CULTURA

L'azzardo della filosofa: il pensiero non ha sesso

La Santa Inquisizione tendeva di norma a mostrarsi più clemente con le donne, essendo loro riconosciuta meno autorevolezza e, di conseguenza, scarsa capacità di influenzare l’opinione pubblica. Era esattamente ciò che sperava Giacomo Menochio, il giurista incaricato di prendere le parti di Camilla Erculiani, intraprendente filosofa e “speziala”. Le sue Lettere di philosophia naturale avevano un vago odore di eresia, motivo per cui aveva dovuto affrontare un processo. Il consilium di Menochio esponeva la linea di difesa che aveva deciso di adottare: si trattava sostanzialmente di un appello all’ignoranza femminile. Il giurista sosteneva la tesi secondo cui le parole di una donna, allo stesso modo di quelle di un pazzo o di un bambino, non andassero prese così alla lettera, essendo effimere e poco fondate. Il consilium, però, testimoniava anche la risolutezza con cui Camilla non smise mai, nemmeno durante il processo, di porsi sullo stesso piano dei filosofi e degli scienziati del sesso opposto.

Durante il periodo della Controriforma, certi pensatori erano considerati pericolosi per le loro idee in materia di scienza e filosofia. Questo valeva soprattutto per gli uomini, perché le loro teorie, se ben strutturate, potevano indurre l’interlocutore a una riflessione in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, e minare quindi l’autorità religiosa. Le donne, invece, talora destavano preoccupazione per le loro (presunte) incursioni nel mondo dell’esoterismo: si pensava infatti potessero insidiare l’ordine pubblico in quanto streghe, divinatrici, o in generale persone capaci di praticare le arti oscure. Non erano perciò pericolose per le loro idee, non erano soggetti autorevoli in quanto intellettuali, pensatrici, scrittrici. La loro condanna a non essere ascoltate, o a non essere prese sul serio, in alcuni casi poteva costituire la loro salvezza.

Le donne, invece, talora destavano preoccupazione per le loro (presunte) incursioni nel mondo dell’esoterismo: si pensava potessero insidiare l’ordine pubblico in quanto streghe, divinatrici, o in generale persone capaci di praticare le arti oscure

La situazione iniziò a cambiare nel corso del Cinquecento, quando in Europa il dibattito culturale sembrava lasciare margine di intervento anche alle donne, alcune delle quali leggevano e commentavano trattati di filosofia e intrattenevano corrispondenze con altri studiosi dell’epoca, specialmente su temi che riguardavano le scienze naturali. Le intellettuali difendevano il loro diritto a riflettere e studiare, sostenendo di essere in grado quanto gli uomini di condurre speculazioni filosofiche e indagini scientifiche. La discussione sulle capacità intellettuali femminili era un argomento molto popolare tra gli autori dell’epoca, spiega Sandra Plastina nel saggio La «natura» della donna nel dibattito cinquecentesco. Furono molti, infatti, i pensatori che vollero esprimere la propria opinione in proposito, schierandosi a favore o contro l’idea che l’abilità di scrivere, argomentare e fare ricerca prescindessero dal sesso.
In Italia, al dibattito parteciparono anche le poetesse Moderata Fonte e Margherita Sarrocchi, e la padovana Camilla Greghetti Erculiani. In area veneta, in particolare, circolavano numerosi volgarizzamenti e rivisitazioni dei più importanti testi di filosofia naturale, specialmente quelli di ispirazione aristotelica. Le principali destinatarie di questo processo di diffusione della cultura erano le donne che, così, potevano iniziare a interessarsi non solo alla letteratura e alla poesia, ma anche alla scienza. Spesso i testi che circolavano erano accompagnati da una nota introduttiva dedicata alle lettrici: il letterato e astronomo Alessandro Piccolomini, per esempio, apriva la sua opera La sfera del mondo respingendo esplicitamente la “mal usanza de i nostri tempi” che rendeva molto più difficile alle donne essere istruite e coltivare il loro potenziale. Quest’idea fu fortemente interiorizzata da Camilla Erculiani che, nelle sue Lettere, esortava le ragazze a studiare, riflettere e a non essere “spensierate”, convinta che la scienza dovesse avvalersi anche di contributi femminili.

Figlia di un mercante, Camilla sposò in prime nozze lo speziale Alovisio Stella, che la lasciò vedova all’età di 23 anni. Cinque anni dopo, nel 1573, si unì in matrimonio a Giacomo Erculiani che esercitava lo stesso mestiere del precedente marito. Secondo la storica Eleonora Carinci, che ne scrive nel saggio  Una 'speziala' padovana, è ragionevole pensare che Camilla frequentasse la spezieria e che avesse quindi avuto modo di entrare in contatto con vari intellettuali e figure di spicco della sua epoca. Le botteghe di tal genere, infatti, lungi dall’essere semplici negozi, rappresentavano un punto di ritrovo per filosofi, scrittori e scienziati. Chi vi lavorava doveva avere nozioni basilari di botanica, di medicina e anche di latino, per poter conoscere le proprietà e le caratteristiche delle erbe che vendevano nel loro negozio.
Anche Camilla, quindi, aveva verosimilmente ricevuto un’istruzione, ed era in grado di formulare articolate teorie e di tradurre in prosa i suoi pensieri. Doveva poi aver avuto accesso a testi di filosofia naturale e di medicina, spesso in mano agli speziali. C’è inoltre da dire che Padova, in quel periodo, era un centro davvero importante dal punto di vista culturale e scientifico. La città era infatti frequentata da personalità come Nicolò Copernico, Cesare Cremonini e Galileo Galilei. La spezieria “Alle tre stelle” di Giacomo Erculiani si trovava vicino a Palazzo Bo, ed era frequentata da studenti, professori e intellettuali di varie nazionalità. Questo permise a Camilla di incontrare altri studiosi e di essere coinvolta, almeno in parte, in quel rinnovamento culturale che ferveva intorno a lei.

Erculiani partecipò al dibattito intellettuale dell’epoca con le sue Lettere di philosophia naturale, un testo in stile epistolare che conteneva idee originali sul diluvio universale e sulla natura umana. Fin dalla presentazione dell’opera, indirizzata alla regina polacca Anna Jagellona, l’autrice afferma esplicitamente il suo intento: dimostrare che l’opinione delle donne vale quanto quella degli uomini, e così pure le loro capacità di studio e riflessione. Le Lettere furono pubblicate a Cracovia: l’Università di Padova in quel periodo intratteneva rapporti e scambi culturali con la Polonia, ed è probabile che qualche studente polacco possa aver fatto da tramite per la pubblicazione del suo lavoro.

Al tempo la forma epistolare era il genere letterario prediletto dalle autrici, perché permetteva di proporre e difendere la propria tesi all’interno di un dibattito a più voci. Le prime due lettere erano indirizzate a Giorgio Garnero, medico e intellettuale burgundo; l’ultima, invece, a Martin Berzevicze, consigliere e cancelliere del re di Polonia. Nella sua opera, la filosofa sosteneva che il diluvio universale fosse una soluzione attuata dal divino per rispondere a uno “squilibrio” tra i quattro elementi che componevano la materia: acqua, aria, terra e fuoco. Secondo la sua idea nell’uomo, pur essendo presenti tutte le componenti, prevaleva la terra, cioè l’elemento in cui viveva (per i pesci dunque era l’acqua, per gli uccelli l’aria e così via). Il diluvio universale, secondo il sistema filosofico dell’autrice, doveva quindi risolvere un problema di sovrappopolazione: le piogge non erano state mandate per punire i peccatori, ma per ristabilire un equilibrio puramente materiale tra gli elementi. Anche l’anima risentiva delle variazioni di equilibrio tra i quattro elementi e questi, a loro volta, venivano influenzati dai pianeti. Secondo questa logica, quindi, anche il comportamento umano era dovuto a cause materiali.

L’attività intellettuale di Camilla si collocava nel periodo della Controriforma, che pose un freno al rinnovamento culturale di quegli anni. La donna cercò di eludere la Santa Inquisizione affermando più volte, nel suo testo, che la sua prospettiva era filosofica, non teologica. Nonostante questo, nel 1585 non riuscì a sottrarsi al processo per eresia: sotto accusa, in particolare, la sua idea secondo cui la morte non era una punizione di Dio per il peccato originale dell’uomo, ma una conseguenza naturale della vita: essendo composto prevalentemente di “terra”, infatti, l’essere umano era destinato a perire. Naturalmente era considerata eretica anche l’idea che il diluvio universale non fosse altro che il modo in cui la materia cercava di ridistribuirsi.

Mentre il suo difensore, Menochio, insisteva nell’appellarsi all’ignoranza femminile, la replica di Erculiani faceva leva piuttosto sulla differenza tra prospettiva filosofica e teologica, e sul tentativo, purtroppo debole, di conciliare le sue tesi con il dogma ufficiale. Non ci sono fonti che testimonino esattamente come sia terminato il processo. Probabilmente a Camilla fu attribuita una pena non molto grave, dato che il suo libro non venne inserito nell’Indice dei libri proibiti. Era un testo sufficientemente autorevole (e quindi pericoloso) per finire nelle mani dell’Inquisizione, ma evidentemente la sua autrice non lo era abbastanza, perché le accuse fossero ulteriormente approfondite.

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