CULTURA

La colpa fatale di essere italiana

“Inutile dirvi quanto piacere ci farà la laurea ad honorem che vorrete dare alla nostra cara e indimenticabile Norma, che […] a soli 23 anni ha dovuto subire torture indicibili ed è finita in una foiba della profondità di 120 m”.
Così scriveva la sorella di Norma Cossetto, Licia, nell’aprile del 1948 al rettore dell’università di Padova Egidio Meneghetti, che da tempo cercava di contattare la famiglia della studentessa uccisa nel dicembre di cinque anni prima.

Già da due anni, infatti, l’ateneo padovano aveva avviato le procedure per concedere una serie di lauree ad honorem agli studenti morti in guerra, e il nome dell’istriana Norma Cossetto compariva fra i moltissimi casi da valutare. Per fare questo, il rettore aveva inviato una circolare a tutte le facoltà chiedendo di fare proposte in merito, e aveva incaricato una commissione speciale di vagliare l’effettiva sussistenza di motivazioni per la concessione degli onori; di questa commissione facevano inizialmente parte anche Norberto Bobbio e Lanfranco Zancan, professori dell’Ateneo e protagonisti della Resistenza. Era stato invece il preside della Facoltà di Lettere e filosofia Arrigo Lorenzi, dichiarato antifascista, a leggere quella circolare durante il consiglio di facoltà. Il professore friulano conosceva Norma, che con lui aveva dato due esami di geografia – l’ultimo pochi mesi prima di morire – e alla quale aveva assegnato, già nel febbraio del 1942, l’argomento della tesi di laurea.

Non fu però facile per la commissione decidere se concedere la laurea ad honorem a Norma: il suo caso era differente dagli altri, perché la ragazza non era morta combattendo in guerra, né era stata uccisa per ragioni razziali, come nel caso di molti studenti ebrei.

Secondo la testimonianza resa in pretura dalla madre, Norma era stata prelevata da bande irregolari jugoslave nella sua casa a Santa Domenica di Visinada, in Istria, e poi trucidata “per essere stata sempre una pura italiana, e per essere stata insegnante di italiano in quei luoghi”. Lo afferma con sicurezza la mamma, Maria Pachialat, che aveva vissuto sulla propria pelle cosa significasse essere italiana nei territori istriani in quel momento storico, e appartenere inoltre a una famiglia orgogliosamente fascista. Aveva vissuto la paura, l’insicurezza, le sparizioni, le fughe.

Da quel giorno d’autunno in cui Norma era scomparsa, non aveva avuto nessuna notizia certa su ciò che le era capitato. Nessuno aveva saputo più nulla fino al ritrovamento del suo corpo, in dicembre. Giravano solo voci che raccontavano avvenimenti intricati, confusi, violenti, sfumati nell’incertezza. Testimonianze sfuggenti, ogni volta diverse.

Non ci sono molti documenti ufficiali sul caso di Norma Cossetto, se non il verbale del ritrovamento e poche dichiarazioni discordanti. Attorno a questa studentessa morta orribilmente, il silenzio assordante delle fonti ufficiali rimbalza sul sentito dire, sulle opinioni, sulle strumentalizzazioni.

Norma, che nel 1939 si era iscritta alla Facoltà di Lettere e filosofia a Padova, in quel settembre del 1943 non era in città, ma era tornata a casa, a Santa Domenica. Era un momento importantissimo, tragico e confuso della storia italiana: dopo l’arresto di Mussolini a luglio, nei primi giorni di settembre erano iniziate le trattative di resa, e l’8 settembre Badoglio aveva annunciato agli italiani “l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”, da cui era scaturita la richiesta di armistizio alle forze alleate anglo-americane. Abbandonate le armi e in abiti civili, i soldati italiani in Istria stavano dunque cercando di raggiungere Trieste. Dal 2 ottobre l’Istria sarebbe stata occupata dalle forze militari tedesche e incorporata nella cosiddetta zona OZAK, la Operationszone Adriatisches Küstenland.

A differenza di Norma, suo padre Giuseppe non era a Santa Domenica in quei giorni di fine settembre, perché era stato richiamato a Trieste in qualità di capomanipolo della milizia, per disposizioni. Italiano fascista della prima ora, Giuseppe era divenuto podestà di Visinada, località in cui era un importante proprietario terriero e, come tale, anche commissario governativo delle casse rurali istriane. Quella di Norma era dunque una famiglia di rilievo nella comunità italiana fascista in Istria, e aveva al suo servizio lavoratori jugoslavi. Alla caduta di Mussolini, quegli stessi uomini, in buon numero, si erano schierati con i partigiani di Tito.

Eppure Norma in quei giorni viveva la sua vita libera, come aveva sempre fatto. Forse con poca consapevolezza di ciò che stava accadendo; forse nella falsa sicurezza di luoghi e persone familiari, che senza preavviso si erano rivelati ostili.

La sua tesi in geografia, secondo la compagna di studi Andreina, doveva prendere in esame le cave di bauxite della zona. E così Norma si spostava in bicicletta per visitarle, in quell’Istria rossa come il colore della sua terra. Non è da escludere che durante i suoi sopralluoghi la studentessa abbia potuto vedere o scoprire qualcosa che non avrebbe dovuto e che questo abbia potuto condurla alla morte. Ma si tratta di una semplice congettura, come le tante che in questi anni sono state elaborate.

Secondo l’atto di notorietà rilasciato dalla madre di Norma, la ragazza "è stata prelevata a Santa Domenica di Visinada dalla propria abitazione dai partigiani jugoslavi il giorno 2 ottobre 1943". Più testimoni affermano che era già stata arrestata qualche giorno prima, ma che in seguito era stata rilasciata. Una teoria piuttosto popolare vuole che il movimento di liberazione titoista le avesse proposto di collaborare, magari allo scopo di rintracciare il padre. Tanto più che con Norma erano stati arrestati anche alcuni suoi familiari: il cugino del padre Eugenio Cossetto, la cognata Ada Riosa e la cugina della madre Maria Concetta.

Nel frattempo, il padre, raggiunto dalla notizia dell’arresto di Norma, si era aggregato assieme a un parente, Mario Bellini, a una colonia della milizia triestina per tornare in paese. Lungo la strada i due vennero però sorpresi e uccisi il 7 ottobre; dopo pochi giorni i loro corpi vennero gettati in una foiba.

Per Norma, il silenzio. Fino al terribile 10 dicembre, quando i vigili del fuoco di Pola, comandati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, estrassero 26 cadaveri dalla foiba di Villa Surani. Fra loro, c’erano quello di Norma e dello zio Eugenio. Il loro funerale si tenne quattro giorni più tardi nel cimitero di Santa Domenica.

Il 10 dicembre i vigili del fuoco di Pola estrassero 26 cadaveri dalla foiba di Villa Surani. Fra di loro c'era quello di Norma

La laurea ad honorem le venne attribuita l’8 maggio 1949. Il suo nome, l’unico femminile, compare sulla grande stele nell’atrio dei cortili di Palazzo Bo, assieme a quelli degli studenti caduti “per la difesa della libertà”. E ci ricorda quella studentessa di lettere, libera e orgogliosa, che passeggiava per Padova con i libri sottobraccio, che divideva l’appartamento in via Zabarella con l’amica Andreina, che andava al cinema e sedeva nei caffè della zona universitaria. Ci ricorda la libertà di vivere, studiare, spostarsi, pensare.

"Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio", così recita la motivazione per la medaglia al valore civile che il presidente della Repubblica italiana Azeglio Ciampi conferì a Norma Cossetto nel dicembre del 2005.

Così l’Università di Padova nel febbraio 2011, con un’altra targa affissa nel cortile centrale del suo palazzo principale, ha riaffermato con sicurezza la decisione di onorare Norma:

Per ricordare gli italiani e le italiane vittime di inumana ferocia in Istria e Dalmazia negli anni eroici e tragici della guerra di liberazione e delle pulizie etniche, colpevoli solo di aver difeso e pagato con la morte o l’esilio l’italianità della terra natia.
L’Università di Padova dedica a loro, e con loro a Norma Cossetto, studentessa dell’ateneo la medaglia d’oro al merito civile a onore del loro sacrificio per la patria e la libertà.
Universa Universis Patavina Libertas

Tutta la libertà dell’Università di Padova, per tutti.
Anche e soprattutto per Norma, ragazza di 23 anni che voleva laurearsi in geografia.

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