SOCIETÀ

Ritorno al futuro. L’Agenda 2030 e la sostenibilità: un dibattito aperto

Uno degli strumenti di cui il mondo si è dotato per provare a mettere in atto, dopo anni di tentennamenti, la transizione verso un modo di vivere sostenibile è l’Agenda 2030, firmata nel 2015 a Parigi e adottata da tutti i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

L’Agenda si compone di diciassette obiettivi, molto eterogenei fra loro per scopi e ambiti d’azione, ma egualmente importanti al fine di realizzare, a livello locale, regionale e globale, una svolta che tenga in conto i tre pilastri della sostenibilità, che comprendono l’attenzione alle dimensioni sociale, economica e ambientale.

Alla base del testo dell’Agenda 2030 vi è, infatti, il concetto di sviluppo sostenibile, la cui definizione più famosa venne enunciata nel 1987 nel famoso volume Our Common Future, primo rapporto della World Commission on Environment and Development, istituita nel 1983 e presieduta dall’allora primo ministro della Norvegia, Gro Harlem Brundtland.

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Gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono stati accolti con generale favore, e rappresentano – secondo molti – un importante supporto per realizzare il dovuto cambiamento. Tuttavia, molti dei target (gli obiettivi più mirati in cui sono stati suddivisi i 17 Goals) in scadenza al 2020 non sono stati raggiunti; molti Paesi, inoltre, faticano a mantenere il passo dettato dall’Agenda comune. Accanto alle perplessità legate all’effettiva realizzabilità di questo ambizioso piano d’azione, fin da subito da più parti si sono levate voci critiche nei confronti dell’impianto teorico del documento, troppo legato – secondo alcune prospettive – ai concetti tradizionali dell’economia neoclassica, e dunque non abbastanza innovativo. Infatti, anche tra le teorie economiche che si propongono come alternativa critica all’approccio oggi dominante vi sono diversi livelli di moderazione e radicalità; il concetto di sviluppo sostenibile si pone, tra questi, in una sfera che potremmo definire di ‘riformismo moderato’.

Come sottolinea Valeria Andreoni, economista ecologica e docente all’università di Liverpool, «Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite hanno ricevuto numerose critiche che mettevano in risalto il fatto che essi promuovono un concetto di sviluppo che non si concilia pienamente con il paradigma dell’economia ecologica. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che l’Agenda 2030 ha un precedente, i Millennium Development Goals», i quali avrebbero dovuto portare, tra il 2000 (l’anno della ratifica) e il 2015, all’eradicazione della fame, alla garanzia della sostenibilità ambientale, alla realizzazione di un vero partenariato globale. «Rispetto ai molti punti mancanti che i Millennium Development Goals indubbiamente presentavano, gli Obiettivi fissati per il 2030 rappresentano un evidente passo in avanti».

«Tra l’altro, uno dei maggiori progressi contenuti nei Sustainable Development Goals (SDGs) è perfettamente in linea con l’impianto teorico dell’economia ecologica. Si tratta del riconoscimento della complessità: in altre parole, ogni volta che verrà implementata una politica di sostenibilità, si dovrà tenere conto dei potenziali effetti a cascata, positivi o negativi, che tale decisione potrebbe generare. Il nodo teorico alla base di questa raccomandazione è il pieno riconoscimento del legame che sussiste tra le diverse dimensioni della sostenibilità.

Vi è ancora molta strada da percorrere, invece, per quanto riguarda l’accettazione di un altro concetto cardine dell’economia ecologica, quello di sostenibilità in senso ‘forte’: gli SDGs, infatti, ammettono ancora una interpretazione ‘debole’ della sostenibilità, in base alla quale tutto può essere ridotto ad una misura economica, e dunque equiparato attraverso l’attribuzione di un valore di mercato. Si tratta di un compromesso necessario, in un certo senso: la valutazione dei diversi aspetti della sostenibilità è infatti un nodo cruciale per attuare questo tipo di politiche, e l’incommensurabilità che effettivamente esiste tra dimensioni diverse potrebbe rivelarsi, nella pratica, un ostacolo all’azione».

Lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze Our Common Future, WCED 1987

È proprio nella dimensione attuativa, infatti, che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile hanno mostrato le più serie mancanze. La loro generalità, infatti, ne rende difficile l’applicazione ai contesti locali, che presentano caratteristiche ed esigenze differenti. «Ancora una volta, tuttavia, bisogna riconoscere che sono stati compiuti degli avanzamenti rispetto al passato. Penso, ad esempio, all’Obiettivo 17, che riconosce l’importanza di lavorare per l’instaurazione di una efficace collaborazione internazionale tra tutti gli attori e i ‘portatori d’interesse’ coinvolti, dalla dimensione locale a quella sovranazionale», sottolinea Andreoni.

Il cambiamento richiesto dovrà investire parallelamente la dimensione pratica – il modo in cui agiamo – e la dimensione teorica – come pensiamo e interpretiamo il mondo che ci circonda. Quest’ultimo è forse, il traguardo più complesso da raggiungere, poiché richiederà una vera e propria trasformazione della nostra visione del mondo, a tutti i livelli. Si tratterà di un movimento lento, certo, ma non per questo impossibile: la scuola e le altre istituzioni educative, in particolare, svolgeranno un ruolo centrale nel rendere questo ideale una realtà.

«Il tema dell’istruzione è esplicitamente affrontato nella stessa Agenda 2030: il Goal 4, ad esempio, riconosce l’investimento su un’educazione di qualità come un elemento essenziale per diffondere l’approccio della sostenibilità. Tuttavia, come integrare la sostenibilità all’interno dei corsi di studio è ancora oggi poco chiaro. In primo luogo, vi sono ancora molti ostacoli all’istituzione di corsi che abbraccino una prospettiva integralmente interdisciplinare. Il problema è legato al tradizionale modo d’intendere l’istruzione, il cui obiettivo principale è veicolare agli studenti conoscenze che sono divise e catalogate in discipline ben distinte le une dalle altre. Nel corso degli anni questo approccio è stato superato, e i corsi di studio sono diventati progressivamente più interattivi, sviluppando diverse forme di partecipazione diretta miranti a coinvolgere attivamente gli studenti nel processo di trasmissione delle conoscenze. Anche in questo caso, tuttavia, rimane un punto irrisolto: manca un approccio realmente interdisciplinare, che prenda seriamente in considerazione le potenziali interrelazioni con discipline diverse».

«La strada è segnata, dunque – prosegue Andreoni – ma gli ostacoli sono ancora molti. Vi è un problema che potremmo definire ‘strutturale’, legato cioè al modo in cui l’insegnamento scolastico e universitario è organizzato, con la tradizionale suddivisione in discipline e i corsi ancora incentrati sui contenuti specifici di singole materie. Vi è, inoltre, un problema legato alla formazione dei docenti stessi, che in massima parte non sono preparati ad adottare un approccio intrinsecamente interdisciplinare. La buona notizia è che le iniziative in tal senso si stanno moltiplicando, e anche la riflessione teorica su come introdurre l’interdisciplinarità all’interno della dimensione educativa è sempre più avanzata».

Sviluppare la capacità di comprendere e gestire la complessità è essenziale anche per l’attuazione degli SDGs. I 17 Obiettivi, infatti, sono strutturati secondo una configurazione ‘orizzontale’, che non riconosce alcuna gerarchia o priorità a determinati Goals o Targets. Anche questa caratteristica ha ricevuto diverse critiche: infatti, molti hanno sostenuto che la mancanza di una classifica che specifichi l’urgenza dei singoli SDGs rende la loro realizzazione ancora più confusa, poiché non permette di stilare una tabella di marcia condivisa, cosicché i diversi attori finiscano per muoversi in ordine sparso.

«In realtà, questa critica è piuttosto facile da confutare. Infatti, non è stata stilata una classifica perché, secondo gli ideatori dell’Agenda 2030, il mondo potrà muoversi nella direzione di una reale sostenibilità se, e solo se, si lavorerà insieme per raggiungere tutti gli Obiettivi entro il termine stabilito. Non può esservi priorità tra i singoli obiettivi perché, in una prospettiva di sostenibilità ‘forte’, tutti sono considerati ugualmente essenziali: mancarne anche uno soltanto significherà perdere l’opportunità di realizzare il cambiamento.

L’economia ecologica contesta all’impianto teorico dell’Agenda 2030 la ‘colpa’ di non riconoscere pienamente la preminenza del mondo naturale, dal quale il benessere umano dipende; tuttavia, credo che tale visione sia indirettamente contenuta negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Basti pensare che più di un Obiettivo è totalmente dedicato alla protezione del mondo naturale e alla lotta al cambiamento climatico: in questo richiamo alla preservazione della natura è chiaramente insita l’idea che l’umanità possa e debba avviarsi su una strada di sviluppo più sostenibile».

Manca ormai solo una manciata di anni al 2030, data di scadenza di questa nuova roadmap globale. Il tempo stringe, e i punti da migliorare sono ancora molti. Affinché anche questo trattato non sia ricordato in futuro come un fallimento, è necessaria la più ampia partecipazione possibile: il partenariato auspicato dal Goal 17 dovrà coinvolgere non soltanto gli Stati, i decisori politici e i grandi protagonisti dell’economia globale, ma anche i membri della società civile, le associazioni, i semplici cittadini. Tutti i contributi saranno fondamentali: solo tramite la cooperazione potremo evitare un ulteriore, grave fallimento.

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