CULTURA

Un altro tabù che cade: la tragedia amorosa

Di Valeria Miani si parla per la prima volta nel 1581 quando, all’età di 18 anni, tiene un’orazione in occasione dei festeggiamenti organizzati a Padova, la sua città natale, per la visita dell’imperatrice Maria d’Austria, moglie di Massimiliano II d’Asburgo e figlia di Carlo V. Poco si sa della sua educazione – il padre Vidal Miani era avvocato e insegnante –, ma di certo Valeria deve aver frequentato l’Accademia dei Ricovrati di Padova (oggi Accademia galileiana di Scienze, lettere ed arti), luogo di ritrovo di intellettuali e professori anche stranieri, e in generale gli ambienti culturali della città. Nel 1593, nella Chiesa degli Eremitani, sposa il nobile Domenico Negri. Vivrà con il marito e i cinque figli nella parrocchia di Santa Sofia, nella zona detta di “Ponte pidocchioso”. Valeria Miani è una scrittrice. Per diversi anni compone sonetti, poesie, epigrammi, madrigali, commedie e testi di altro tipo, oggi perduti. Viene ricordata e riconosciuta, però, soprattutto per due grandi lavori: Amorosa speranza e Celinda.

Il primo, opera di esordio della giovane, è una commedia pastorale pubblicata nel 1604, sei anni dopo averla sottoposta a Francesco Bolzetta, primo editore dell’Accademia dei Ricovrati e il più importante di Padova a cavallo del XVI secolo. Racconta la storia di Venelia, abbandonata dal marito durante la prima notte di nozze, e della sua “battaglia” per liberarsi dalle proposte indesiderate di due pastori, Alliseo e Isandro. Con il suo scritto, Miani diventa la terza autrice in Italia a sperimentare questo genere letterario, che racconta di ninfe e satiri in un ambiente bucolico.

Ma la grande novità che introduce la giovane nella letteratura del secolo è Celinda, la sua seconda opera, pubblicata nel 1611, sette anni dopo Amorosa Speranza. Si tratta dell’unica tragedia scritta da una donna nella letteratura italiana del Cinquecento di cui finora si abbia notizia. Altre scrittrici potrebbero aver composto testi tragici all’inizio dell’Età moderna, ma nessuno è stato dato alle stampe e nessun manoscritto è ancora stato ritrovato. Anche di Celinda non si conoscono autografi, ma la pubblicazione viene ufficialmente autorizzata nel 1610 e intitolata undici mesi dopo, come compare sul frontespizio, alla duchessa Eleonora de’ Medici Gonzaga.

Quella che viene raccontata è una storia d’amore che si conclude in modo drammatico. La protagonista, Celinda, si innamora della sua dama di compagnia, Lucinia, inizialmente senza sapere che sotto quelle vesti si nasconde il principe di Persia Autilio il quale, accesosi di desiderio dopo aver visto un suo ritratto, si era travestito da donna per poterle vivere accanto. La passione darà un figlio a Celinda, ma nel frattempo la situazione si complica. Il padre della giovane, Cubo re di Lidia, si innamora di Lucinia e la chiede in sposa. Intanto scoppia la guerra tra Persia e Lidia, e Autilio, che vi prende parte, perde la vita. Futura madre di un bambino illegittimo, Celinda si dà la morte chiedendo di essere sepolta nella stessa tomba dell’amante. Non si sa se il dramma sia mai stato rappresentato, ma un indizio lo farebbe pensare: in una delle composizioni poetiche in lode dell’autrice che precedono il testo, il Cavalier Vanni incorona Valeria dell’alloro tragico, alludendo probabilmente al successo sulle scene dell’opera: “Lieta portar fra l’auree trecce attorte il primo allor de le funeste scene”.

Nel panorama teatrale italiano cinquecentesco, quello tragico non è considerato un genere di grande interesse o popolarità; le tragedie sono costose e complicate da mettere in scena e considerate melanconiche, quindi non in grado di offrire lo stesso intrattenimento di cui sono invece capaci le commedie pastorali o il nuovo genere emergente dell’opera musicale. Come spiega Valeria Finucci, docente alla Duke University del North Carolina, Valeria Miani dalla commedia pastorale vira sulla tragedia, con Celinda, probabilmente perché questo genere poteva risultare più attraente per un’autrice, dato che poneva al centro della storia personaggi femminili di elevata condizione sociale.

Quello in cui si inserisce Valeria Miani è un periodo di estrema creatività per molte scrittrici attive nel territorio veneto dove l’humus culturale è particolarmente ricco e fertile. Padova, nello specifico, sede dell’università, è una città culturalmente molto attiva e riconosciuta e ospita, oltre a una folta comunità di studenti provenienti anche dall’estero, professori di grande fama, da Galileo a Fabrici d’Acquapendente a molti altri ancora.  La maggior parte di queste giovani scrittrici proviene per lo più dall’alta borghesia o dalla piccola nobiltà e la loro formazione avviene generalmente in famiglia: studiano con istitutori privati e sono in contatto, tramite i loro parenti, con gli ambienti culturali e accademici della città. Con grande probabilità queste donne si conoscono tra di loro, conoscono le rispettive opere e prendono ispirazione una dall’altra. Molte sono in grado di comporre e utilizzare generi diversi, dalla poesia alla prosa filosofica, dalle novelle all’epica, fino anche alle composizioni musicali e ai trattati di argomento scientifico e farmaceutico.

Spesso però, non sono in grado di proseguire nella carriera di scrittrici e questo succede, in genere, quando diventano mogli o madri (se non muoiono di parto) o restano vedove. Valeria Miani è una di loro. Madre di cinque figli e con una piccola proprietà da portare avanti, smette di scrivere quando il marito muore. 

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