CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: L'Accademia Delia

Era il 1608 quando, “nel Palazzo et alla presentia dell’illustrissimo Sig. Pietro Duodo Cavaliere Capitano dignissimo di questa Città”, una schiera di nobili padovani sottoscrisse l’atto ufficiale di fondazione di un’accademia che aveva lo scopo di tener viva e sviluppare la tecnica militare, con l’ausilio della migliore scienza e tecnologia dell’epoca.

In precedenza non erano mancate a Padova altre accademie cavalleresche ma Oplosofisti, Ascritti o Gimnosofisti non erano durate che qualche lustro. La Delia – questo il nome che gli accademici si diedero poco tempo dopo in onore all’isola di Delo, dove nacquero secondo la leggenda Apollo e Diana – riuscì invece a sopravvivere, sebbene di pochi anni, persino alla caduta della Serenissima nel 1797.

“Fondatore e padre” dell’accademia fu il patrizio veneziano Pietro Duodo (1554-1610), ambasciatore esperto di questioni militari e d’architettura (era stato protettore dell’architetto Vincenzo Scamozzi), tanto legato a Galileo da un rapporto di stima e amicizia da affidargli i nipoti nell’educazione della matematica e da cercare di aiutarlo nelle difficoltà che stava iniziando a incontrare.

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La rapida diffusione di accademie cavalleresche (Padova sarà presto seguita da Udine, Treviso, Verona e dalla rifondata Accademia degli Erranti a Brescia) rispondeva a un preciso disegno della Serenissima agli inizi del Seicento: quello di rinsaldare a sé le aristocrazie delle città suddite formando i nobili all’esercizio e allo studio delle nuove tecniche dell’arte della guerra, soprattutto dopo la chiusura delle scuole dei Gesuiti, che prevedevano specifici corsi di architettura militare.

Il doge Leonardo Donà (1536-1612) concesse all’accademia un luogo nella cittadella vecchia di fronte alla Torlonga, poi Specola, nel punto in cui l’attuale Piazza Accademia Delia si affaccia sul Bacchiglione. Il terreno era cinto da mura e circondato su due lati dal fiume e dall’altro da una fossa, di forma vagamente triangolare, come si vede nella pianta di Padova di Giovanni Valle.

Su progetto di Vincenzo Scamozzi o di Vincenzo Dotto venne realizzata una “fabbrica superba: al piano inferiore del corpo principale vi era “un coperto grandissimo per cavalcare ne’ tempi piovosi” e al piano nobile, da cui si accedeva da una grandiosa scala scoperta, c’erano stanze che servivano “per legger le Scientie militari”, per tirare di scherma ed esercitarsi con armi in asta, ossia con alabarde e picche. Il salone principale era voltato e adornato di stucchi e dipinti opera di Gaspare Giona e Giovan Battista Bissoni.

Il lato orientale venne adibito a scuderia, con una stalla capace di contenere fino a cento cavalli, una rimessa di carrozze e, ai piani superiori, l’abitazione del cavallerizzo: il maestro più stimato, ricercato e pagato della Delia. Possiamo ancora vedere parte della sua abitazione nella torretta che va verso la Chiesa di San Giovanni, l’unica parte superstite di questo grandioso complesso dopo il devastante incendio che lo consumò nel 1798.

Un ruolo di primo piano fu all’inizio rivestito da Galileo Galilei, chiamato a stendere il programma di studi

Un ruolo di primo piano nella vita dell’accademia fu fin dall’inizio rivestito da Galileo Galilei, che su richiesta del Duodo fu chiamato a stendere il programma di studi della Delia in un documento intitolato Raccolta di quelle cognizioni che à perfetto Cavaliero et Soldato si richieggono, le quali hanno dependenza dalle scienze matematiche.

Il programma di matematica militare prevedeva: fondamenti di aritmetica per la disposizione delle truppe, geometria e stereometria, cognizioni di scienze meccaniche e applicazioni in macchine e strumenti utili alla guerra, pratiche all’artiglieria, uso della bussola e altri strumenti topografici per il disegno e il rilievo e la messa in prospettiva di quanto veduto o immaginato (sia fortezze che altri strumenti bellici).

Nel primo anno di insegnamento pubblico a Padova (1592-93) Galileo aveva scelto, non a caso, di insegnare architettura militare. Per le lezioni all’università scrisse, secondo Antonio Favaro, un compendio chiamato Breve istruzione all’architettura militare; a supporto delle lezioni più approfondite per gli studenti privati scrisse invece il Trattato di Fortificazione. Questi temi erano di straordinaria attualità a Venezia: nelle sedute al Senato tra la fine del 1592 e l’inizio del 1593 venivano discussi i progetti elaborati da Giulio Savorgnan (1516-1595) e Bonaiuto Lorini (1537/38-1611) per la città-fortezza di Palmanova, costruita a difesa di incursioni turche e asburgiche. I lavori, iniziati nel 1593 e conclusi poco dopo il 1609 (date che casualmente coincidono quasi con il periodo di Galileo a Padova), rappresentarono un momento di intensa sperimentazione nella scienza della fortificazione. Lorini nel suo trattato militare sostenne, in linea con Galileo, che il fondamento dell’arte del fortificare è la geometria e c’è chi ha visto nella sperimentazione a Palmanova un’eco del metodo di Galileo insegnato a Padova.

Galileo, parimenti al programma steso per la Delia, forniva ai suoi studenti privati un programma completo di matematica militare. Nel 1610 per la nomina a matematico della Delia concorsero lo stesso Galileo Galilei, Giulio Zabarella e Ingolfo de’ Conti. Alla fine Galileo ricevette il minor numero di voti, dando agli storici modo di formulare colte congetture a riguardo…

Il vincitore e primo matematico fu dunque Ingolfo de’ Conti (1572-1615), già allievo di Giuseppe Moletti, predecessore di Galileo alla cattedra di Padova, e di Paolo Gualdo (biografo del Pinelli e corrispondente di Galileo). Alla Delia il matematico aveva l’obbligo di tenere lezione tre volte a settimana, al mattino o un’ora dopo pranzo. Il programma prevedeva l’insegnamento di “quella parte di Euclide ritenuta necessaria, la sfera, un trattato di meccaniche, Ordini e strumenti militari, fortificazioni, stratagemmi militari, strumenti matematici, la bussola e sul modo di disegnare”.

Dopo la morte di Ingolfo al suo posto venne nominato nel 1616 Giulio Zabarella, figlio del grande logico Jacopo Zabarella, docente allo Studio di Padova, e successivamente nel 1627 il matematico svizzero Barthélemy Souvey (1576-1629), spesso italianizzato in Bartolomeo Sovero, che insegnava matematica all’Università di Padova dal 1624.

Souvey recepì le novità dell’architettura militare del primo Seicento che provenivano soprattutto dalle Fiandre con l’impiego del “bastione olandese”. Presto queste nuove soluzioni sarebbero state impiegate dalla Serenissima, ad esempio nell’adattamento delle fortificazioni di Verona e di Bergamo e, pochi anni dopo, durante la guerra di Candia.

Dopo la peste del 1631 iniziò per l’Accademia Delia una fase di declino, sebbene alternato ad alcuni momenti di ripresa. Al Sovero seguì nel 1635 Ercole Corradino, uomo dotto iscritto in seguito nel Collegio dei Leggisti, a cui seguì nel 1643 ancora un grande esperto di fortificazioni, il bresciano Andrea Moretti che, laureatosi a Padova in medicina, aveva scritto il discorso di apertura della rinnovata accademia bresciana degli Erranti, che, similmente alla Delia, prevedeva la figura di un matematico e di un cavallerizzo.

Nel 1645 scoppiò la guerra di Candia, possedimento veneziano sull’isola di Creta, e contemporaneamente i Turchi attaccarono la Dalmazia; di conseguenza la Serenissima si preoccupò di riammodernare le difese del Lido: i Turchi avrebbero potuto infatti attraccare a Malamocco, risalire il Lido e, preso forte San Nicola, entrare a Venezia, notoriamente sprovvista di fortificazioni. Moretti venne quindi incaricato del progetto: vennero costruiti baluardi e due semibaluardi alla punta del Lido dal lato terra e parimenti a San Pietro in Volta. Data l’estrema gravità del pericolo le costruzioni vennero realizzate in soli due mesi, con una spesa di  5.000 ducati a Malamocco e 19.000 per il resto.

Anche per i meriti conquistati sul campo nel 1660 il cardinal Gregorio Barbarigo, cancelliere dell’università, suggerì come matematico allo Studio di Padova lo stesso Andrea Moretti, che l’anno successivo veniva eletto con le motivazioni che per la “palese intelligenza sua et per molto tempo” aveva servito l’Accademia Delia. Andrea morì purtroppo quell’anno.

Nel 1663 fu la volta del canonico Valeriano Bonvicini, lettore di filosofia tra il 1661 e il 1667 nello Studio di Padova. Due anni dopo la sua nomina pubblicava a Padova un manuale intitolato Matematiche discipline per uso della illustrissima accademia Delia, che ci permette di farci un’idea dell’impostazione scientifico-metodologica adottata. In un’altra opera di Bonvicino, intitolata Lanx peripatetica, il canonico dimostra invece tutti i suoi limiti difendendo l’oscurità del linguaggio dell’alchimia, con motivazioni giudicate qualche decennio più tardi come “vanissime speculazioni” da Antonio Vallisneri.

Nel 1673 venne eletto matematico il frate agostiniano Evangelista Noni; attivo sino al 1721, divenne più volte priore e riorganizzò la biblioteca del convento. Lo stipendio del professore venne ridotto a 80 ducati a fronte dei 120 dei predecessori. Forse l’accademia aveva mutato interessi, di certo la carica di matematico era diventata soprattutto onorifica. Nel 1719-20 Giovanni Poleni faceva rientrare l’architettura militare in seno al Bo e la Delia perdeva il carattere di educazione all’arte militare. Il testimone passava all’istituzione che, ispirandosi anche a Poleni, avrebbe dovuto risollevare l’educazione alle armi nella Repubblica: il nuovo Collegio militare di Verona.

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