento essenziale del funzionamento dei sistemi socioeconomici, dobbiamo sottostare ai limiti da esse imposti. Ciò comporta, ad esempio, che ‘economia circolare’ e ‘sostenibilità’ sono – almeno nella loro formulazione attuale – paradigmi irrealizzabili, «specchietti per le allodole utilizzati dai sostenitori del capitalismo per mostrare che quest’ultimo non va davvero superato, che in esso possiamo trovare le soluzioni per i mali del presente, causati tuttavia dal capitalismo stesso».

«Quel che l’economia ecologica suggerisce – prosegue Giampietro – è che l’unica strada percorribile passi per l’ammissione della realtà: viviamo in un sistema dissipativo che muove irreversibilmente verso un aumento di entropia, e contrastare questa tendenza ha un costo in termini energetici e di risorse; poiché la biosfera è un sistema chiuso, vi sono dei limiti insuperabili alla crescita economica, e nessuna soluzione tecnologica, nessun modello economico potrà sovvertire queste leggi fisiche».

All’interno di un sistema complesso come quello socioeconomico, si instaura – rimandando, ancora una volta, all’analogia con i sistemi biologici – una ‘gerarchia della complessità’. Vi sono, in altri termini, due direzioni in cui la causalità si esplica: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Nel primo caso, le proprietà emergenti che determinano le leggi dei livelli più alti di complessità influiscono, in un movimento a cascata, sulle componenti più ‘semplici’ dell’insieme; nel secondo caso, invece, sono le caratteristiche degli elementi strutturali dell’insieme a delineare, in base ai vincoli fisici e strutturali delle singole componenti, un perimetro di attività possibili per l’intero organismo.

In entità complesse – come, appunto, le società – si cerca di realizzare un compromesso tra queste due tendenze, per armonizzare i fini con le possibilità e i vincoli fisici; gli esseri umani, invece, hanno imparato ad aggirare questa necessità di compromesso tra gli obiettivi (la crescita) e le possibilità (i vincoli fisici e termodinamici prima descritti). «Attraverso l’importazione, l’esternalizzazione della produzione e dello smaltimento degli scarti, i Paesi sviluppati vivono da decenni ben al di sopra delle loro effettive possibilità; il tenore di vita a cui siamo abituati – puntualizza Giampietro – sarebbe impensabile se dovessimo compensare tra quelle che abbiamo definito causalità ‘verso il basso’ e ‘verso l’alto’. Attenersi alle nostre reali possibilità – senza ricorrere ad escamotage che, nel lungo periodo, si rivelano comunque insostenibili – è essenzialmente una questione di responsabilità, di cui dobbiamo rispondere come singoli e come società».

Il sistema socioeconomico è un organismo atipico in continua espansione (gli esseri umani costituiscono più del 30% della biomassa dei mammiferi), che ha occupato, nel tempo, l’intero sistema Terra che lo ospita. L’analogia con gli organismi viventi non è dunque una semplice metafora, ma offre strumenti teorici e pratici per tentare di trovare un’armonia interna ed esterna, e ritardare quanto più possibile il raggiungimento dell’equilibrio.

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