CULTURA

Una febbre poetica arsa troppo presto

“Amor m’ha fatto tal, ch’io vivo in foco”. Inizia così il sonetto più noto di Gaspara Stampa, quello che contiene il verso fulminante, misto di passione e rassegnazione, citato anche da Gabriele D’Annunzio ne Il fuoco: “Dolce e terribile sorte quella di Gaspara Stampa! Conoscete le sue Rime? Sì, le vidi un giorno sulla vostra tavola. Miscuglio di gelo e di ardore. Di tratto in tratto la sua passione mortale, a traverso il petrarchismo del cardinal Bembo, getta qualche bel grido. Io so di lei un verso magnifico: Viver ardendo e non sentire il male”. Possiamo provare a immaginarla, mentre cerca di calmare il cuore e lasciare traccia di tutta quella indomabile passione consegnandola alla scrittura. Un atto sorprendentemente libero e sfacciato per una donna del Cinquecento.

La poetessa nata a Padova nel 1523, da famiglia borghese e colta, vissuta a Venezia e morta il 23 aprile del 1554, a soli trentuno anni, è una figura affascinante e complessa: donna e artista con una vita intensa attraversata da sentimenti autentici e urgenti d’amore e rabbia, tenerezza e dolore, anima vibrante e cuore innamorato del conte Collaltino di Collalto, che ricambiava tiepidamente il sentimento. È la voce dell’eloquenza borghese, della passione quotidiana, degli slanci reali e delle cadute dell’essere umano imperfetto e, quindi, verissimo. Le sue Rime, oggetto di grande interesse da parte degli studiosi, ma anche (soprattutto in passato, nei primi del Novecento) di aspre critiche, vengono pubblicate dopo la sua morte, grazie all’impegno della sorella Cassandra. In quei suoi scritti Gaspara si allontana dal “petrarchismo” a lei coevo. Il progetto di costruire un canzoniere alla maniera di Petrarca è condotto infatti con uno stile molto personale, solo in minima parte debitore del modello trecentesco. Ecco perché, a tratti, può risultare piacevolmente acerbo, ingenuo, quasi naïf. Naturalmente, rispetto a Petrarca, vi è anche un rovesciamento dei ruoli, perché qui è una donna a scriver versi d’amore offrendo contenuti di una intensità sorprendente per l’epoca. Quanto siano contemporanei lo slancio di passione e la femminilità fremente, quanto riescano a superare la regola e il buon senso imposto alle donne della sua epoca, quanta splendida e umana fragilità risieda nelle sue parole, lo si capisce in un attimo, leggendo: “Ed io d’arder amando non mi pento, pur che chi m’ha di novo tolto il core resti de l’arder mio pago e contento”.

La poesia di Gaspara Stampa, a differenza di altri retorici “esercizi” di poesia erotica cinquecenteschi, ci lascia una traccia della sua tormentata esperienza amorosa: è attraversata da forti emozioni, da attese e desideri, delusioni e speranze. È una poesia carnale che dà voce a un’autentica passione, troppo moderna, libera ed emancipata per il Cinquecento, tanto che ci fu chi la definì una cortigiana onesta come Veronica Franco o Tullia D’Aragona. Per altri, al contrario, in quel fuoco poetico risiederebbe “semplicemente” una profonda sensibilità e un amore pieno per la vita, tradotto nel corpo e nello spirito (nel 1544, alla morte del fratello Baldassarre, Gaspara cerca conforto nella religione prendendo persino in considerazione la possibilità di una vita monacale). Se nel Rinascimento le sue poesie non hanno fortuna, vengono invece riscoperte diversi secoli più tardi e ancora oggi risultano intensamente godibili per via di un tono schietto, talvolta quasi dimesso, che le avvicina a certa poesia contemporanea. Si leggano questi versi ad esempio, in cui, disillusa, rimprovera a Collaltino di averla tradita e di aver trovato moglie a sua insaputa: “Meraviglia non è, se in uno istante / Ritraeste da me pensieri e voglie, / Ché vi venne cagion di prender moglie, / E divenir marito, ov’eri amante”.

Una scrittura così irriducibile a ogni etichetta letteraria, antica e moderna allo stesso tempo, in bilico tra tradizione e innovazione, ha dato origine a una pluralità (quasi labirintica) di giudizi critici. In passato, c’è chi ha visto in Gaspara Stampa un talento poetico naturale e quasi primitivo, poco o per nulla mediato da reminiscenze ed echi di precedenti letterari; alcuni ne hanno evidenziato l’autenticità dell’ispirazione e la forza espressiva, altri hanno insistito di più sulla mancanza di raffinatezza; al contempo, la critica moderna fa risalire l’eccentricità della poetessa al sapiente riutilizzo di modelli alternativi e paralleli a quello dominante di Petrarca. Ecco che quindi secondo Gustavo Rodolfo Ceriello avrebbe “la voce più spontanea e immediata della poesia erotica italiana del sedicesimo secolo” colorita e ravvivata da una certa “eloquenza borghese”, come specifica Luigi Baldacci, ma contemporaneamente – chiosa Monica Farnetti in tempi recenti – la sua poetica sarebbe “petrarchesca […] dantesca, ovidiana, boccacciana, ariostesca e persino bernesca, nutrita insomma dell’insegnamento di altri maestri e maestre”.

Questo slancio spontaneo, istintivo, a tratti disordinato, ha portato critici come Benedetto Croce a rimproverarla di “una certa sciatteria nella forma che però, se non condusse la forma a maggiore perfezione ebbe perlomeno il pregio di rompe[re] il petrarchismo”. C’è anche chi, come Giorgio Forni, riconosciuta la sciatteria, la considera piuttosto sprezzatura, definendola una “idea innovativa e irregolare di poesia che mette a frutto l’imperfezione e l’accordo piacevolmente dissonante tra diversi registri”; di contro, c’è chi, come Walter Binni, parla per la poesia di Stampa di “tenero canto aggraziato”.

Secondo Rainer Maria Rilke, la poetessa con i suoi versi è esempio per giovani donne tormentate da tribolazioni amorose: “Hai parlato abbastanza di Gaspara Stampa, così che una qualche fanciulla, cui sfugga l’amato, ne senta dentro di sé entusiasmante l’esempio: e se come lei fossi io?”, scrive nella prima delle sue Elegie duinesi.

Nel volume Dolceridente, la prima monografia dedicata a Stampa, Monica Farnetti regala una descrizione gloriosa della poetessa, facendo riferimento a un tesoro di esperienza e conoscenza reso memorabile e messo a disposizione degli altri. E poco conta, spiega Farnetti, “che quanto le accade si riduca sostanzialmente a un incontro e a un abbandono, seguito a breve da una morte precoce. Poiché in quei due anni e più di relazione amorosa, con l’appendice di pochi mesi dedicati a una successiva e imprevista passione, Gaspara Stampa impara magistralmente a leggere il quotidiano per ricavarne insegnamento, ad accompagnare con la scrittura la vita nelle continue trasformazioni che impone, a ripensare ogni giorno con pazienza l’umano, e nondimeno il divino, che si esprime nell’amato e nella propria stessa persona”.

Con il senno di poi, si può dire che il talento della “misera Anassilla” (nom de plume di Stampa nelle Rime) fu proprio quello di saper magnificare il qui e ora, lasciandosi sorprendere dai propri sentimenti e dalla loro unicità, irripetibilità, e perché no, eroismo. Attraverso la descrizione delle proprie disperate passioni Gaspara volle creare, come Rilke intuì, il mito di se stessa e del proprio amore. Chi in un lontano domani rovistasse tra gli esempi di amore sofferto, accanto alle figure mitologiche che ella usava come pietre di paragone nelle Rime, quali Progne, Filomena, Eco, Penelope, Evadne, troverebbe anche lei, Gaspara Stampa.

Anche l’Università di Padova la ricorda tra gli esempi di virtù femminile nel dipinto realizzato ad affresco da Antonio Morato negli anni Quaranta del Novecento nella sala riservata alle studentesse nel Cortile nuovo di Palazzo Bo, accanto a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia e Cornelia, madre dei Gracchi.

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