CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: l’ospedale di San Francesco Grande

C’è un luogo, a Padova, che restituisce alla popolazione memoria di un glorioso passato in campo medico. Alle spalle di Palazzo Bo, è sufficiente percorrere poche centinaia di metri per arrivare al Museo di storia della medicina (Musme), sorto qualche anno fa tra le mura dell’antico ospedale di San Francesco, detto anche San Francesco Grande. La prima struttura in città, questa, a essere destinata esplicitamente all’assistenza degli ammalati, oltre che all’accoglienza di poveri e bisognosi.

Sono Baldo de’ Bonafari da Piombino e la moglie Sibilia de’ Cetto a volerne la costruzione agli inizi del XV secolo. Uomo sui cinquanta lui, diplomatico e consigliere di Francesco Novello da Carrara, signore di Padova. Donna esile e fortemente religiosa lei, vedova di Bonaccorso Naseri di Montagnana. È proprio lo spirito di carità cristiana che spinge i coniugi a edificare un ospedale, una chiesa e un convento che possano accogliere poveri e ammalati e dare residenza ai frati dell’ordine dei Minori Osservanti di San Francesco. Il 25 ottobre 1414 si posa la prima pietra, nel 1416 si comincia la costruzione della chiesa. Dopo qualche anno Baldo de’ Bonafari muore e Sibilia prende in mano le redini del progetto: con testamento del novembre 1421 nomina i suoi esecutori testamentari e affida al collegio dei Giuristi di Padova l’amministrazione dell’ospedale.

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Negli anni Quaranta del Quattrocento l’ospedale è ormai attivo. Vi hanno accesso i malati, ma anche chi per età avanzata, mancanza di mezzi o solitudine ha bisogno di cure. Quando vengono avviati i lavori, a Padova esistono già degli hospitali, ma si tratta più che altro di strutture rivolte indistintamente a poveri, viandanti e infermi, in cui prevale lo spirito di carità. La costruzione del San Francesco si inserisce invece in un momento di grande rinnovamento edilizio degli ospedali italiani: sono questi gli anni in cui si costruiscono l’ospedale Maggiore di Milano e quello degli Innocenti a Firenze.

Il nuovo complesso sorge nel cuore della città, in un’area di proprietà dei fondatori compresa tra le attuali via San Francesco, via del Santo e via Galileo Galilei. È una scelta insolita, quella di collocare l’ospedale lungo una via di transito, che non risponde ai dettami del tempo, specie se si considera che la struttura per volere dei testatori avrebbe accolto malati di tutti i tipi e tra questi anche i contagiosi e i sifilitici. L’ingresso principale è da via San Francesco, uno scalone conduce ai piani nobili superiori. Qui probabilmente si riunisce il consiglio d’amministrazione. L’ospedale è composto da più edifici a due piani, con diverse corti interne. È articolato in due reparti, uno femminile e uno maschile. All’interno del complesso edilizio, stando ai documenti d’archivio esaminati dalla storica Ivana Pastori Bassetto, trovano spazio una grande cisterna, dei pozzi, un grande orto, una stalla, una spezieria, un’unica “medicaria”, abitazioni per il personale, una lavanderia, diverse cucine, cantine e magazzini. Nel 1706 viene allestita anche una stanza per praticare le autopsie in presenza degli studenti, che fino a quel momento erano state eseguite in luoghi improvvisati.

Non si sa molto del personale sanitario operante nella struttura durante i primi anni di vita. Lo storico della medicina Loris Premuda cita il chirurgo Nicolò De Musicis in servizio nel 1534, precisando tuttavia che già dal 1518 si ha notizia di tre medici che lavorano nell’edificio. Ogni mattina visitano le infermerie, prescrivono i farmaci necessari, soccorrono i feriti, stabiliscono la dieta più adeguata. Gli assistenti invece si occupano dell’accettazione dei malati, dei casi urgenti e riferiscono ai medici l’andamento dei pazienti.

Tradizione vorrebbe che l’ospedale di San Francesco Grande sia la prima sede dell’insegnamento clinico al mondo, ad opera di Giovanni Battista da Monte, docente di medicina pratica ordinaria a Padova dal 1539 e di teorica dal 1543. A lui andrebbe il merito di aver integrato le lezioni universitarie con la pratica clinica al letto del malato, condotta proprio al San Francesco. A sostenere questa tesi, nell’Ottocento, è il medico Giovanni Rasori seguito poi da Giuseppe Cervetto e molti altri storici della medicina. Sarà Giuseppe Orsolato a fine secolo, sulla base di documenti d’archivio, a mettere in discussione questo primato, sostenendo che in realtà non sia possibile dimostrare un inserimento di Da Monte nell’ospedale di San Francesco, quanto piuttosto la sua presenza a qualche consulto richiesto dai medici della struttura. A lui si deve, in ogni caso, l’aver riconosciuto l’importanza del metodo, della pratica clinica nell’insegnamento universitario. Il primo accenno a una relazione tra l’attività ospedaliera e quella universitaria – sebbene non istituzionalizzata – risale al 1577-78 quando Marco degli Oddi, primario dell’ospedale e dal 1578 docente di medicina teorica straordinaria, e Albertino Bottoni, professore di medicina pratica straordinaria, accompagnano gli studenti al San Francesco per le esercitazioni pratiche. Si dovrà attendere il 1619 perché un insegnamento universitario espliciti l’obbligo di visitare i malati dell’ospedale di San Francesco. Ed è nel 1764 che viene riconosciuta ufficialmente la presenza universitaria tra le mura ospedaliere con l’istituzione poi della clinica medica e della clinica chirurgica.

Se da un lato le due nuove cliniche procurano una certa fama al San Francesco, dall’altra gravano sul bilancio dell’ospedale dato che servono più medicinali, assistenza e servizi. E la struttura non sembra più in grado di rispondere alle nuove esigenze. Nel tempo iniziano a sorgere emergenze sanitarie e difficoltà economiche, nonostante le donazioni e i beni accumulati negli oltre tre secoli di vita. Anche se dalla metà del Seicento si eseguono lavori di ampliamento e ristrutturazione che interessano un po’ tutti i fabbricati, negli anni i malati superano di gran lunga la ricettività prevista per il San Francesco. Le condizioni igieniche diventano inaccettabili e il bilancio economico aggrava i problemi esistenti.

Questa situazione induce a valutare la costruzione di una nuova struttura più ampia e adatta alle esigenze del tempo, che tenga conto peraltro del legame esistente tra pratica clinica e didattica accademica. La nuova sede, il Giustinianeo, viene edificata poco distante nella seconda metà del Settecento.

Dopo la chiusura nel 1798, il complesso edilizio che un tempo costituiva l’ospedale di San Francesco Grande va incontro a riutilizzi, alienazioni, trasformazioni che fanno perdere la memoria della destinazione d’uso originaria e portano la struttura a uno stato d’abbandono. Solo negli anni 2000 si assiste a un piano di recupero della struttura promosso dalla Provincia di Padova, proprietaria dell’edificio dal 1959, su progetto dell’università di Padova. Lo scopo è di ospitarvi un museo, il Musme – realizzato tra il 2014 e il 2015 – che oggi restituisce al grande pubblico la storia della scuola medica padovana.

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