CULTURA

L'intellettuale eclettica non dimentica gli umili

A volte sembra incredibile come, in poco più di cent’anni, si possano perdere le tracce di una donna che in vita era molto nota. L’incedere del tempo travolge le imprese di nobili, borghesi e proletari, con democrazia. La stessa sorte è toccata a Bona Benvenisti Viterbi, una tra le personalità più in vista della Padova a cavallo tra XIX e XX secolo. Tra ricordi di pronipoti, libri dalle pagine consumate, ritagli di giornali attempati, si fatica un po’ a ricostruire, seppur parzialmente, la sua vita. Ma è solo grazie a questi frammenti di memoria giunti fino a noi che di Bona si riesce ad abbozzare il carattere, le passioni, le idee.

Nata il 14 settembre 1859 da Moisè Benvenisti ed Emilia Finzi, nel suo albero genealogico spicca il nome di Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart. La sua famiglia è agiata, il padre è un medico famoso e stimato dell’epoca, nonché membro dell’Istituto veneto di Scienze, lettere ed arti, e dell’attuale Accademia galileiana di cui è stato per alcuni anni presidente e vicepresidente. Non è difficile immaginare dunque in che ambiente Bona cresca e si formi. Nella biblioteca di casa Benvenisti abbondano i libri di argomento medico, ma non mancano nemmeno i testi di filosofia, storia, economia, letteratura, agricoltura e scienze naturali. La collezione conta più di 2.000 volumi e, alla morte di Moisé, viene donata alla Biblioteca universitaria di Padova, dove ancora oggi si trova. La famiglia di Bona è ebrea e lo è anche quella di provenienza della madre, Emilia Finzi. In questo periodo a Padova la minoranza ebraica ha assunto ruoli e posizioni di prestigio a livello politico, economico e professionale, con personalità come Luigi Luzzatti, Giacomo Levi-Civita, Amedeo e Augusto Corinaldi, Gabriele Benvenisti, solo per citare qualche esempio. Bona si sposa a soli 23 anni con Giuseppe Viterbi, da cui avrà due figli, e acquisisce quindi il cognome del marito, pur conservando con orgoglio il patronimico. Viterbi è un avvocato importante, il padre un rabbino di Mantova. Più impegnato nella politica piuttosto che nella religione, Giuseppe ha idee radicali e per un periodo assume l’incarico di vicesindaco di Padova.

Bona Benvenisti è una delle prime sostenitrici dell’emancipazione femminile. Sono anni fecondi da questo punto di vista: le donne iniziano a tenere conferenze, a scrivere sui giornali, a frequentare le accademie, a partecipare al dibattito intellettuale, meno frequentemente a quello politico.

Bona ama la cultura. Pur non iscrivendosi all’università, studia da autodidatta molte materie, e tra queste, insieme alla madre, anche quella disciplina che la renderà una raffinata musicista. È la letteratura però la sua grande passione che la porta, agli inizi del Novecento, a fondare a Padova un importante circolo letterario in cui si disquisisce dottamente di prosa e poesia, come anche di spartiti e melodie. Bona non è solo una rappresentante dell’alta borghesia padovana, è anche una delle donne più in vista della città: non a caso Raoul de Chareun, pittore e illustratore italiano noto con lo pseudonimo di Primo Sinopico, la include nel suo Eterno femminino a Venezia e a Padova, una raccolta di litografie che ritrae le più famose nobildonne delle due città.

Bona Benvenisti Viterbi è un’avida lettrice, ma non si limita a questo: molti sono gli articoli che appaiono, a sua firma, in giornali e riviste del periodo, e più d’una le conferenze cui interviene come relatrice, sebbene non abbia mai nascosto il suo scarso entusiasmo per questo tipo di attività, dato che “di rado raggiungono il loro scopo”. Come afferma Bona in Quattro parole ad uso conferenza, l’intento di chi organizza questi incontri è far divertire le persone che partecipano, e insieme raccogliere fondi per qualche buona causa. L’esile libro contiene il discorso che Viterbi pronuncia la sera dell’11 febbraio 1903 nella sala dell’ex Gran guardia di Padova, e permette di scoprire molte caratteristiche della sua personalità. Il suo interesse per chi è in difficoltà, innanzitutto. Lo afferma lei stessa, tra le righe, in quanto “figlia di un medico che spese l’intera sua vita a pro dell’umanità sofferente, e specialmente della parte più povera di essa”. La conferenza è tenuta a beneficio dei “tubercolosi poveri”, ovvero per sostenere l’operato del Comitato contro la Tubercolosi, fondato dal medico padovano Achille De Giovanni come sezione veneta della Lega nazionale. L’incontro è quasi completamente dedicato ad argomenti letterari, in particolare a due autori francesi che Bona dimostra di conoscere profondamente. Con buona probabilità le sue parole sono frutto di anni di letture e confronti tenuti nel suo salotto. Victor Hugo ed Émile Zola sono per lei “grandi letterati, cuori grandi, grandi apostoli della redenzione del popolo sofferente”. Non perde l’occasione di rimarcare il suo pensiero: “L’uomo non vive di solo pane; e non può vivere neppure di sola scienza e filosofia; un po’ di poesia che infiori il suo cammino, non sempre cosparso di rose, gli sarà ognora necessario”.

Di libri propriamente detti Bona Viterbi ne pubblica tre. Il primo, I colli euganei nella storia e nella leggenda, porta la data del 1911: si tratta di un’agile guida turistica di questo territorio, poco distante da Padova. Nella prima parte l’autrice si sofferma sulla geografia del posto, poi ne affronta la letteratura e la storia. Da Battaglia a Due Carrare, da Arquà Petrarca a Este, Teolo, Lozzo, Luvigliano, fino a Torreglia, Galzignano, Praglia e, infine, Abano Terme, il suo è un viaggio che ripercorre le origini di ogni città, anche attraverso le sue leggende come quelle del conte Monticelli e della sirena del lago di Lispida, di Cecilia di Baone, della Speronella di Rocca Pendice, di Ercole e i tori di Torreglia, e molte altre.

Alla vita e alle poesie di Elizabeth Barrett Browning è dedicato il secondo libro, pubblicato nel 1913, in cui Benvenisti Viterbi traccia una biografia della famosa poetessa, “in attesa di un altro lavoro di mole maggiore, steso da penna più degna del tema”. Tra le righe si percepisce l’ammirazione e il rispetto che Bona nutre nei confronti della poetessa, non molto nota in Italia, di cui traduce alcuni componimenti. Il terzo libro è dedicato alla vita e alle opere del musicista Hugo Wolf e viene pubblicato nel 1931, il giorno stesso in cui Bona Benvenisti Viterbi muore, improvvisamente.

Nel corso della sua esistenza Viterbi trova modo di distinguersi anche in ambito sociale. Per alcuni anni compare tra i consiglieri dell’Università popolare di Padova, un’associazione culturale fondata da Achille De Giovanni nel 1903 con l’intento di diffondere la moderna cultura scientifica e letteraria nelle varie classi del popolo. Per un certo periodo di tempo, inoltre, Bona istituisce un fondo a suo nome, con cui finanzia premi in denaro destinati agli operai che frequentano assiduamente le lezioni: i soldi non sono un problema per lei, e ciò le consente ad esempio di far partecipare, a sue spese, all’Esposizione internazionale di Milano del 1906 i primi tre classificati agli esami. In altre occasioni, ancora, contribuisce a sanare il bilancio dell’associazione attraverso il suo fondo. Con lo scoppio della Grande guerra assume la presidenza del Comitato femminile di Preparazione civile di Padova accanto alla baronessa Matilde Treves. Diventa, inoltre, presidente dell’Ufficio notizie della città – un’associazione femminile di assistenza civile presente in più sezioni in tutto il regno – e crocerossina dotata di patente, tanto da essere la prima donna a guidare un’automobile a Padova. Svolge varie mansioni con grande solerzia, per esempio porta quasi sempre in prima persona al fronte gli indumenti di lana per i soldati. Al termine del conflitto, viene decorata dal ministero con medaglia d’argento a tre stellette, il distintivo per le fatiche di guerra corrispondente a tre anni di campagna.

Bona Benvenisti Viterbi muore pochi anni prima dell’inizio dei rastrellamenti degli ebrei nelle città italiane, che costringono il figlio Emilio, noto professore di chimica a Padova, a fuggire con la moglie Margherita e le figlie Graziella e Mirjam verso Assisi: qui si salvano dall’Olocausto grazie alla collaborazione del vescovo della città. Scrittori, professori, medici e rabbini: nei discendenti della famiglia Viterbi continua a vivere l’eredità lasciata da una donna innamorata della cultura e impegnata nella comunità.

 

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