SOCIETÀ

Ritorno al futuro. Fatti non foste a viver come… dati

Oggi, per comprendere il mondo abbiamo bisogno di dati: dati da analizzare, classificare, sezionare, valutare. Quasi ogni aspetto della nostra realtà è stato reso quantificabile ed è stato quantificato – unico modo, in accordo con lo spirito del tempo, per comprenderlo in modo oggettivo e, così, renderlo credibile.

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Ascolta l'episodio 13 del podcast "Ritorno al futuro"

Nel tempo, il predominio di numeri e dati si è esteso dalle scienze ‘dure’ alle scienze sociali. E così anche i fenomeni collettivi, i comportamenti individuali, le inevitabili imprevedibilità umane sono state ridotte a valori numerici, percentuali, quantità misurabili. Riduzione è un termine chiave che sta al cuore di questo processo, il quale è diventato la cifra della scienza moderna occidentale, segnata, per l’appunto, da un intrinseco riduzionismo.

Tale approccio, poi, è stato ben presto abbracciato da discipline come l’economia, nell’ambito della quale la velleità di matematizzazione e quantificazione ha comportato una semplificazione – con esiti chiaramente opinabili – dell’oggetto di studio, cioè il complesso sistema di relazioni tra agenti e tra attività umane.

Nonostante l’euforia numerica sia ancora predominante – quella che, già negli anni ’70 del Novecento, Georgescu Roegen definiva “aritmo-morfismo” – ci si sta rendendo conto di come l’assoluta oggettività del numero, del dato quantitativo, fosse a sua volta soltanto un postulato, il frutto di un’assunzione teorica, e fosse dunque per sua natura non oggettiva.

A riconoscere la parzialità di questo assunto fondamentale della scienza moderna sono però in pochi. Nel caso dell’economia, in particolare, è ancora largamente minoritaria la posizione di coloro che mettono in discussione i principi fondanti della teoria neoclassica attualmente predominante, di cui l’approccio riduzionista – di stampo positivista – è un elemento centrale.

Così forgiata, l’economia neoclassica ha plasmato la politica e gli approcci istituzionali a numerosi temi di grande rilevanza, dalla riduzione delle diseguaglianze alla crisi climatica. Che questa prospettiva ‘quantificazionista’ sia potenzialmente controproducente, e che sarebbe importante avviare una riflessione sulle questioni etiche – spesso non esplicitate – che la sottendono è sottolineato da Andrea Saltelli, esperto di rapporti fra scienza e politica, attualmente ricercatore all’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR.

«Oggi il rapporto tra scienza, quantificazione e politica è strettissimo. Le politiche “basate sull’evidenza”, cioè fondate su dati e analisi quantitative, sono divenute prassi, al punto che esiste addirittura un settore di ricerca chiamato public management theory, nel quale si studiano gli effetti dell’applicazione al settore pubblico di criteri gestionali nati nell’ambito del settore privato. Il punto è che, quando simili strumenti vengono adottati dai decisori politici e si decide di impiegarli per la risoluzione di questioni politiche, sorgono diversi problemi: sono in aumento i sociologi della quantificazione che si dedicano a questo nuovo ambito d’indagine, legato alla sempre più ampia diffusione di un approccio al reale strettamente riduzionista».

«Quando si analizza una questione con un simile approccio, e la si chiude entro schemi quantitativi», continua Saltelli, «si perde inevitabilmente qualcosa, si cede alla semplificazione, e l’atto stesso di misurare altera la natura dell’oggetto misurato, riducendolo entro confini ben delimitati. È dunque importante che si cerchi un bilanciamento tra “politiche basate sui dati” e “dati basati sulla politica”: è una distinzione spesso difficile da compiere, il che suggerisce cautela quando si esaminano la validità e l’oggettività di quei numeri che dovrebbero giustificare determinate decisioni politiche».

È perciò essenziale riconoscere che anche i dati, le ‘evidenze scientifiche’, possono non essere completamente oggettivi: offrono, infatti, una delle tante possibili rappresentazioni della realtà, che è influenzata dai metodi e dalle teorie adottate per raccogliere quei dati, dalle convinzioni di chi effettua la ricerca, dalle condizioni del momento. «Quando si utilizza un dato come base per una decisione politica, tutto questo deve essere tenuto in considerazione», sottolinea Saltelli.

Mettere in luce la complessità e la pluralità che caratterizzano il mondo in cui viviamo è uno degli obiettivi principali dell’economia ecologica. «È importante ricordare che l’economia ecologica non ha scoperto la complessità: essa è una caratteristica intrinseca dei sistemi sociali e naturali. Il merito di questa disciplina è piuttosto nell’aver riportato l’attenzione su questo fondamentale aspetto del reale. Oggi si discute della necessità di riscoprire la complessità: è quasi un paradosso, poiché si tratta di un elemento ineliminabile, di cui abbiamo solo perso consapevolezza. Superare il forte riduzionismo scaturito dal connubio tra rivoluzione scientifica e capitalismo è la chiave per mettere nuovamente a fuoco la nozione di complessità, sia nella scienza, sia nella società».

Ed ecco perché, tornando alle politiche “basate sull’evidenza”, Saltelli ritiene che, prima ancora di riformare il modo in cui le decisioni politiche vengono prese, sia necessario riformare il mondo scientifico, su cui quelle dovrebbero essere fondate. «Attualmente, il mondo della ricerca scientifica è solcato da profonde divisioni interne: tra scienze naturali e scienze sociali non vi è dialogo, e ogni disciplina si impegna principalmente a difendere la propria ‘fortezza’ dalle aggressioni esterne. In questo contesto, la volontà di proporre teorie azzardate o di esplorare ambiti interdisciplinari è decisamente scoraggiata. Viviamo in un’epoca di crisi della scienza: bisogna rifondarla, e solo in questo modo essa potrà rappresentare per i decisori politici un valido strumento per navigare la complessità».


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