CULTURA

In un romanzo del '500 il nuovo ideale di donna

Abile scrittrice e dotta poetessa, Giulia Bigolin (chiamata anche Bigolina come prevedeva l’usanza del tempo con cui si rendeva il cognome femminile) nacque probabilmente a Padova tra il 1518  e il 1519 da genitori nobili e benestanti. La famiglia Bigolin aveva origini molto antiche. Possedeva proprietà a Camposampiero e a Santa Croce, vicino a Cittadella (da cui il nome ancora oggi in uso di Santa Croce Bigolina), un ricco patrimonio fondiario e una bella villa a Selvazzano, in provincia di Padova.

Di lei si conosce pochissimo. Sappiamo che viveva nella città del Santo nella contrada detta “dei Colombini”, nei pressi della Chiesa di Santa Maria dei Servi; che aveva un fratello più giovane, Socrate; che sposò Bartolomeo Vicomercato nel 1534, di cui rimase vedova nel 1555; e che ebbe almeno un figlio, Silvio. Con certezza si sa, inoltre, che Giulia era una donna istruita e colta e che, forse grazie alle frequentazioni della famiglia – il padre era legislatore e il marito legato al mondo universitario cittadino –, stava in contatto con gli intellettuali del tempo, come Sperone Speroni, Pietro Aretino e Tiziano Vecellio, tutti membri dell’Accademia degli Infiammati di Padova.

Per le donne che provenivano da famiglie nobili o dell’alta borghesia, Padova offriva, infatti, un ambiente intellettuale vivace e florido che permetteva anche di “auto-educarsi”, grazie ai libri e agli scritti che i figli, i fratelli, i mariti o i genitori portavano a casa, e assorbendo lo spirito culturale che si respirava in città, vista anche la presenza di una prestigiosa università.

Giulia Bigolina era una scrittrice molto attiva e apprezzata per le sue capacità e il suo valore intellettuale e godeva di grande stima tra i letterati del tempo. A definirla poetessa, anche se di lei è sopravvissuto un solo sonetto, sono molte personalità di spicco dell’epoca; tra i primi, Pietro Aretino, che in una lettera del 1549 la ringraziava personalmente per il breve componimento poetico ricevuto. Ma gli attestati di stima non mancarono nemmeno nei secoli successivi. “Gaspara Stampa e Giulia Bigolina si distinsero ugualmente, quella per le rime scritte con l’amabile negligenza del cuore, questa per le sue leggiadre e interessanti novelle”, scriveva di lei, nel Settecento, lo storico e letterato Melchiorre Cesarotti che molto l’apprezzava anche per il suo stile affascinante. Giulia era infatti anche autrice di novelle, in gran parte perdute, tra cui Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani, l’unica risalente a quel periodo, composta probabilmente tra il 1548 e il 1549 e data alle stampe solo nel 1794 dal critico Anton Maria Borromeo.

Il suo capolavoro è però Urania, manoscritto di oltre 300 pagine che compose probabilmente tra il 1553 e il 1555. L’opera è dedicata a Bartolomeo Selvatico, giurista di fama nello Studio patavino, con cui Giulia Bigolina intratteneva probabilmente un rapporto, oltre che epistolare, anche di stima e amicizia. Racconta la storia di un amore osteggiato che ha per protagonista una figura femminile retta, fedele e coraggiosa, decisa a dimostrare al suo amato quanto la bellezza interiore possa vincere su quella esteriore. Si tratta di un vero romanzo strutturato così come lo avrebbe inteso Alessandro Manzoni tre secoli più tardi, il primo di epoca rinascimentale scritto da una donna; è un’opera che, al suo interno, prevede due o tre temi narrativi che Bigolina intreccia con abilità e bravura nel periodo in cui questa nuova forma narrativa stava appena nascendo. Urania è una poetessa innamorata di Fabio, un uomo che non la ricambia e le preferisce una certa Clorina, bellissima ma insignificante. Decide quindi di lasciare la sua città per intraprendere un viaggio di conoscenza e, per farlo, veste panni maschili. Nei suoi spostamenti tra Salerno, Napoli e la Toscana, incontra giovani donne e uomini a cui spiega quali sarebbero dovute essere le regole dell’amore, e come le donne siano troppo spesso escluse da interessi che esulano la sfera amorosa, come la letteratura e la scienza.

Urania rappresenta, per l’epoca, una donna rivoluzionaria che rompe con la tradizione ribadendo l’importanza dell’istruzione come unico mezzo per raggiungere gli stessi traguardi degli uomini. Rivendica anche l’uguaglianza tra i sessi, un concetto che non trovava riscontro nella realtà di quegli anni.

Con la sua opera Giulia Bigolina si faceva interprete di un tipo di letteratura che non si addiceva alla sua condizione sociale. Le donne a quell’epoca scrivevano ciò che dettava la moda del tempo e lo facevano adottando il linguaggio petrarchesco, cioè il codice lirico dominante, e utilizzandolo come strumento di comunicazione sociale e, insieme, di espressione personale. Giulia, invece, rompeva con il passato: abbandonava quello stile letterario e si avvicinava invece ad Ariosto e a Boccaccio, per raccontare una storia di evasione, inedita per il suo tempo, in cui la protagonista non è destinata a restare in disparte, come da tradizione, ma vive in prima persona accadimenti, avventure e sentimenti.

La sua morte, avvenuta probabilmente nel 1569, segnò anche l’inizio del suo oblio. Delle opere da lei composte, infatti, nulla venne pubblicato mentre era in vita e nulla sarebbe stato pubblicato fino al XVIII secolo: si sarebbe dovuto aspettare il 1732 per vedere Urania citata all’interno di un catalogo dallo storico Scipione Maffei.

A regalarle una seconda vita letteraria è Valeria Finucci, docente di letteratura italiana alla Duke University del North Carolina che, alla fine degli anni Novanta, ritrova il manoscritto originale. Le sue ricerche partono da alcune considerazioni: nella società cortigiana, la donna aveva acquisito un certo peso all’interno della vita culturale e, se nella prima metà del Cinquecento le scrittrici pubblicavano soprattutto in Toscana, nella seconda metà del secolo è Venezia la città con il maggior numero di case editrici. Una scrittrice che in quel periodo avesse voluto pubblicare, avrebbe trovato strada facile in Veneto. Da questi luoghi ha preso le mosse la ricerca di Finucci che infine arriva a individuare il manoscritto, invece, presso la Trivulziana di Milano.

Nella massa silenziosa di quante nella Padova del Cinquecento si industriavano tra gli impegni quotidiani, Giulia Bigolina risalta come una donna in grado di istruirsi e dare avvio a una propria carriera letteraria. Una pratica che andò affievolendosi nel Seicento, quando la Controriforma e la recessione economica costrinsero molte giovani a entrare in convento dedicandosi esclusivamente a una formazione di tipo religioso.

 

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