CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: il Giustinianeo, l’ospedale della città

Tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento a Padova, per una popolazione di circa 40mila unità, sono disponibili una decina di hospitali. Si trovano sia dentro che fuori le antiche porte della città, un po’ in tutte le zone: l’ospedale di San Daniele, di San Giacomo, di San Violino, di San Gregorio, di Sant’Orsola, della S.S. Trinità, un ospitale di Santa Maria e quello di San Michele o San Leonino. Il loro nome rende palese la loro origine religiosa. Si tratta spesso di ricoveri, con ristrette possibilità di ospitare i pazienti (10-20 letti), le attrezzature sono modeste e l’organizzazione è basata sulle opere di carità.

Nel Cinquento lo studio padovano, che detiene il primato nel campo della ricerca anatomica, è particolarmente florido. Durante questo secolo, il quattrocentesco Ospedale di San Francesco Grande acquista fama europea: si tratta del progenitore dell’attuale complesso clinico-ospedaliero. Al suo interno si aprono diversi spazi: saloni per le riunioni, le abitazioni per il Priore e altri ufficiali di governo, le cucine, la stalla, due pozzi, l’orto, nonché le abitazioni del personale medico e sanitario. Lo Spedale di San Francesco Grande è il primo nella storia dell’insegnamento universitario, in cui si attua la clinicizzazione (trasformazione di un ospedale o di un reparto ospedaliero in una clinica di tipo universitario). Dal 1543 al 1546, nell’università di Padova trionfano l’oggettività e il metodo dimostrativo.

Nel Settecento il numero dei pazienti accolti dall’ospedale cresce: nel giro di una sessantina d’anni il numero dei malati raddoppia. Le strutture del grande ospedale sono sempre meno adatte alle nuove esigenze, l’edificio è vecchio e l’amministrazione non riesce più a far fronte alle spese. Così, dopo tre secoli e mezzo di attività, l’ospedale di San Francesco chiude i battenti.

Entra in gioco il Vescovo Nicolò Antonio Giustiniani col suo sogno di dotare Padova di un grande e confortevole ospedale. L’area su cui sarebbe sorto è quella del Collegio dei padri Gesuiti, esiliati dalla Repubblica Veneta. L’architetto che si occupa dell’opera è Domenico Cerato: per i contemporanei, in quanto a proporzioni e funzionalità, il nuovo ospedale regge il confronto con i più celebri ospedali europei. È una struttura moderna in cui tutti, a prescindere dalla loro condizione economica, possono ricevere le cure di cui hanno bisogno: è il primo ospedale pubblico della storia. Per la sua unicità, al tempo, poteva essere considerato il prototipo del nosocomio europeo.

Il vescovo Nicolò Antonio Giustiniani, discendente da famiglia patrizia, nato a Venezia il 21 giugno 1712, muore nell’amata Padova il 24 novembre 1796. Uomo di chiesa instancabile, generoso e umile, è ricambiato dall’affetto dei cittadini, che avrebbero voluto innalzargli una statua, quand’era ancora in vita, proprio nel nuovo Ospedale dei Poveri infermi. La sua modestia impedisce ai cittadini di omaggiarlo in quel modo e la statua viene posta nel chiostro dell’ospedale solo nel 1846.

Infatti, quello è il luogo dove si concretizza maggiormente la sua operosità e alla cui realizzazione partecipa, impiegando non solo il proprio tempo, ma anche il proprio denaro. Amava tanto quel progetto, che ben si confaceva ai suoi valori spirituali: infatti, viene visto più di una volta recarsi personalmente a prestare le proprie cure, sia ai ricchi che alla povera gente.

Più di una terza parte, per non dire la metà dell’enorme dispendio in 19 interi anni quivi erogato in contanti, devesi registrare a debito eterno della nostra riconoscenza verso il Padre e per così dire il creatore di questo luogo Girolamo Trevisan, presidente della fabbrica del nuovo ospedale di Padova, durante il funerale del prelato

La prima pietra dell’ospedale Giustinianeo viene posta il 20 dicembre 1778. Ricordando quella memorabile data, nella serie cronologica dei vescovi di Padova, lo stesso Giustiniani ringrazia la “divina Provvidenza” e i “pii fedeli” che, unitamente ai suoi sforzi, resero possibile la realizzazione di qualcosa di straordinario e impensabile fino a qualche anno prima. Il vescovo, per far andare avanti i lavori, non si limita a sollecitare l’elargizione di elemosine, né a vendere la propria argenteria, ma si inventa persino una lotteria finalizzata totalmente al finanziamento della costruzione dell’ospedale. L’inaugurazione avviene il 29 marzo 1798, quando i padovani possono finalmente ammirare il risultato delle loro offerte, della cooperazione della città sotto la guida di un vescovo amato e che mai si tirò indietro quando si trattava di dare il buon esempio.

È nato come Ospedale della città, nel senso di fatto dalla città, oltre che fruito dall’intera città Maria Giuseppina Benvegnù, UOC Comunicazione e rapporti con i cittadini, Ufficio Relazioni con il Pubblico presso Azienda Ospedaliera di Padova

A metà Ottocento l’edificio è in grado di ricoverare 500 malati contemporaneamente, annualmente, in media, ne accoglie 3338. Hanno diritto al trattamento gratuito i poveri della città e del circondario esterno, mentre i pazienti provenienti dalla provincia pagano 33,3£ al giorno. Il personale ospedaliero, nel 1879, è costituito da tre primari medici, un primario chirurgo e due primari onorari, professori dell’università di Padova; inoltre è presente il personale della farmacia. La direzione dell’ospedale è responsabilità del Medico Capo.

L’ambiente ospedaliero gode dell’influenza del clima universitario. La relazione tra i due ambienti è proficua, le attività medica, didattica e di ricerca si intrecciano permettendo l’affermazione delle specialità cliniche. Già dalla prima metà dell’Ottocento sono funzionanti la clinica medica e chirurgica, pochi anni dopo sono operanti quella ostetrica e quella oculistica.

Lo sviluppo scientifico vede l’introduzione dell’anestesia e dell’asepsi. Tra il ’73 e l’83 viene messo in opera un programma di miglioramenti dell’edificio e di bonifica igienica degli ambienti. I vaiuolosi vengono allontanati dall’ospedale e nel loro reparto vengono spostati i maniaci, agli scabbiosi e ai luetici viene riservato un reparto speciale. Viene migliorato ed esteso il riscaldamento e perfezionato l’incanalamento delle acque piovane, nonché acquistate 500 lettiere in ferro, riforniti gli strumenti chirurgici e dotati i laboratori di microscopi e altro materiale.

All’inizio del Novecento l’ospedale è inadeguato per spazio e per esigenze igieniche, le attrezzature sono vetuste. I pazienti sono ammassati e spesso mescolati fra loro o tenuti in anguste e poco salubri cantine. È necessario ampliare il corpo principale: man mano, l’erezione graduale di una serie di padiglioni, secondo la disponibilità di fondi e sfruttando allo stesso tempo le parti ancora valide del vecchio ospedale, si concretizza nell’imponente Complesso clinico-ospedaliero. Inizialmente vengono cantierizzati gli edifici del Policlinico e del Monoblocco, nella metà degli anni ’50 la Pediatria e pian piano le altre cliniche universitarie: l’ospedale diventa una città nella città.

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Fonti:

Loris Premuda, L’ospedale di Padova nella Storia in L’Ospedale Civile di Padova, il suo rinnovamento, la sua storia, le sue moderne attrezzature al servizio dell’uomo, Padova, Grafiche Messaggero,1968

Claudio Bellinati, Monsignor Nicolò Antonio Giustiniani, in Il Giustinianeo – Il nuovo Ospitale degli Infermi di Padova, Azienda Ospedaliera, Università di Padova, Padova, La Grande Fabbrica 1798 -1998 (stampa 1998)

Maria Giuseppina Benvegnù, La storia dell’Ospedale di Padova, cenni; intervento nel convegno “Aspetti umani, morali e psicologici nell’organizzazione sanitaria durante la Prima guerra mondiale” Padova, 28 maggio 2016

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