CULTURA

La dama imprenditrice che inventò un ospedale

Chi fosse entrato nella sua stanza, al piano nobile di una casa di via Santa Margherita a Padova dove si trasferì nel 1407, avrebbe trovato evidenti indizi della sua personalità. Tracce di persona ricca per nascita, colta, istruita sui classici e fortemente religiosa. All’interno di quella stanza, ampia e ben arredata, che sembrava costituire il cuore pulsante dell’abitazione, trovavano posto un letto, dei cassettoni e dei bauli per la biancheria, dei bracieri per scaldare e un banco per pregare. Ancora, una scatola con gioielli di valore, rubini, zaffiri, diamanti; un baule con le sue letture preferite, un trattato di Pietro di Spagna, un libretto di articoli di fede, un ufficio della beata Vergine e un quaderno con antichi processi; un altro baule con il denaro di famiglia. E, infine, non mancavano l’archivio contabile e la biblioteca: leggeva Boezio, Ovidio, Lucano, Esopo, Orazio, Virgilio e la “cosiddetta enciclopedia della medicina coperta con uno sfondo rosso in carta pecora”. A redigere l’inventario dei beni di Sibilla de’ Cetto, per dare corso alle sue volontà testamentarie, fu il notaio padovano Giovanni Burgense il 15 dicembre 1421, tre giorni dopo la sua morte. Lasciava tutto ai “poveri in Cristo”, bisognosi e ammalati, in favore dei quali in vita, con il marito, aveva avviato la costruzione dell’Ospedale di San Francesco.

Nata intorno al 1350, Sibilla – il cui nome si trova anche nelle varianti di Sibillia o Sibilia – discendeva da due ricche famiglie di giuristi. Il padre Gualperto era un facoltoso mercante, proprietario terriero e prestatore di denaro; la madre Benedetta era figlia di Pietro Campagnola, giudice e uomo politico. La giovane, che avrebbe ereditato tutti gli averi dei genitori e del nonno paterno, trascorse l’intera sua esistenza in questo ambiente sociale, fatto di agi e disponibilità economiche.

Fin dalla fine del Duecento la famiglia abitava nella contrada di Santa Margherita, dove possedeva diversi edifici e dove più tardi sarebbe sorto l’ospedale. Nello stesso quartiere risiedeva anche Bonaccorso Naseri da Montagnana, consigliere di Francesco il Vecchio da Carrara, signore di Padova, che la giovane donna sposò in prime nozze. Il primo matrimonio ebbe un epilogo infelice. Oltre alla perdita di due figli che morirono in tenerissima età, Sibilla dovette affrontare anche quella del marito: Bonaccorso fu accusato di alto tradimento e impiccato in Piazza dei Signori nel giugno del 1390 per aver sostenuto Gian Galeazzo Visconti, nell’intervallo di tempo in cui i Carraresi lasciarono il governo di Padova. Poco meno di un anno dopo – per “probabile imposizione politica” secondo la storica Francesca Fantini D’Onofrio – Sibilla sposò in seconde nozze Baldo de’ Bonafari da Piombino.

Questi si era trasferito a Padova per studiare diritto e, stabilitosi in città, era divenuto consigliere di Francesco Novello da Carrara. Aveva acquistato un’abitazione nell’attuale Piazza Duomo – nota ancora oggi come Casa Bonafari – e qui aveva preso dimora con la moglie. Aveva appoggiato i Carraresi nella guerra contro i Visconti e questo gli aveva garantito la loro protezione almeno fino alla caduta della signoria, quando fu esiliato a Venezia. A quel punto Sibilla rimase sola e forse per questa ragione decise di ritornare nell’abitazione di via Santa Margherita. Scelse i luoghi che l’avevano vista crescere e diventare adulta, ricongiungendosi con l’ambiente e le persone che le erano cari. In assenza del marito, Sibilla prese in mano gli affari di famiglia e si dimostrò non meno capace del consorte. A lei erano state concesse le opportune deleghe, come del resto era avvenuto anche nel matrimonio precedente.

Colta giuridicamente e letterariamente, si profila come una donna padrona di se stessa, abile imprenditrice e consapevole dei propri diritti, soprattutto nell’ambito delle sue proprietà. Del resto l’aveva dimostrato già in precedenza, quando alla morte del primo marito presentò una supplica a Francesco Novello per legalizzare la sua posizione patrimoniale e rientrare in possesso della dote e dei beni mobili del padre consegnati a Bonaccorso Naseri al momento delle nozze, incamerati poi dalla di lui famiglia. L’8 giugno 1392 veniva emessa la sentenza che le dava ragione e vedeva riconosciuti i suoi interessi. Quando nel 1413 Baldo de’ Bonafari tornò a Padova, i coniugi si dedicarono alla realizzazione di un progetto molto importante e, a distanza di qualche tempo, consegnarono alla città l’Ospedale di San Francesco, struttura rivolta non solo all’assistenza di poveri e bisognosi, ma anche alla cura dei malati. L’impresa di Sibilla e del marito si inseriva in un momento storico di rinnovato afflato religioso a opera dei frati francescani dell’Osservanza che predicavano l’assistenza caritatevole nei confronti di emarginati e ammalati attraverso cure mediche e spirituali. Da donna devota e generosa quale era, Sibilla si avvicinò con il marito agli insegnamenti francescani, dimostrando una religiosità concreta che lasciava poco spazio all’ascetismo.

Mossi da questo spirito – ma anche, secondo Fantini D’Onofrio, dalla volontà di investire i propri averi in un’attività che avrebbe garantito benefici erariali e notorietà sociale – i coniugi si adoperarono per la costruzione del nuovo ospedale. La posa della prima pietra ebbe luogo il 25 ottobre 1414. Nel 1415 Baldo e Sibilla lasciarono liberi gli edifici che avevano occupato fino a quel momento per far posto alla nuova struttura e si trasferirono in un’altra casa dello stesso quartiere. Il complesso sarebbe sorto nel cuore della città, in un’area di proprietà dei fondatori tra le attuali via San Francesco, via del Santo e via Galileo Galilei. All’ospedale furono annessi anche una chiesa e un convento. Baldo de’ Bonafari morì nella prima metà del 1418 e non riuscì a vedere completata l’opera. Sibilla, rimasta vedova per la seconda volta, divenne amministratrice unica dell’ospedale, con il ruolo di “governatrice e padrona”, aiutata dai consiglieri Galvano Lattuga e Gualperto di Franceschino. Nel 1419 decise di collegare all’Ospedale di San Francesco la confraternita di Santa Maria della Carità che passò sotto l’influenza dei frati francescani. Due anni dopo de’ Cetto contrasse una malattia che la rese inferma per buona parte dell’anno. Sul letto di morte dettò le proprie volontà, lasciando tutti i propri averi ai “pauperes Christi”. Nel testamento dette indicazioni precise per il completamento dei lavori del San Francesco, oltre che della chiesa e del monastero: allo scopo nominò sei commissari che avrebbero dovuto occuparsi anche della gestione del complesso ospedaliero. Alla loro morte, stabilì che fosse il Collegio dei Giuristi di Padova a governare la struttura. E fu ancora lei a decidere che il convento dovesse essere abitato solo dai frati francescani osservanti.

Di Sibilla, oggi, rimane un ritratto nella sala del Capitolo della Scuola della Carità: fu Dario Varotari, nel 1579, a raffigurarla proprio nell’atto di donare l’Ospedale di San Francesco. Dopo la costruzione in città di una nuova struttura ospedaliera dove furono trasferiti i malati, sul finire del Settecento, il complesso edilizio cui è legata la memoria di Sibilla e quella del marito andò incontro a riutilizzi, alienazioni e trasformazioni. Negli anni Duemila la Provincia di Padova, proprietaria dell’edificio, su progetto dell’Università di Padova promosse un piano di recupero dell’edificio e in questa sede, tra il 2014 e il 2015, fu allestito il Museo di Storia della medicina.

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