CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: l'Orto botanico, un gioiello dove il mondo respira

È in pieno centro cittadino, a due passi da Prato della Valle. L’Orto botanico dell’università di Padova è un piccolo grande gioiello architettonico e scientifico che permette ai visitatori di prendersi una pausa dalla frenesia della vita quotidiana per approfittare del silenzio e della calma di un luogo senza tempo. Era il 29 giugno del 1545 quando la costruzione dell’Orto fu approvata dal Consiglio dei Pregadi della Serenissima e si posero quindi le basi per creare quello che diventò il più antico orto botanico universitario del mondo.

E profondamente universitaria era anche l’esigenza che aveva portato alla creazione dell’Orto su richiesta di Francesco Bonafede: in precedenza, gli studenti erano costretti a riconoscere le piante che avrebbero usato per curare i loro pazienti solo grazie alle immagini presenti nei libri. Queste, però, erano procurate dagli speziali, la versione antica dei moderni farmacisti, che non sempre erano degli stinchi di santo e fin troppo spesso imbrogliavano i poveri malcapitati che si rivolgevano a loro, rischiando di causare anche ingenti danni alla salute di terzi. Un conto, infatti, è riconoscere una pianta da un disegno, e un altro conto è poterla vedere tridimensionalmente. Per questo si sentiva la necessità di

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un luogo idoneo nel qual si possa comodamente piantar, disponer et conservar li semplici acciò che con il senso et con la investigatione, si possa perfettamente et con facilità acquistar tale scientia, per universal benefficio delli homini dalla delibera del Senato veneziano

L’Orto nacque quindi per favorire l’accesso alle piante medicinali principali fonti dei medicamenti, che si dividevano in semplici e composti. I semplici erano quelli che derivavano direttamente dal mondo vegetale, animale o minerale, mentre i composti erano il risultato dell’unione dei primi. Per questo l’Orto botanico, dove si poteva attingere dalle risorse vegetali, era chiamato anche Orto dei Semplici.

Per definizione, un orto dovrebbe essere circondato da un recinto e infatti veniva chiamato anche hortus cinctus (cioè “giardino chiuso”), vista la cinta muraria fatta costruire da Luigi Squalermo detto Anguillara per proteggere le piante dai furti. E in effetti l’appropriazione indebita di piante era molto frequente, nonostante le pene severe previste per i colpevoli (in alcuni casi addirittura l’esilio), ma il valore della refurtiva era così alto che serviva un ulteriore deterrente. La cinta muraria che è stata costruita a questo scopo è rotonda e contiene un quadrato inscritto in una circonferenza. Cerchio e quadrato sono divisi in quattro parti da due assi perpendicolari, con al centro una fontana: si formano così quattro quadrati più piccoli, e non a caso: quattro era un numero che portava con sé potenti suggestioni: quattro sono le stagioni che si susseguono scandendo la vita delle piante, quattro sono i venti principali e i punti cardinali. La pianta dell’Orto nella sua struttura rispetta gli ideali di armonia del Rinascimento: la circonferenza rappresenta la perfezione, i quattro quadranti centrali prendono il nome dalle piante principali in essi contenute: c’è il quarto della magnolia, quello dell’albizzia, il quarto della tamerice e il quarto del ginkgo, che risale al 1750 ed è una specie dioica che vede in natura sia piante femminili che maschili: quello dell’orto è a un tempo femminile e maschile grazie a un innesto di un ramo femminile sulla pianta maschile. Sul confine dell’orto c’è il canale Alicorno, che serviva per la sua irrigazione prima della costruzione nel Settecento del sistema di irrigazione che collega le diverse fontane disposte nei quarti, al centro dell’orto e in prossimità dei portali monumentali.

Non è questa la sede giusta per un catalogo esaustivo delle piante contenute nell’orto antico: si parla di 3500 specie vegetali, tra cui alcune a rischio estinzione, come la sassifraga dei Berici o l’Andromeda polifolia, un arbusto velenoso. Nominiamo anche la palma di San Pietro, di cui abbiamo già parlato, il Platano orientale di cui scriveva anche Plinio il Vecchio, caratterizzato da foglie di forma palmata e da un tronco con ferita annessa, forse causata da fulmine. Interessante è anche la collezione fenologica, composta da piante disposte in ordine di fioritura divise in 12 caselle che rappresentano i mesi dell’anno. Si va dal calicanto di gennaio al brugo di dicembre, e il visitatore può quindi vedere a colpo d’occhio a che punto della fioritura ci si trova. Degno di nota è il percorso appositamente allestito per i non vedenti, che possono annusare e toccare determinate piante e leggere la loro descrizione scritta in Braille su apposite formelle.

A fianco dell’Orto c’è un edificio che ospita al primo piano la biblioteca storica, l’archivio dell’orto e l’erbario e al secondo piano la direzione dell’Orto. L’erbario nacque grazie a Giuseppe Antonio Bonato, prefetto dell’Orto fino al 1835, che decise di donare all’Orto la sua collezione di piante essiccate. Nel corso degli anni, come registra il prefetto Roberto de Visiani, la collezione cresceva, sia grazie agli acquisti di cui si occupavano i prefetti, sia grazie a donazioni private. In seguito Giuseppe Gola riorganizzò la biblioteca e introdusse nell’erbario una collezione di semi di 16.000 specie, alcune delle quali estinte da tempo. Un’altra sezione dell’erbario è l’algario, messo insieme da Achille Forti che aveva intrapreso numerose spedizioni per raccoglierle e che ne aveva richieste altre ai suoi colleghi: ora vanta 100.000 esemplari. C'è poi la sezione dedicata ai funghi: la collezione è stata messa insieme da Pier Andrea Saccardo, che veniva chiamato “il Linneo dei funghi” perché era stato il primo ad averli classificati e per la sua profonda conoscenza della loro struttura e biologia. Altri esemplari sono stati riprodotti in cera e gesso da Egisto Tortori, mentre altre opere eseguite in cera d’api si devono al conte Carlo Avogadro degli Azzoni, che scelse di donarle alla città di Padova.

A Bonato si deve anche la creazione della Biblioteca. Nel 1834 Bonato fece una donazione di libri a tema botanico. Alcuni erano suoi, gli altri li aveva ottenuti comprandoli da un prefetto precedente, Giovanni Marsili. In passato, infatti, ogni prefetto portava in Orto la sua collezione di volumi, ma questi lo seguivano quando si insediava un nuovo prefetto, e alla morte del possessore venivano lasciati in eredità alla famiglia che, generalmente, li vendeva. Con l’acquisto dei libri di Marsili, la biblioteca poteva contare più di 2417 opere. Bonato dedicò una parte non indifferente della sua vita all’orto botanico, e non stupisce che sia morto subito dopo che un fortissimo temporale distrusse parte di ciò che era riuscito a costruire.

Ora l’Orto rappresenta anche un sito di ricerca scientifica e di conservazione. Parte dei semi raccolti annualmente vengono catalogati in un Index Seminum (reso disponibile a oltre 800 orti botanici e istituzioni nel mondo), mentre dagli anni Settanta è stata istituita anche una piccola banca dal germoplasma che conserva il materiale genetico di specie particolari. Oggi l’Orto Botanico accoglie circa 4000 specie diverse, e dal 1997 fa parte della Lista del Patrimonio Mondiale Unesco (World Heritage List) come bene culturale. Questa è la motivazione: "Il giardino botanico di Padova è all’origine di tutti i giardini botanici del mondo e rappresenta la culla della scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra la natura e la cultura. Ha largamente contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne e segnatamente della botanica, medicina, chimica, ecologia e farmacia".

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