CULTURA

La lotta per la parità parte dal ghetto di Venezia

Virginia Olper nasce a Venezia il 21 gennaio 1856 da Silvio Olper, ricco negoziante veneziano e da Sofia Asson. Vive i primi anni della sua vita nello storico ghetto ebraico della città lagunare, esperienza che influirà sia sulla sua formazione che sulla sua produzione letteraria e giornalistica. Virginia, infatti, collaborò per anni con diverse riviste locali, giornali in cui esprimeva con tono pacato ma fermo idee che oggi potremmo definire progressiste.

Virginia cresce in un ambiente colto e benestante: sulla sua formazione non si hanno notizie precise, ma si può presumere che abbia ricevuto una buona istruzione umanistica. Il padre, anche dopo la morte della moglie, si prodigò affinché i figli avessero un’istruzione adeguata al loro ceto. Godeva, infatti, di agiatezza economica perché, oltre a essere un facoltoso negoziante, era anche attivo in ambito pubblico. Si occupava di attività editoriali ed era un fervido sostenitore dell’unità d’Italia e membro della massoneria. La stessa Virginia, in un suo scritto, usa parole di lode nei suoi confronti. Nel suo In memoria di Silvio Olper scrive: “Il suo scopo è il bene dell’umanità [...] ha per base l’adorazione del principio del bene, il culto della virtù, l’esercizio della beneficenza; l’associazione degli onesti, lo scoprimento del vero”.

La formazione ricevuta grazie al padre e il contesto sociale in cui crebbe diedero a Virginia una grande libertà intellettuale: vivere nel ghetto di Venezia, in quegli anni, significava vivere in un luogo e in un periodo di grande fermento.

Tutto il XIX secolo, infatti, segna per la comunità ebraica veneziana un periodo di transizione, con il passaggio da una condizione di segregazione a una di equiparazione civile. La segregazione aveva avuto inizio nel 1777, quando il Senato veneziano aveva emanato la cosiddetta “ricondotta”. Fino ad allora la Repubblica di Venezia regolava i rapporti con le comunità ebraiche con delle “condotte”, la prima delle quali era stata emessa dal Consiglio dei Pregadi nel 1385 e permetteva a dei prestatori ebrei di origine tedesca di lavorare in città. Ma nel 1777 fu di fatto imposto agli ebrei l’abbandono forza- to di tutte le attività estranee al commercio e al prestito di denaro, relegandone anche la presenza fisica nei ghetti della città lagunare.

La segregazione ebbe fine nel 1797, con la caduta della Repubblica. Fino agli anni dieci dell’Ottocento, però, gli ebrei continuarono a vivere nel ghetto di Venezia, anche se oramai non più in maniera coatta. La piena emancipazione dal punto di vista giuridico – che però non portò ancora a una partecipazione attiva alla vita politica della città – avvenne durante il Regno d’Italia napoleonico, cioè dal 1806 al 1814.

Fu solo con i moti rivoluzionari del 1848 che personaggi come Cesare Della Vida, Leone Fortis, Abraham Lattes e molti altri rappresentanti della classe dirigente ebraica veneziana diedero un contributo importante alla politica della città. Le ultime barriere formali caddero infine nel 1866, quando Venezia e il Veneto furono integrati all’Italia unita e gli ebrei veneziani divennero liberi cittadini, con la facoltà di partecipare alla vita pubblica cittadina.

Il fermento politico e sociale vissuto in giovinezza si ripercosse sugli studi di Virginia Olper. Fiorenza Chiarot, nel suo volume Una donna senza festa: vita e scritti di Virginia Olper Monis, ipotizza che la scrittrice abbia anche frequentato l’Università di Padova, senza però trovare riscontri concreti.

Virginia si sposò molto giovane con Isidoro Monis, un farmacista cattolico originario di San Giorgio al Tagliamento. Dopo il matrimonio, che costò alla giovane l’esclusione dai registri ufficiali della comunità ebraica di Venezia, i Monis si trasferirono a Sacile in Friuli Venezia Giulia, dove nacquero le figlie Elisabetta Lia (1876) e Silvia (1880). Nel 1884 la famiglia si trasferì infine a Padova, città cruciale nella vita e nelle opere di Virginia Olper. Fu proprio il cambio di residenza da Sacile alla città del Santo, e più precisamente al numero 9 dell’antica Riviera Beldomandi (ora Largo Europa), che portò linfa vitale alla produzione della scrittrice. A Padova, infatti, produsse gran parte delle sue opere, tra cui il suo primo e unico romanzo, e iniziò la già citata collaborazione con alcuni quotidiani locali, tra cui Il Veneto e Il Comune.

Gli interventi di Virginia Olper si segnalarono soprattutto per il valore sociale degli argomenti trattati

Olper scrisse anche per riviste come La donna, fondata da Gualberta Alaide Beccari, Natura e arte edita da Vallardi, Vita italiana, giornale diretto da Angelo De Gubernatis che vantava anche la firma di Grazia Deledda, la torinese Gazzetta letteraria, la napoletana Tavola rotonda e La favilla di Perugia.

I contributi di Virginia si fecero notare soprattutto per il valore sociale degli argomenti trattati: la scrittrice si dedicò in particolare al tema della condizione femminile. Olper era infatti un’emancipazionista convinta e i suoi interventi miravano spesso a portare l’attenzione sull’ingiustificata subalternità della donna all’uomo. Nella sua attività di critica letteraria si imbattè nelle opere di Neera, pseudonimo di Anna Maria Zuccari, di Bruno Sperani, pseudonimo di Beatrice Speraz, e di Sibilla Aleramo.

In particolare la recensione del romanzo di Neera intitolato Teres, pubblicata sulla rivista La donna il 20 febbraio 1887, fece comprendere in modo chiaro e diretto le idee progressiste della scrittrice. Dal suo punto di vista, l’infelicità femminile non sarebbe stata causata solamente da una società che vietava alle donne di sposare un uomo di posizione sociale non adeguata, bensì anche dalla mancanza d’istruzione e di indipendenza economica.

La visione di Olper è chiarita, ancora una volta, in una lettera che lei stessa inviò a Olimpia Saccati fondatrice del periodico La missione della donna. Di volo sopra una seria questione si intitola la missiva pubblicata dal giornale, in cui Virginia sostiene l’istanza divorzista rifacendosi agli umori della comunità ebraica veneziana sul tema: il divorzio costituiva da un lato una possibilità per i coniugi di rifarsi una vita, e dall’altro, in caso di matrimoni forzati o situazioni di sudditanza, l’opportunità per la donna di ritrovare la dignità perduta.

Il tema della condizione femminile è presente nell’intera produzione di Virginia Olper, che lo affronta sempre con grande fermezza, sguardo progressista e mai scontato.

Rinvenire memoria della vita e delle opere di Virginia non è così semplice neppure nelle stesse comunità ebraiche di Venezia e di Padova. Rimane di lei un ritratto fatto da Filomena Fornasari il 13 ottobre 1919 su Il Veneto e ripubblicato da Diana Giorgia Tonon nel 2004 su Scorpione letterario.

“Io la ricordo – scrive la fondatrice del Rifugio per Minorenni – fiera di combattere a viso aperto per ogni diritto conculcato, per ogni fede misconosciuta o ferita, non si peritò di farsi dei nemici anche tra coloro che della verità si gridavano apostoli. Essa conservò anche nell’età matura l’anima calda di una fanciulla e seppe ricavare dalla vita, pur dolorosa, quell’onda di poesia che la rende sopportabile e sacra”.

Nel 1907 la scrittrice si trasferì a San Giorgio al Tagliamento, paese natale del marito dove la famiglia aveva da anni una proprietà. Lì la sua produzione di fatto si arrestò, perché decise di dedicarsi alle cure della figlia Elisabetta Lia, ammalata.

Virginia Olper morì a Venezia il 13 settembre 1919. Sulla sua lapi- de, ancora oggi presente al cimitero ebraico del Lido di Venezia, si legge: “Auspicò al bello, al buono, al vero, perciò nella vita stimata, nella tomba compianta”.

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