CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi di Padova: la casa del Poleni e la scuola di chimica

Sarà forse capitato a qualcuno di leggere, passeggiando per via Beato Pellegrino, un’iscrizione posta sulla facciata di Palazzo Treves, l’edificio che segue immediatamente, verso Porta Trento, Palazzo Maldura, sede del Dipartimento di Studi linguistici e letterari.

Il palazzo, costruito a metà del XVI secolo, viene attribuito da alcuni all’architetto istriano Andrea da Valle. L’esterno si presenta compatto e sobrio, quasi severo: la facciata del piano terreno è sottolineata in tutta la sua lunghezza da due fasce orizzontali che incorniciano la base delle finestre e l’altezza del portale, parimenti bugnati, mentre le aperture dei livelli superiori sono ingentilite da elementi architettonici e ornamentali scolpiti in pietra tenera. Palazzo Treves, già Capodilista, fu per molto tempo a Padova un luogo della scienza frequentato da scienziati, studiosi, personalità e studenti.

Quando nel 1709 Giovanni Poleni (1683-1761) venne nominato docente alla cattedra di astronomia e meteore, mise in affitto la sua casa veneziana in campiello Pisani a Santo Stefano trasferendosi a Padova in una casa non molto distante da questa, in via Beato Pellegrino, che iniziò ad abitare dal 1718.

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Probabilmente portò con sé anche la sua ricca biblioteca, il cui nucleo iniziale gli era stato lasciato in eredità dalla madre, figlia di un importante libraio. In seguito al decesso del famoso scienziato la biblioteca, preziosa di 5.650 volumi, sarà contesa tra il re d’Inghilterra (tramite il console Smith), il re del Portogallo e il duca di Parma. Alla fine ci vorrà l’intervento della Repubblica veneziana per farla confluire in quella di Santa Giustina, incamerando allo stesso tempo presso le magistrature veneziane competenti i manoscritti per la regolazione delle acque, di cui Poleni s’era occupato e che ora troviamo all’Archivio di Stato di Venezia.

Nelle case padovane Poleni allestì anche laboratori per esperimenti, come aveva già fatto nella casa veneziana. Forse non tutti sanno che proprio in queste dimore Poleni effettuò tra le prime e più complete serie di osservazioni meteorologiche, seconde solo, e di poco, a quelle di Parigi e Londra. Osservazioni oggi fondamentali per la comprensione dei cambiamenti climatici.

Queste attività vennero descritte da quell’attento e acuto osservatore che fu l’abate Gennari con queste parole: “L’esecuzione di queste [osservazioni] gli riusciva tanto più agevole e semplice in quanto che la casa sua era un laboratorio dov’egli costruiva termometri e barometri, ed egli ripeteva le esperienze più importanti ed altre ne ideava”.

Già dal 1709 lo studioso si era interessato a questi rilevamenti, che poi a partire dal 1724 – proprio durante il soggiorno nella casa di via Beato Pellegrino – furono effettuati sistematicamente e continuativamente. Nel 1725 anche la Royal Society di Londra lo incoraggiò e chiese dati al professore veneziano.

Per misurare la temperatura Poleni appese il termometro alla parete di una stanza a nord-est della casa, dove però il caminetto non era praticamente mai acceso (scelta non proprio felice) e che è stata identificata con la prima a sinistra del primo piano. Pose inoltre nel giardino di casa, in un luogo non troppo esposto al sole e in modo che nessuna goccia potesse essere intercettata dall’edificio o dagli alberi, un imbuto di 60-90 cm e un vaso sigillato per la raccolta dell’acqua piovana. Le misurazioni venivano registrate poco dopo mezzogiorno e, in casi particolari, all’aurora. Oltre alla temperatura, venivano misurate la forza e la direzione del vento e lo stato del cielo.

Poleni, il figlio e una domestica fecero i rilevamenti con una straordinaria regolarità: abbiamo la prima interruzione tra il 5 e il 26 aprile 1764, dopo quarant’anni. Continuarono anche quando Poleni morì (1761) e la famiglia si trasferì nella nuova casa nei pressi della Chiesa dei padri Filippini (Chiesa di San Tomaso Becket). Le osservazioni eseguite anche dal figlio del Poleni durarono fino al 31 dicembre 1764.

L’insigne professore venne sepolto nella vicina Chiesa di San Giacomo, che sorgeva di fronte a Palazzo Maldura e il cui campanile era stato progettato dallo stesso maestro. Demolita la chiesa nel 1809, la tomba venne trasferita nella Chiesa del Carmine dove ancor oggi possiamo trovare la lastra tombale.

Nel 1769 l’edificio venne scelto dai Riformatori allo Studio – la magistratura veneziana che si occupava della gestione dell’università – per allestirvi un laboratorio di chimica che attendeva una collocazione sin dal 1719, quando Poleni suggerì di dotare lo Studio universitario di un gabinetto per “studiare la materia secondo i dettami della chimica”, e ancor di più dal 1748, quando venne istituita la cattedra di chimica.

L’istituzione del primo laboratorio di chimica a Padova si deve a Marco Carburi (1731-1808). Carburi si era laureato in filosofia e medicina a Padova nel 1757, specializzandosi poi a Bologna con il professor Beccari. Nel 1760 iniziò a insegnare a Padova ma il Consiglio dei Dieci lo scelse per una missione segreta di “spionaggio industriale”: con un disegnatore al seguito cominciò a studiare le miniere in Ungheria, Germania e Svezia, per carpire i segreti delle nuove tecniche estrattive che poi saranno sperimentate nelle miniere dell’Agordino.

Richiamato in cattedra a Padova, dal 1767 iniziò a prodigarsi per allestire, nella casa già abitata dal Poleni, un laboratorio di chimica. I Riformatori allo Studio scelsero questo edificio per scongiurare i pericoli d’incendio, in quanto piuttosto isolato rispetto agli altri che sorgevano nelle vicinanze e lambito su un lato dal canale della Bovetta, che al tempo circondava la cosiddetta “isola di San Giacomo”.

Carburi iniziò a cercare in tutte le farmacie il materiale di cui aveva bisogno: non trovò praticamente nulla ma non si scoraggiò. Nel giro di pochi anni infatti i Riformatori, ammirati da una visita al suo laboratorio, sostennero che “sia per la sua costruzione che per la raccolta di suppellettili chimiche esso non aveva né modello né pari in Italia”. Nella relazione i Riformatori aggiunsero: “Anzi dobbiamo asserire a lode del vero ch’egli si dà un continuo travaglio nel cercar argille e terre di varie qualità, nel raffinarle e impastarle per formar crogiuoli ed altri vasellami, e non cessa mai di far prove, da noi anche in copia vedute, per valersi d’utensili ricavati da materiali e dall’opera dello Stato, per sfuggire di provvedersene da forestieri”.

La Scuola di Chimica diventò presto un modello per le altre università italiane, come l’Università di Parma e diversi atenei toscani. Qui nel 1772 Carburi riuscì a scoprire il segreto della “carta incombustibile”: un’invenzione estremamente importante per le sue applicazioni. La carta che rivestiva i proiettili (da cui il termine cartuccia) poteva infatti lasciare dei residui nella canna dopo lo sparo, provocando un colpo anticipato durante il caricamento successivo.

La Scuola di Chimica di Padova diventò presto un modello per le altre università italiane

Sempre in ambito militare Carburi studiò anche le leghe migliori da impiegare per la fusione dei cannoni: i suoi pezzi d’artiglieria si dimostreranno molto precisi, venendo impiegati alcuni anni dopo dall’ammiraglio della Serenissima Angelo Emo (1731-1792) per i bombardamenti di Tunisi e Biserta, una delle ultime imprese miliari della Serenissima.

Con la caduta della Repubblica e l’alternarsi dei dominatori stranieri, Carburi, che nel 1785 era stato identificato dagli Inquisitori di Stato come uno dei capi di una loggia massonica a cui aderivano diversi altri intellettuali, venne alternativamente avversato o visto di buon occhio, ma i fondi destinati al suo laboratorio saranno comunque sempre esangui. Ciononostante la sua casa-laboratorio avrebbe continuato a essere meta di visitatori illustri: nel 1804 l’arciduca Giovanni (fratello dell’imperatore) si trattenne per più di due ore per assistere alle sue dimostrazioni di chimica; Carburi in quei momenti avrà certamente pensato a quando nel 1775 era stato onorato della visita nel suo laboratorio dell’imperatore Giuseppe II e del fratello Pietro Leopoldo di Toscana (futuro imperatore Leopoldo II) discutendo diffusamente con loro di chimica, metallurgia e artiglieria.

Dopo la sua morte (1808) seguì alla guida della Scuola di Chimica di via Beato Pellegrino Giovanni Melandri Contessi (1784-1833), quindi di Francesco Ragazzini (1799-1873). Agli inizi dell’Ottocento, varcato il grande portone d’ingresso del palazzo, avremmo ancora trovato a destra due laboratori con fornelli, caldaie di rame e alambicchi di tutte le dimensioni. Salita la scala saremmo entrati nell’aula per lezioni teoriche e sperimentali, con tutt’intorno armadi con ogni sorta di strumenti e sostanze per applicazioni farmaceutiche e tintorie.

Nel 1858 l’università deliberò di lasciare la sede di via Beato Pellegrino e di spostarla vicino al Bo. Eppure fino alla fine dell’Ottocento il vecchio ponte di San Giacomo alla Bovetta continuò ancora a essere chiamato “ponte della chimica”: almeno fino al 1894, quando il consiglio comunale ne decretò per motivi igienici l’interramento. E così, con il ponte, svanì ben presto il ricordo della Scuola di Chimica che un tempo vi sorgeva a fianco.

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