SOCIETÀ

COP27, finanza climatica: chi storicamente ha emesso di più, paghi di più

Un’intuitiva nozione di giustizia è quella secondo cui chi è responsabile di un danno debba pagare una qualche forma di risarcimento a chi ha subito quel danno.

Nel caso del cambiamento climatico i Paesi ricchi hanno prodotto la maggior parte delle emissioni che dall’era preindustriale si sono accumulate in atmosfera e sono da considerarsi responsabili del riscaldamento globale che causa il cambiamento climatico.

I Paesi poveri invece hanno contribuito in minima parte alla generazione di queste emissioni storiche, ma sono anche coloro che subiscono maggiormente le conseguenze di eventi estremi quali alluvioni, precipitazioni intense, siccità e ondate di calore, perché sono meno attrezzati dal punto di vista economico ed infrastrutturale, ad affrontarli. Questi Paesi possono e devono pretendere un risarcimento da parte di chi ha provocato loro quei danni e quelle perdite.

Nel lessico della giustizia climatica il riconoscimento del loss and damage (danni e perdite appunto) è un punto cruciale per l’attivazione della finanza climatica. Il criterio secondo cui dovrebbero avvenire i risarcimenti dovrebbe venir stabilito dal grado di responsabilità con cui ciascun Paese ha contribuito al riscaldamento globale. Tale grado di responsabilità è quantificabile in tonnellate di CO2 prodotte negli anni.

Un lavoro pubblicato il 7 novembre da Carbon Brief calcola proprio in quanti miliardi di dollari di risarcimento si dovrebbe tradurre la responsabilità storica delle emissioni di ciascun Paese industrializzato.

Le emissioni storiche, Paese per Paese

Alla Cop15 di Copenhagen nel 2009 fu stabilito che entro il 2020 si sarebbe dovuto creare un fondo di 100 miliardi di dollari da destinare ai Paesi vulnerabili al cambiamento climatico e che ciascun Paese industrializzato avrebbe dovuto contribuirvi proporzionalmente alle proprie responsabilità storiche. Quei 100 miliardi di dollari annui ad oggi in realtà non sono mai stati interamente stanziati: nel 2020 si è arrivati in tutto a 83 miliardi.

Secondo un’analisi aggiornata a ottobre 2021 e che comprende non solo le emissioni di gas climalteranti provenienti dal settore energetico dei combustibili fossili ma anche il settore agricolo, di utilizzo della terra e delle foreste, dal 1850 ai giorni nostri gli Stati Uniti hanno emesso circa 500 miliardi di tonnellate di CO2, ovvero il 20% dei circa 2500 miliardi di tonnellate di CO2 accumulatisi in atmosfera negli ultimi due secoli.

Al secondo posto viene la Cina, con l’11% delle emissioni storiche, mentre sull’ultimo gradino del podio sale la Russia, con il 7%. Seguono Brasile (5%) e Indonesia (4%), mentre al sesto posto compare il primo Paese europeo, la Germania (4%), segue l’India (4%) e all’ottavo posto c’è il Regno Unito (3%). L’intero continente africano è responsabile di circa il 3% delle emissioni storiche, mentre Nord America, Europa e Asia sono complessivamente responsabili ciascuno di circa il 30% delle emissioni storiche.

Paesi come la Cina e l’India tuttavia hanno prodotto gran parte delle loro emissioni solo a partire dalla fine del XX secolo e vengono formalmente ancora considerati Paesi in via di sviluppo dalla convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite.

Sono invece i Paesi sviluppati o industrializzati ad avere un obbligo legale, secondo la convenzione Onu, nei confronti dell'attivazione di una finanza climatica. Se si restringe il campo a questi Paesi benestanti dunque risulta che gli Stati Uniti sono responsabili di circa la metà delle emissioni di questo gruppo ristretto.

Chi ha pagato e quanto

I calcoli fatti da Carbon Brief si basano su questi presupposti e mostrano che, aggiustando per i contributi che provengono dalla finanza privata, a quei famosi 100 miliardi di dollari l’anno gli USA dovrebbero contribuire con quasi 40 miliardi di dollari. Degli 83 miliardi arrivati nel 2020 invece gli USA ne hanno stanziati solo 7,6 miliardi, circa il 19% di quanto la responsabilità storica imporrebbe.

Non esistono dati ufficiali su quale sia il contributo versato nel 2020 da ciascun Paese (c'è solo il dato complessivo degli 83 miliardi), ma secondo quanto ricostruisce Carbon Brief, il Canada nel 2020 ha dato solo il 37% di quanto avrebbe dovuto pagare: circa 2 miliardi invece di circa 5,5. L’Australia ha fornito solo il 38% dei quasi 3 miliardi che avrebbe dovuto pagare, tenendosi in tasca circa 1,7 miliardi di dollari. Il Regno Unito ha pagato circa il 75%, circa 4 dei 5,5 miliardi dovuti, avanzando 1,4 miliardi di dollari.

Nel 2020 ci sono stati Paesi che hanno contribuito alla finanza climatica anche con più di quanto le loro responsabilità storiche avrebbero richiesto. La Svizzera ad esempio ha pagato più di 4 volte la cifra proporzionata alle sue emissioni nazionali: 0,7 miliardi di dollari in più del dovuto. Norvegia e Francia hanno contribuito con una cifra che è più di 3 volte superiore a quella proporzionata alle proprie emissioni nazionali: 0,6 miliardi in più nel caso della Norvegia, ben 6,6 miliardi in più nel caso della Francia.

Giappone e Olanda hanno pagato più del doppio di quanto avrebbero dovuto: rispettivamente 7,5 e 1,4 miliardi in più. Anche l’Italia nel 2020 ha fatto meglio di quanto richiesto dalle proprie responsabilità storiche, pagando quasi la metà in più di quanto dovuto: 0,8 miliardi in più.

Tuttavia, sottolinea Carbon Brief, l’apparente generosità dei Paesi che hanno versato di più viene ridimensionata dal fatto che la maggior parte dei loro fondi è stata stanziata in forma di prestiti, mentre una delle richieste fondamentali dei Paesi vulnerabili è che la finanza climatica arrivi in forma di sovvenzioni, proprio per il principio secondo cui servono riparazioni per perdite e danni causate da un cambiamento climatico provocato dai Paesi industrializzati.

Ad esempio sono prestiti l’86% dei fondi stanziati dal Giappone, il 75% di quelli della Francia, circa la metà di quelli della Germania. Lo sono invece solo il 3% di quelli stanziati dalla Svizzera.

Va infine ricordato che il lavoro di Carbon Brief è fatto su una scala di 100 miliardi di dollari annui che, nonostante non siano ancora mai stati raggiunti, sono già insufficienti ad affrontare le vere sfide di adattamento e riparazione ai danni già causati dal cambiamento climatico nei Paesi vulnerabili. I fondi per le perdite e i danni dovrebbero già essere intorno ai 380 miliardi di dollari annui, mentre quelli per la mitigazione e l'adattamento entro il 2030 dovrebbero arrivare attorno ai 2.000 miliardi di dollari, secondo un recente studio.

Il lavoro di Carbon Brief ricorda anche che il budget di anidride carbonica (carbon budget) che possiamo ancora giocarci si sta esaurendo. Secondo quanto riportano i rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ogni 1000 miliardi di tonnellate di CO2 accumulati in atmosfera corrispondo a un aumento di circa 0,45°C della temperatura del pianeta. Dall’era preindustriale a oggi abbiamo emesso circa 2500 miliardi tonnellate di CO2 e la temperatura è già salita negli ultimi 2 secoli di quasi 1,2°C. Con l’emissione di altri 500 miliardi di tonnellate di CO2 il pianeta raggiungerà il riscaldamento di 1,5°C, la soglia stabilita dagli accordi di Parigi oltre la quale non dovremo andare.

Negli ultimi anni abbiamo prodotto globalmente circa 50 miliardi di tonnellate di emissioni l’anno. Se non le ridurremo, a fine decennio ci ritroveremo a ridosso della soglia di riscaldamento globale che al massimo avremmo dovuto raggiungere a fine secolo. Non è retorica ecologista dire che non c’è più tempo e bisogna agire adesso. E adesso è durante la Cop27.

Fino ad oggi i fondi stanziati in favore dei Paesi vulnerabili sono finiti sotto le voci "adattamento" e "mitigazione". Per la prima volta a questa Cop27 sembra verrà riconosciuta la necessità di risarcire i danni e le perdite (loss and damage) causati da incendi, siccità, alluvioni. La Scozia è stato il primo Paese a Sharm el-Sheikh a dichiarare lo stanziamento di altri 5,7 milioni di dollari per un fondo dedicato a loss and damage, portando il contributo scozzese a 7,7 milioni. Le ha fatto seguito l'Irlanda, con 10 milioni, l'Austria con 50 milioni, il Belgio con 2,5 milioni. La Danimarca aveva già dichiarato lo stanziamento di 13 milioni di dollari per la stessa causa, mentre la Germania sembrerebbe intenzionata a mettere sul tavolo 170 milioni.

"Siamo giunti a un punto in cui l'urgenza di mitigare e adattarci è messa in ombra dalla necessità di gestire le perdite e i danni che stiamo già subendo" ha detto a Sharm el-Sheikh Cleopas Dlamini, primo ministro dell'eSwatini, un piccolo stato confinante con il Sud Africa. Se dalla Cop27 si uscirà con un accordo tra tutti i Paesi industrializzati sulla creazione di un fondo loss and damage è però ancora tutto da vedere. "Vorrei dire di sì, ma realisticamente penso di no" ha detto Nicola Sturgeon, prima ministra scozzese. "Ma credo sia molto importante che usciamo da queste due settimane con qualcosa di concreto". Rifiutarsi di aiutare le nazioni più vulnerabili sarebbe un fallimento morale per l'Occidente, ha aggiunto.

 

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