CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: la casa di Galileo

Ricorre proprio in questi giorni, il 15 febbraio, l'anniversario della nascita di Galileo Galilei, una delle figure che più hanno contribuito a fare grande Padova. Sarebbero 455 candeline quest’anno per l’illustre scienziato: nato nel 1564 a Pisa e cresciuto tra Pisa e Firenze, ebbe nel 1592 un prestigioso incarico come dottore di matematica all’Università di Padova. È qui che trascorse i diciotto anni migliori di tutta la mia età, come scrisse lui stesso in una lettera a Fortunio Liceti, e il rapporto proficuo che ebbe con la città, in un clima di accoglienza e apertura culturale raro all’epoca, senza dubbio giovò alla sua “creatività” scientifica: è da Padova infatti che Galileo compì le importanti osservazioni che cambiarono per sempre non solo il modo di conoscere il cielo ma di intendere la scienza.

In quella Padova di fine ‘500, di cui possiamo immaginare le vie affollate di studenti e viaggiatori o le piazze colorate dai rumorosi mercati cittadini, ecco Galileo che cammina a passi svelti nel centro storico, in quel tragitto quotidiano che lo portava da casa all’Università. Di case a dire il vero ne cambiò varie, ma con discreta certezza possiamo identificare la casa in cui trascorse gli anni padovani più prolifici in quella che oggi si chiama via Galilei e che al tempo andava sotto il nome di “contrada de’ Vignali”. Era una zona di orti e di vigne – pare addirittura che lo stesso Galileo ne coltivasse – a pochi passi dalla Basilica di Sant’Antonio e da via del Santo, e qui Galileo viveva con la famiglia. Ma non solo: la casa era così spaziosa negli interni che Galileo ne affittava le stanze a studenti. Un modo questo di integrare la paga da professore e riuscire a finanziare i suoi esperimenti e la costruzione di strumenti. Basti pensare, infatti, che per un periodo trovò ospitalità in casa Galilei anche un meccanico, che collaborò, sotto la sua guida, alla costruzione di esemplari di cannocchiali e di compasso geometrico.

Galileo affittava alcune stanze a studenti: un modo di integrare la paga da professore e riuscire a finanziare i suoi esperimenti e la costruzione di strumenti

Sono però gli spazi esterni, gli “orti”, ad aver giocato un ruolo fondamentale nella vicenda di Galileo a Padova, perché è qui, nel giardino che affaccia sull’Odeo Cornaro, che possiamo pensarlo di sera, intento nelle sue osservazioni. Certamente la consuetudine con il cielo, in quei tempi in cui l’illuminazione non c’era, permetteva di affinare occhio e mente: in una città che al calar del sole si faceva buia, l’incontro e la conoscenza con il cielo si facevano inevitabili e tutti lo sapevano “leggere”. E anche per Galileo era così, un rapporto intenso e raffinato a cui si univa la conoscenza delle leggi della matematica e della fisica.

Fu proprio durante gli anni padovani che Galileo sentì parlare di un’invenzione olandese che serviva per osservare gli oggetti da lontano. Decise di costruirne un prototipo e mostrarlo all’entusiasta Senato veneziano, che lo immaginò subito come strumento prezioso per le sue navi, per poter anticipare ed evitare gli attacchi dei pirati dalmati, gli uscocchi, ed evitare perdite di denaro, merci e uomini. Galileo ne intuì anche le altre potenzialità, che avrebbero potuto supportarlo per fare scienza in modo nuovo: fabbricò, nella casa padovana, varie lenti e diversi tipi di cannocchiale, che lui chiamò perspicillum, tutti rudimentali a pensarci oggi ma straordinari per quei tempi.

Così, dal giardino di casa, e senza il disturbo di alcun inquinamento luminoso, Galileo osservò a lungo il cielo da vicino, scoprendo le fasi di Venere e dando un nuovo ‘volto’ alla Luna, di cui per la prima volta vide la superficie rugosa, le montagne e il passaggio delle ombre sulla sua superficie. La Luna non era più liscia e perfetta, come si era pensato fino ad allora, ma aspera et inaequali, come riportò nel Sidereus Nuncius – il Messaggero Celeste - nel marzo del 1610.

Ma la notte fatidica fu quella tra il 9 e il 10 gennaio 1610, in cui Galileo scoprì quattro stelline, piccole invero ma pur lucentissime – come riportò ancora nel Sidereus Nuncius – che ruotavano intorno a Giove: erano i suoi quattro maggiori satelliti. Una scoperta questa che aprì la strada a una nuova concezione dell’Universo e, possiamo dire, del nostro “posto nel mondo”. Il continuo movimento dei satelliti intorno a Giove, infatti, permise a Galileo di capire definitivamente che anche la Terra doveva girare intorno al Sole.  

Fu questo anche il momento in cui iniziò un nuovo modo di fare scienza, svincolato da qualsiasi autorità diversa da quella della Natura e delle leggi fisiche e basato sull’osservazione empirica, a cui ancora oggi si dà il nome di metodo galileiano. Le sensate esperienze tratte dall’osservazione si uniscono alle certe dimostrazioni, espresse in linguaggio matematico, come scrisse lo stesso Galileo in una lettera a Cristina di Lorena. Un approccio rivoluzionario nei metodi e nel contenuto, che portò a compimento un processo di cambiamento culturale iniziato già nel primo ’500 e nel quale, da Bacone in poi, furono in molti a dare un contributo. Possiamo dire che Galileo suggellò gli sforzi di un intero secolo con la forza del suo approccio alla scienza e la determinazione delle sue idee, divenendone l’essenza e l’emblema.

Tutto questo avvenne negli anni padovani e rimane la curiosità di vedere lo scenario in cui Galileo compì la sua “rivoluzione”, fra esperimenti, studenti a pensione, lezioni da preparare. Purtroppo però la casa di via Galilei è ora una dimora privata che non si può visitare, solo una targa sulla facciata esterna di via Galilei ne segnala l’esistenza.

E allora ci si può mettere sulle sue tracce e percorrere portici e vie strette dritti fino alla sede dell’Università, il Bo, dove ancora oggi è custodita la sua cattedra, un semplicissimo palco di legno, visibile nella sede del Bo. Secondo Antonio Favaro, uno dei maggiori studiosi galileiani, sembra non fosse stata costruita appositamente per lui né fu lui l’unico a usarla ma la suggestione nel vederla resta forte. Il “professor” Galileo teneva delle lezioni così seguite e affollate che spesso dovevano essere spostate nella “sala grande dei legisti”, l’attuale Aula Magna, per contenere tutti gli studenti arrivati ad ascoltarlo.

O ancora, si può fare una sosta nella Biblioteca del Seminario vescovile dove è conservata la prima edizione del Dialogo sui massimi sistemi (1632), con le note e le correzioni originali di Galileo, o immaginarlo intento a disquisire nella vecchia canonica del Duomo con Paolo Gualdo, suo amico e allora rettore del Duomo di Padova, non sempre convinto della bontà degli studi del Galilei, tanto che in una lettera gli scrive “Che la Terra giri, sinhora, non ho trovato né filosofo né astrologo che si voglia sottoscrivere all’opinione di Vostra Signoria, pensi adunque bene prima che asseverantemente pubblichi questa sua opinione per vera”. 

Come sia andata a finire lo sappiamo tutti e per Padova aver ospitato e accolto lo scienziato pisano resta un valore inestimabile. Lo ritroviamo oggi in Prato della Valle, tra le 78 statue dei padovani illustri che cingono l’Isola Memmia e tra le quali, sebbene non padovano, non poteva mancare. Continua a starsene lì con lo sguardo in alto e il braccio alzato, quasi a indicare qualcosa lassù, osservando il cielo della città da cui avviò una vera e propria rivoluzione culturale.

SPECIALE La scienza nascosta nei luoghi di Padova

  1. Il Liston
  2. Palazzo Bo
  3. Il teatro anatomico
  4. La Basilica di Palazzo Bo
  5. Le piazze del mercato e la scienza delle misure
  6. La Cappella degli Scrovegni
  7. L'orologio di Piazza dei Signori
  8. La Torre di Palazzo Bo
  9. La Specola
  10. Le mura
  11. L’Ospedale di San Francesco Grande
  12. La casa di Galileo
  13. L'Accademia galileiana
  14. L'Ospedale Giustinianeo
  15. L'Orto botanico
  16. Il Giardino della biodiversità
  17. La fisica di via Marzolo
  18. L'Orto agrario
  19. Palazzo della Ragione
  20. Il Seminario maggiore
  21. La passeggiata dei Nobel
  22. I Laboratori di Legnaro e la sezione padovana dell'Infn

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012