IN ATENEO

La prodigiosa Elena Piscopia, riscatto dei Cornaro

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata al mondo. Questo è Elena oggi ai nostri occhi.

Laureata in filosofia all'università di Padova nel 1678, è assurta a simbolo dell’intelligenza, della caparbietà e della capacità delle donne di fare parte di un mondo, quello accademico e intellettuale, per secoli esclusivamente maschile. Simbolo di diritto all’accesso paritario all’istruzione, di uguaglianza dei diritti e di dignità.

Ma Elena non era una paladina, né un’eroina.

Ella da Bambina fu Donna, e benché Donna superò nella costanza molti Huomini, nella Dottrina molti Maestri, e molti Religiosi nella Pietà Massimiliano Deza, 1687

Come oggi ricorda una targa posta nel palazzo dei Cornaro a Venezia, vicino a Rialto, Elena era nata a Venezia nel 1646. Dotata di una profonda capacità introspettiva e di un’intelligenza brillantissima, si appassionò giovanissima agli studi, che poté coltivare grazie a una fornitissima biblioteca di famiglia e ai contatti del padre con i più illustri eruditi. Era infatti la figlia naturale di un nobile, Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco, la cui casata era imparentata anche con Caterina Cornaro (1434-1510), regina di Cipro e poi signora di Asolo. Lei e i suoi fratelli nacquero però da una relazione more uxorio del padre con Zanetta Boni, originaria del Bresciano e di umilissime condizioni.

Quinta di sette figli, non era dunque nata patrizia.

Iniziò allora l’instancabile sforzo del padre per il riscatto del lustro della propria famiglia, a cominciare dal matrimonio con Zanetta, prima, e dall’esborso poi di 105.000 ducati per elevare i figli al rango di nobili: solo così Elena ebbe il privilegio di essere iscritta, a 18 anni, all’albo d’oro dell’aristocrazia veneziana. Le sue straordinarie doti di studiosa diventarono ben presto un orgoglio e un vanto per il padre, che vedeva nella figlia l’incarnarsi di valori di superiore nobiltà, quella intellettuale, e individuava in esse un ulteriore strumento d’affermazione sui gradini più elevati della società. “Non mancarono davvero le occasioni in questa umiliante situazione per esibire Elena con la sua non comune intelligenza come un prezioso trofeo” sottolinea lo storico Ruggero Rugolo.

La incoraggiò dunque a coltivare le sue doti, seguendola dapprima negli studi e affidandola poi alla guida di maestri straordinari, dal teologo Giovanni Battista Fabris, al latinista Giovanni Valier, al grecista Alvise Gradenigo, al professore di teologia Felice Rotondi fino al rabbino della comunità veneziana Shemel Aboaf, da cui Elena apprese anche l'ebraico. Cresceva la cultura enciclopedica della ragazza, che si impegnava anche nell’apprendimento non solo delle lingue antiche – latino greco e pure aramaico -, ma anche di quelle moderne: lo spagnolo, il francese e l'arabo. Arrivò a possedere una profonda cultura musicale e approfondì l’eloquenza, la dialettica e la filosofia, prendendo per quest'ultima lezioni da Carlo Rinaldini, professore all'università di Padova e amico del padre.

Principi, letterati e uomini di scienza giungevano da tutta Europa per ascoltarla e interloquire con essa. Elena, che comprendeva e parlava tra antiche e moderne più di sette lingue, fu considerata come un vero prodigio della natura Massimiliano Deza, 1687

Ma accanto alla passione per lo studio, Elena coltivava un'autentica vocazione religiosa. Con profondo dispiacere dei genitori, intenzionati a vederla sposata, rifiutò il matrimonio e sigillò invece la sua consacrazione a una vita austera, dedita al sapere e alle opere di carità, divenendo oblata benedettina all’età di 19 anni. Fece voto di castità, aggiunse ai suoi nomi quello di Scolastica e continuò a vivere nella casa di famiglia. La sua devozione venne esaltata da vere e proprie agiografie posteriori, che la dipingevano già bambina alla quale “bastava metterle in mano un rosario perché si calmasse”.

A coronamento dei suoi studi, nel 1677 fece domanda per addottorarsi in teologia. Il Collegio si era orientato ad accogliere favorevolmente la sua richiesta, ma Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e perciò anche cancelliere dello Studio padovano, oppose un fermo rifiuto, sostenendo che fosse “uno sproposito dottorar una donna” e che sarebbe stato un “renderci ridicoli a tutto il mondo”. Dopo molte insistenze e grazie alla mediazione del suo maestro Carlo Rinaldini, Elena Lucrezia poté infine laurearsi il 25 giugno 1678 in filosofia, e non dunque in teologia, come inizialmente desiderato. Come per il cerimoniale riservato agli uomini, le furono consegnate le insegne del suo grado: il libro, simbolo della dottrina; l’anello a rappresentare le nozze con la scienza; il manto di ermellino, a indicare la dignità dottorale, e la corona d’alloro, contrassegno del trionfo.

Il cerimoniale, che si svolse nella cappella della beata Vergine della cattedrale, fu caratterizzato da un lungo corteo, da musica e cori, dalla partecipazione di tutta la nobiltà e di una grande folla in un contesto straordinario.

Vinti e più mille persone comparvero nel Domo di Padoa, non senza pericolo di tumulto Giovanni Palazzi, 1681

Il 9 luglio fu aggregata al Collegio dei filosofi e medici dell’università e dopo qualche giorno partecipò alla seduta solenne organizzata dall’Accademia dei Ricoverati di Padova, cui era stata aggregata nel 1669, per celebrare la sua laurea. Elena aveva condotto i suoi studi interamente a Venezia e si trasferì a Padova solo dopo la laurea, andando ad abitare a Palazzo Cornaro, vicino al Santo.

La sua costituzione, già debole, era stata messa alla prova dallo studio e dalle macerazioni ascetiche. Elena si ammalava di frequente e anche per lunghi periodi, fino a morire nel luglio del 1684. Venne sepolta nella chiesa di Santa Giustina a Padova.

Fu a lungo considerata, da parte di chi la circondava, alla stregua di un fenomeno da esibire, donna erudita in grado addirittura di sciorinare dissertazioni filosofiche e dialogare in latino. Molti furono coloro che vollero incontrarla per saggiarne l’“incredibile” sapienza, come fece anche il cardinale d’Estrèes nel 1680.

Solitudine circondata da stupore, la sua, fatta di doti intellettuali eccezionali in un corpo di donna. Ma per la Piscopia queste doti non furono un consapevole strumento d'affermazione della dignità femminile, né del diritto a competere con gli uomini in campo intellettuale. La sua laurea non fu che uno spiraglio immediatamente richiuso, tanto che solo nel 1732 in Italia si laureò un'altra donna, Laura Bassi. 
Lo storico Piero Del Negro, narrando del Seicento all’università di Padova, sottolineava infatti l’esistenza, nel corso del secolo, di “episodi carichi di futuro, ma sterili nell’immediato, come la prima laurea femminile al mondo, vale a dire l’irripetibile – e non solo per questo motivo tipicamente barocca – laurea in filosofia conferita alla patrizia veneziana Elena Corner Piscopia”.
 

Tra il 1684 e il 1689 il padre fece erigere un grandioso monumento a Elena nella basilica del Santo a Padova, opera dello scultore bassanese Bernardo Tabacco, della quale però oggi non rimane alcuna traccia, demolita già nel 1727 e sostituita da un modesto busto opera di Giovanni Bonazza e incassato nella nicchia di un pilastro della navata centrale.

Nel 1773 Caterina Dolfin donò all'Ateneo padovano la statua raffigurante Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che ora è posta ai piedi dello scalone Cornaro, nel Cortile Antico di Palazzo Bo. Nell’ambito delle grandi opere di rinnovamento del palazzo centrale dell’Università, che vennero effettuate a partire dai primi anni Trenta, l’immagine di Elena Cornaro ritorna nell’affresco di Antonio Morato nell’Aula delle Studentesse, del 1941, che raffigura “Esempi di virtù femminile”: accanto alla poetessa Gaspara Stampa e alla matrona romana Cornelia, ecco Elena, con una croce al collo, intenta a suonare uno strumento musicale. Omaggio alla prima donna laureata al mondo, ma oggi anche simbolo di emancipazione femminile.

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